Retrospettive
Jugalbandi
di Donato Zoppo

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1) The view is better from the top of the food chain;
2) Yellow Star Mailing List;
3) The cram and stuff method.
(Great Artiste Records, 2000)

Come nostra abitudine rieccoci all’opera nella ricerca di talenti “nascosti” o più semplicemente localizzati al di fuori nelle direttrici di maggior rilevanza del “mercato” progressivo. Non potevamo esimerci dall’analizzare l’opera del chitarrista americano Greg Segal, se non altro per l’imponenza di un lavoro come questo.
Già negli anni ’80, con la indie rock band dei Paper Bag, Greg si era fatto conoscere dal pubblico più “smaliziato” (complice anche un contratto con l’allora forte SST, label che aveva Soundgarden, Saint Vitus e Sister Double Happiness nel carniere): l’amore per la libertà sonora e l’assenza di costrizioni è stato il “fil rouge” che ha segnato anche la sua cospicua produzione solista.
Jugalbandi è il duo che il baffuto strumentista di Portland (Oregon) ha allestito con il corpulento batterista Hyam R. Sosnow: l’opera è una trilogia registrata nei primi tre giorni dell’aprile del 2000, per la precisione dal primo al 4, solo con chitarra e batteria. I due si sono seduti, uno sguardo d’intesa (spesso nemmeno quello…) e via, senza alcuna convenzione né predisposizione. Ricordo anche che la registrazione, non poteva essere diversamente, è live, senza alcuna operazione di editing o remixaggio.
La scelta di un triplice album, venduto separatamente, è singolare: i due avevano l’esigenza di non disperdere quel materiale attraverso una selezione (che avrebbe anche rappresentato un contrasto con la libertà del progetto). Inoltre la suddivisione in tre distinti cd, con artworks e note diversi, favorisce anche un maggior approfondimento dei temi da parte dell’ascoltatore. In totale quasi 240 minuti di musica.



Certamente dei brani sterminati con due soli strumenti, nella maggior parte dei casi assolutamente privi di canovacci predefiniti, risultano quanto di più ostico possa esserci in circolazione. Come esempio prendiamo “The cram and stuff method”, il brano che dà il titolo al terzo tassello del mosaico: lunga, smisurata, avvolta su un mood funky che cresce e si dilata tra feedbacks, echi e accelerazioni repentine. Ci ritorneremo per spiegare il livello di improvvisazione che possiede.
Segal fa un uso alluvionale di effetti e ha una discreta padronanza dello strumento, quella “piovra” di Sosnow ha il ritmo nel sangue, dirige con “furbizia” ed asseconda con diligenza, ma echi e riverberi, glissando e tremolii, pedali e caleidoscopi ritmici non bastano a rendere il lavoro accessibile ai più. Immagino un incauto ascoltatore alle prese con una mole sonora del genere, ma anche i più avvezzi avranno difficoltà anon smarrire il bandolo della matassa.
Sono molto interessanti le note di produzione, grazie alle quali Segal ci illustra le procedure di studio con le quali i due sono giunti alla creazione dei brani. Il chitarrista ricorre ad un sistema con una tabella numerica composta da livelli d’improvvisazione: “IL1” corrisponde ai pezzi totalmente improvvisati, senza alcun cenno né accordo tra i due. Nulla se non l’inizio, nessun accordo, né espresso tantomeno tacito. E’ il caso di mastodontici e sconfinati dialoghi come “The view is better”, “Gidget goes canine” e “Get out and walk”: i due partono e non si sa cosa li fermerà, se la cena pronta, la moglie brontolona o il fascino di un’alba dopo una notte passata a suonare senza freni.
Prendiamo l’ultima delle tre composizioni nominate, che parte con un soffuso swing e avanza con terremotante decisione: le note riportano i motivi di assegnazione del titolo e soprattutto la struttura del brano, rivista e sviscerata “ex post” dai due. E’ interessante notare come, su ammissione dello stesso batterista, una parte cospicua del pezzo potrebbe essere la base per un altro.
Ricordo che lo schema prevede che, nel momento in cui un brano sia stato suonato anche solo una volta, esso non può più corrispondere al livello 1: questo perché l’averlo eseguito presuppone uno scambio di idee, anche inconsapevole, che preclude quella classificazione primaria.
Il livello 5 corrisponde alla composizione vera e propria, naturalmente nei tre cd di quella neanche l’ombra. Anche il livello 4, corrispondente alla struttura canonica del jazz, con i riff principali ed una parte centrale improvvisata, è assente. A Segal va comunque l’apprezzamento per aver studiato a fondo la materia dell’improvvisazione, qui elaborata in modo davvero “matematico”.
Diversi brani corrispondono al secondo livello, penso a “The toast beckons”, “Remebering precognition” o “Approaching readiness”: qui i due cominciano con un’idea comune (“facciamo un bel funk”…), con la sola scelta di un titolo o con un guizzo fulmineo, a sorpresa dell’altro.
Il terzo livello abbonda: brani come “Erwin Park”, “Dreaming in 9th” e “My Yiddishe Boogie” nascono da riffs già scritti e si evolvono su strutture nate al momento.
La trilogia non presenta differenze di sorta in quanto la suddivisione in tre cd è una soluzione di comodo, durano in media settanