Retrospettive
Andrea Parentin e la storia del rock progressivo italiano (terza puntata)
di Daniele Cutali

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IL PROGRESSIVE ITALIANO RACCONTATO AI MIEI GIOVANI CUGINI DELL'ALTRA PARTE DEL MONDO


(terza puntata)

a cura di
Andrea Parentin




3.1) Rock progressivo e società


Nei primi anni Settanta la società italiana viveva un momento di profonda crisi. A partire dal 1968 le contestazioni studentesche e sindacali avevano assunto forme sempre più violente. «L’Italia era avvelenata dall’intolleranza. Alla violenza conformista e massiccia delle sinistre – studentesca e operaia – si contrapponeva la violenza di minoranze fasciste, tanto più parossisticamente esaltate quanto più avvertivano la loro inferiorità numerica e il loro isolamento» (1). «Le forme di azione divennero sempre più brutali soprattutto negli scontri fisici tra la sinistra radicale e la destra radicale, con la costruzione, da entrambe le parti, di servizi d’ordine, con formazione militare e autonomia crescente rispetto alle istanze politiche dei loro gruppi di riferimento. L’effetto di queste dinamiche fu una spirale di violenze reciproche, con un numero crescente di agguati con conseguenze spesso mortali. L’escalation degli scontri di piazza tra militanti della sinistra e della destra radicale, e tra entrambi e le forze di polizia esacerbò lo scontro. Frange dell’autonomia andarono così a ingrossare le fila delle organizzazioni clandestine» (2). La lunga stagione del terrorismo avrebbe caratterizzato tutto il decennio lasciando centinaia di morti e «la brutalità divenne un surrogato del ragionamento» (3). Per non parlare poi dell’aumento della criminalità comune, della diffusione tra i giovani delle droghe pesanti, del proliferare di Mafia, ‘Ndrangheta e Camorra, degli scandali politici, della crisi economica accentuata dall’aumento del prezzo del petrolio, dei riflessi della “guerra fredda”, delle trame vere e presunte dei servizi segreti, delle bombe, delle stragi e della cosiddetta strategia della tensione...


Non è questa la sede migliore per parlare diffusamente degli “anni di piombo” e di tutto quello che hanno rappresentato, ma è normale che tale contesto abbia avuto una profonda influenza anche sulla scena musicale giovanile più impegnata, quella rock progressivo. Vittorio Nocenzi: «E' stato un decennio così particolare, così ricco che mi sembra riduttivo parlare di una sola cosa. Parlerei più di un mosaico, di un puzzle, un grande labirinto fatto di grandi vialoni e di vicoletti, di orizzonti da raggiungere di corsa e a portata di mano e di improvvise siepi che te li separa. E' stato un momento di grande utopia generale, splendido, bellissimo, ma da non celebrare con nessuna nostalgia perché è molto più prezioso il futuro che il passato visto con gli occhi del desiderio. Altra cosa è il passato come lezione; in questo caso sicuramente ne va tenuto conto» (4).


Le canzoni spesso erano uno specchio dei tempi, degli spunti di riflessione filtrati da venature poetiche. Nonostante la violenza o­nnipresente nelle strade, i testi del rock progressivo italiano non sono mai volgari e la musica a volte è così dolce da sembrare surreale, niente a che vedere con Eminem insomma! Si pensi per esempio a “Canto nomade per un prigioniero politico” dall’album “Io sono nato libero” del Banco del Mutuo Soccorso, ispirata dall’eco dell’uccisione di Allende durante il colpo di stato in Cile o ancora a “Terra in bocca (poesia di un delitto)” dei Giganti, un intero album ispirato da un omicidio di mafia... Vittorio Nocenzi: «Erano momenti in cui ci si identificava completamente con quello che si faceva senza calcoli di altra natura. Non so se questo valeva per tutti, ma per il Banco lo era allora ed ha continuato ad esserlo fino ad oggi» (5). Spesso nella musica dell’epoca si può respirare la voglia di cambiamento, ma è fortemente presente anche il tema della necessità di evadere dalla realtà. Certo, non tutti i testi delle canzoni di allora erano di alto livello, ma bene o male il rock progressivo era espressione di un impegno artistico e sociale e rappresentava la voce di una generazione, non si trattava di puro e semplice intrattenimento. Claudio Canali, cantante e flautista del Biglietto per l’Inferno: «Le nostre canzoni erano il nostro modo, forse un po’ provinciale, di vivere la contestazione... Entravano bene nella contestazione alla società dei consumi, dell’ipocrisia e del materialismo che nasceva allora nell’Occidente» (6).


Claudio Canali ai tempi del Biglietto per L'Inferno




3.2) Rock progressivo e politica


La contrapposizione politica nel Paese era troppo forte per non influenzare profondamente anche la musica. La sinistra in tale campo era dominante, attraverso l’organizzazione di concerti e al legame diretto di alcuni gruppi con i movimenti studenteschi. «Recarsi a un concerto, negli anni settanta, era inevitabilmente inteso come un gesto politico, e come tale prevedeva anche prese di posizione esplicite e decise. Inoltre, si tendeva molto spesso a giudicare gli artisti in base a criteri ideologici, sorvolando soprattutto sull’effettiva qualità della musica, e non disdegnando attacchi diretti ai musicisti dall’impegno politico indecifrabile o scialbo» (7). Tra i gruppi più impegnati e militanti c’erano gli Area, gli Stormy Six e gli Osanna che inserirono nel pezzo “Mirror Train” sul loro disco d’esordio un frammento dell’inno comunista “Bandiera rossa”. Lino Vairetti, tastierista e cantante degli Osanna: «A parte Elio D’Anna che era simpatizzante di destra, noi eravamo tutti di sinistra e quello spirito prevaleva. Poi Elio non era un militante politico e quindi visto che il nostro pubblico gradiva quell'inno, non si oppose più di tanto anzi fu uno dei sostenitori ad inserirlo nel disco» (8). Gli Area proponevano testi fortemente impegnati e non disdegnarono di inserire nella copertina del loro album d’esordio simboli “rivoluzionari” e inquietanti come falce e martello e P38. Demetrio Stratos, cantante degli Area: «Io contesto tanti gruppi come la PFM. Oggi, in un momento storico in cui buttano le bombe a Brescia e ci sono gli attentati sui treni, trovo stupido che facciano un pezzo come “Dolcissima Maria”, è assurdo! La nostra musica è violenta perché nelle strade c’è violenza» (9).


L'indimenticabile Demetrio Stratos

Per molti l’impegno politico era un obbligo ed anche chi non era interessato alla politica doveva confrontarsi con quel clima. La PFM, ad esempio, per cavalcare l’onda del movimento in Italia si alienò la possibilità di successo all’estero, negli Stati Uniti in particolare, dove non fu capita la sua partecipazione ad un concerto di sostegno nei confronti dell’OLP alla vigilia dell’uscita dell’album “Chocolate Kings”, e ciò nonostante il rapporto PFM - impegno politico non fosse mai stato esplicito: «Pagani è il membro più vicino alle istanze del movimento, il gruppo spesso partecipa a raduni come il Parco Lambro ma senza un legame diretto con i gruppi extra-parlamentari; non gode di particolari simpatie per questa sua indecisione, per la presenza del manager Mamone, per l’attenzione rivolta al mercato» (10).


Non si deve pensare però che la scena progressiva italiana fosse tutta ed esclusivamente espressione di una parte politica. C’erano comunque moltissimi gruppi che seguivano l’onda senza troppa convinzione, un po’ per moda e un po’ per necessità. Giuseppe “Baffo” Banfi, tastierista del Biglietto per l’Inferno: «A noi interessava prima di tutto suonare. E’ vero, erano gli anni della contestazione, nei festival pop la matrice era di sinistra e la respiravamo anche noi. Ma non ci sentivamo particolarmente impegnati sul piano politico» (11).


"Baffo" Banfi anch'egli ai tempi del Biglietto

Altri gruppi preferirono non schierarsi apertamente a costo di subire critiche e contestazioni, come le Orme. Toni Pagliuca: «Noi non abbiamo mai professato alcuna adesione politica. Non ci siamo impegnati con nessun partito, anche se sapevamo che gli artisti italiani andavano preferibilmente a sinistra e anche noi eravamo vicini ai bisogni della gente. Per esempio, in Contrappunti nella canzone Maggio, facciamo notare che Cristo e Marx erano sullo stesso piano, nelle nostre canzoni si parla anche di prostituzione e di aborto, ma ricordo che sono stato tacciato di moralismo. Con gli occhi di oggi devo dire che la cosa mi fa piacere, oggi manca proprio ogni senso di morale. Noi eravamo molto moralisti e di questo me ne vanto ancora» (12). Claudio Simonetti, tastierista dei Goblin: «Ricordo quegli anni come fortemente caratterizzati da questioni politiche, da tutti gli strascichi del post ‘68 anche se ad esse non mi sono mai interessato proprio per una questione di etica. Molti artisti sfruttavano la questione politica anche per la promozione dei propri lavori e questa è una cosa che mi dava tremendamente fastidio. Non ho mai avuto una tendenza politica. Il musicista è un essere a parte e non dovrebbe ricorrere a mezzi “esterni”» (13).


Il Re della paura Claudio Simonetti, ex-tastierista dei Goblin

Chi non si schierava era comunque destinato a stroncature feroci da parte della critica musicale militante, come nel caso del Volo, condizionato dalla collaborazione con la coppia Battisti-Mogol, a torto accusata di simpatie per la destra. Alberto Radius, chitarrista di Formula 3 e Il Volo: «La critica dell’epoca era fortemente condizionata dall’ideologia politica: Bertoncelli, Massarini, Giaccio, tutta gente bravissima ma inquadrata. Secondo loro Mogol era un fascista e Lucio faceva il saluto alla romana, quindi non andavano bene. E poi dovevano scontare la colpa più grave agli occhi di un critico sinistrorso: erano diventati miliardari» (14).


Alberto Radius in studio


Peggio ancora andò al Museo Rosenbach, gruppo che fu praticamente costretto ad abbandonare le scene in quanto apertamente accusato di fascismo a causa dell’immagine di Mussolini presente sulla copertina del loro album “Zarathustra” e dei testi ispirati dall’opera del filosofo Friederich Nietzsche. Alberto Moreno, bassista del Museo Rosenbach: «I ‘70 sono stati anni estremamente politicizzati ma quest’ambiente coinvolgeva i singoli elementi del gruppo. Il Museo, come band, seguiva un percorso musicale legato soltanto a riferimenti discografici, a momenti del rock-pop inglese e americano, alle proposte italiane del Banco e della PFM. Gli Area erano schierati apertamente e costituivano un’eccezione tra i gruppi. Noi sentivamo il loro impegno ma non abbiamo mai pensato di rispondere alle loro tematiche con proposte di destra…. Il volto di Mussolini fu una scelta dell’autore della copertina. Per quanto riguarda Nietzsche invece le citazioni sono evidenti e costituiscono una parte importante del nostro messaggio. Se hai sottomano la copertina originale ti accorgi che all’interno noi ci eravamo preoccupati di sottolineare che Nietzsche non andava interpretato come accadeva in quegli anni, come uno degli ispiratori del nazismo; il Museo seguiva una lettura più “ morbida” del filosofo, liberata dalle forzature politicizzate. Purtroppo questa nostra avvertenza non è stata recepita dimostrando che spesso contano più le immagini e i luoghi comuni delle parole. Riconosco che il nero della copertina e il busto di cui si è detto non ci hanno aiutato. Abbiamo però pagato per queste ingenuità» (15).


La cult-band Museo Rosenbach nel 1973. Il primo a dx. è Giancarlo Golzi, adesso batterista
dei Matia Bazar

Come detto, il rock progressivo in Italia ha rappresentato una delle voci di un’intera generazione, non solo dei giovani che si riconoscevano in un particolare movimento politico, e perciò era seguito anche dai giovani della destra, seppur con molte difficoltà. Marcello Vento, batterista di Alberomotore e Canzoniere del Lazio: «Una volta ci chiamarono a Torino ma appena fummo sul posto ci accorgemmo che le bandiere sul palco erano di un colore diverso da quelle per cui suonavamo abitualmente. Era un festival del Fronte della Gioventù, così abbiamo girato il camion e siamo tornati a Roma. Magari anche loro amavano la nostra musica, ma eravamo così esigenti e nello stesso tempo intransigenti che non se ne fece nulla» (16).


Marcello Vento alle prese con il "ventolo", strumento a percussione di sua invenzione

In effetti, esistevano pure gruppi con tendenze politiche apertamente di destra, come Janus o La Compagnia dell’Anello, ma sicuramente essi non ebbero alcun impatto commerciale e dovettero operare quasi in condizioni di clandestinità. Mario Bortoluzzi, cantante della Compagnia dell’Anello: «Nel 1974 fummo catturati dal desiderio irrefrenabile di prendere la chitarra in mano per cantare il vissuto della nostra gente che, quotidianamente, resisteva alla violenza rossa nelle scuole, nelle piazze e sul posto di lavoro. Nessuno cantava per questi reietti: lo facemmo noi. Con mezzi inesistenti ma con rabbia e gioia. La stragrande maggioranza degli autori era allora, come oggi, impegnata a sinistra. Erano inoltre appoggiati dalle case discografiche. A noi bastava un registratore, una cantina dove provare e incidere e il prodotto era subito messo in circolazione da un circuito semiclandestino di amici degli amici. La necessità quindi, di là di ogni possibilità di commercializzazione del prodotto, era ed è tuttora quella di dare voce ad un comune sentire, all'anima di un mondo che altrimenti sarebbe rimasto comunque vivo ma senza nessuno che esprimesse in musica desideri, valori, speranze e sogni. All'inizio, i mezzi tecnici a disposizione, anche se sopportati da un incredibile e contagiosissimo entusiasmo, erano scarsi. Pian piano però la crescente professionalità e la disponibilità di supporti adeguati hanno fatto aumentare notevolmente la qualità dei prodotti di musica alternativa. L'esigenza di trasmettere una visione spirituale della vita superò il momento della testimonianza pura e semplice. Fu da allora che la Compagnia (e con essa anche diversi altri gruppi ed autori della giovane destra musicale) iniziò a diventare qualcosa di musicalmente ascoltabile anche fuori dal ghetto. Lentamente, al nucleo iniziale si unirono elementi con una solida preparazione musicale... Il nostro lavoro è seguito da tre generazioni di amici, che continuano a cantare le nostre canzoni in tutta Italia e tutto ciò è avvenuto e avviene senza passaggi televisivi, raccomandazioni o appoggi» (17).



3.3) Rock progressivo e ordine pubblico


Una delle caratteristiche, purtroppo poco lusinghiere, della scena musicale italiana nella prima metà degli anni Settanta era rappresentata dalla delicata situazione dell’ordine pubblico in occasione dei concerti. Al grido di “riprendiamoci la musica”, infatti, gruppi di esagitati pretendevano costantemente di assistere alle esibizioni degli artisti senza pagare il biglietto, scontrandosi quasi immancabilmente con gli organizzatori e le forze di polizia. «La situazione precipitò definitivamente il 5 luglio del 1971 al velodromo Vigorelli di Milano. In scena quella sera c’erano i Led Zeppelin, ma vera protagonista dello show fu la violentissima guerriglia scoppiata tra i giovani spettatori, accorsi per assistere all’esibizione, e le forze dell’ordine... Da quel 5 luglio in poi non vi fu concerto di una certa risonanza senza il tentativo di superare le recinzioni e senza i consueti scontri con la polizia... La tensione si acuì a partire dal 1973. Una spirale di violenza avvolse i concerti per due anni: da una parte migliaia di giovani, dall’altra gli organizzatori e le forze dell’ordine. Il 17 marzo a Bologna le contestazioni culminarono con un principio di incendio al palazzetto in cui era stata organizzata l’esibizione dei Jethro Tull. Nel 1974 la tournée dei Soft Machine fu segnata da gravi incidenti a Reggio Emilia e a Napoli. Gli scontri continuarono ad accendersi fino all’abbandono delle scene da parte dell’impresario Mamone, in seguito allo scoppio di una vera e propria guerriglia urbana, il 2 aprile a Roma al concerto dei Traffic. Ma l’ultimo atto verrà messo in scena l’anno successivo, quando, nel corso di un concerto di Lou Reed a Roma, organizzato da David Zard, la battaglia intrapresa contro le forze dell’ordine si protrae fino alle due del mattino» (18).


Il problema era generalizzato a tutti i concerti, non solo ai grandi gruppi stranieri, rendendo spesso poco remunerativa (ed a volte addirittura pericolosa) l’attività live dei gruppi italiani. Lino Vairetti: «A Casale Monferrato nel '72 ci trovammo assediati da un gruppo eversivo che al grido di "vogliamo la musica gratis" si scagliò contro di noi e gli organizzatori, chiamandoci fascisti e utilizzando spranghe di legno e ferro in una rissa che fu da loro provocata, contro di noi e la nostra auto ritenuta da loro “lussuosa”. Elio fu preso di mira e rischiò quasi la morte per una mazzata che per fortuna non andò a segno... Nel '78, con il tour di “Suddance” ci annullarono quasi tutti i concerti e fummo bloccati e fermati continuamente per il sequestro Moro» (19).


Lino Vairetti, storico cantante degli Osanna


Rodolfo Maltese, chitarrista del Banco del Mutuo Soccorso:
«Al palasport di Napoli ferirono un nostro tecnico e ci fu un principio di scontro fisico tra noi e il pubblico. Erano falangi che non volevano sentir ragioni, giravano con spranghe di ferro e creavano tensione a ogni concerto... Alcuni esercenti hanno cominciato a non affittare più i teatri per timore di tafferugli e disordini che portavano a rovinare sedie e palco» (20).

Corrado Rustici, chitarrista di Cervello e Nova: «Ti assalivano se chiedevi un compenso, ricordo che una volta mi sono chiuso nel mio furgone Volkswagen per ripararmi da spranghe e catene esibite da certi scalmanati. Io studiavo al liceo artistico di Napoli, all’interno dell’Accademia di Belle Arti, insieme ad altri musicisti. Capitava che entravano dei gruppi definiti fascisti, sicuramente appoggiati dalla polizia, prendevano di mira quelli che avevano i capelli lunghi come me e giù bastonate. Dalla scuola ai concerti, dove trovavo quelli dell’altra sponda che però si comportavano allo stesso modo pretendendo musica gratis... Non mi piaceva il clima che si era creato in Italia, non aveva niente a che vedere con la musica e credo che anche il pubblico che amava la musica cominciava a stancarsi dei soliti disordini e contestazioni. O ti allineavi, come hanno fatto gli Area, oppure lasciavi perdere» (21).


Corrado Rustici, musicista e produttore

In verità neppure gli Area erano esenti da contestazioni, così come non lo erano la PFM o cantautori impegnati come Francesco Guccini, Francesco De Gregori e Eugenio Finardi. Patrizio Fariselli, tastierista degli Area: «Alcuni soggetti avevano diffuso lo strano concetto secondo il quale la musica è di tutti e quindi doveva essere gratis. Persone che avevano fatto della musica la loro professione dovevano, secondo loro, suonare senza alcun compenso per questo presunto diritto al sollazzo di vivere, come si suol dire, d’arte e d’amore... Chi dava un grosso contributo alla nostra sopravvivenza era il PCI con le feste dell’Unità. Se non ci fossero state quelle, sarebbe stata la fine» (22).


Patrizio Fariselli al giorno d'oggi


Ai concerti c’era spesso tra il pubblico chi pretendeva di far sentire la sua voce impadronendosi del palco e improvvisando assemblee con le argomentazioni più disparate ed anche nella sinistra c’era sempre qualcuno ancora più a sinistra che contestava. Nel 1976 si comincia ad avvertire un senso di saturazione. Il 2 aprile 1976 alcuni esagitati arrivarono fino al punto di prelevare dai camerini, dopo un concerto al Palalido di Milano, un cantautore impegnato e “di sinistra” come Francesco De Gregori per riportarlo sul palco e “processarlo” in quanto “non abbastanza di sinistra”. C’è poi l’episodio del festival del parco Lambro, dove esplodono tutte le contraddizioni del mondo giovanile generando episodi di gratuita violenza che rovinano completamente quella che doveva essere solo una festa all’insegna della musica. La stagione del rock progressivo in Italia e del suo nuovo modo di proporre musica, dei grandi festival e dei concerti, è ormai alla fine. Per molti gruppi fu proprio questo clima di violenza in occasione dei concerti a determinare la fine della propria esperienza musicale. E’ il caso, ad esempio, dei De De Lind o dei Metamorfosi. Eddy Lorigiola, bassista dei De De Lind: «La decisione è stata presa all'unanimità. I motivi di questa decisione sono parecchi ma due in particolare sono stati quelli che ci hanno portato a questa scelta. Il primo fu quando subimmo il furto di tutti gli strumenti mentre il secondo si verificò all'uscita da un concerto che avevamo appena tenuto dove trovammo il nostro furgone letteralmente a pezzi. Ci guardammo in faccia l'uno con l'altro e, valutata la situazione, pensammo che l'unica via d'uscita possibile era sciogliere il gruppo» (23). Davide “Jimmy” Spitaleri e Enrico Olivieri, rispettivamente cantante e tastierista dei Metamorfosi: «Le cause del nostro scioglimento sono state molteplici... Ci sono stati problemi personali, di budget, ma soprattutto di spettacoli perché stava per finire questo momento magico dei concerti degli anni 70... Soprattutto la crisi dei concerti, perché per noi quella era la vita, d'altronde dopo aver fatto il disco, cosa fai, stai a casa ad aspettare? Devi seguitare a viverla la cosa, a maturare, a crescere» (24).


Enrico Olivieri (a sx.) e Jimmy Spitaleri dei Metamorfosi

L’impossibilità oggettiva di organizzare concerti in condizioni di sicurezza fu determinante per la fine del movimento progressivo. Va notato, infatti, che i guadagni derivanti da concerti e vendita di dischi da soli erano di solito insufficienti a garantire un avvenire professionale nell’ambito della musica.

1 I. MONTANELLI – M. CERVI, L’Italia degli anni di piombo, ed Rizzoli, Milano, 1991, p. 75

2 D. DELLA PORTA – H. REITER, Polizia e protesta – L’ordine pubblico dalla liberazione ai no global, ed. Il Mulino, Bologna, 2003, p. 267

3 I. MONTANELLI – M. CERVI, L’Italia degli anni di piombo, ed Rizzoli, Milano, 1991, p. 88

4 Da un’intervista pubblicata sul sito www.pagine70.com

5 Da un’intervista pubblicata sul sito www.pagine70.com

6 Citato da G. CASIRAGHI – M. CAPPON, Un Biglietto per l’Inferno – Un viaggio lungo trent’anni, ed La Vetraia, Milano, 2004, p. 42

7 G. CHIRIACO’, Area - Musica e rivoluzione, ed. Stampa Alternativa, Roma, 2005, p. 8

8 Da un’intervista pubblicata sul sito www.pagine70.com

9 Citato da D. ZOPPO, Premiata Forneria Marconi, 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico, ed. Editori Riuniti, Roma, 2006, p. 96

10 D. ZOPPO, Premiata Forneria Marconi, 1971-2006: 35 anni di rock immaginifico, ed. Editori Riuniti, Roma, 2006, p. 96

11 Citato da G. CASIRAGHI – M. CAPPON, Un Biglietto per l’Inferno – Un viaggio lungo trent’anni, ed La Vetraia, Milano, 2004, p. 24.

12 Citato da G. CASIRAGHI, Anni 70 – Generazione Rock, Ed. Riuniti, Roma, 2005, p. 129.

13 Da un’intervista pubblicata sul sito www.pagine70.com

14 Da un’intervista pubblicata sul sito www.deagostiniedicola.it

15 Da un’intervista pubblicata sulla guida dedicata al rock progressivo del sito www.guidesupereva.com

16 Citato da G. CASIRAGHI, Anni 70 – Generazione Rock, Ed. Riuniti, Roma, 2005, p. 166

17 Da un’intervista pubblicata sul mensile “Il Borghese” e reperibile anche sul sito ufficiale della band.

18 G. CHIRIACO’, Area - Musica e rivoluzione, ed. Stampa Alternativa, Roma, 2005, p. 23-248

19 Da un’intervista pubblicata sul sito www.pagine70.com

20 Citato da G. CASIRAGHI, Anni 70 – Generazione Rock, Ed. Riuniti, Roma, 2005, p. 115.

21 Citato da G. CASIRAGHI, Anni 70 – Generazione Rock, Ed. Riuniti, Roma, 2005, p. 115.

22 Citato da G. CASIRAGHI, Anni 70 – Generazione Rock, Ed. Riuniti, Roma, 2005, p. 59.

23 Da un’intervista pubblicata sul sito www.arlequins.it

24 Da un’intervista pubblicata sul sito www.arlequins.it

  

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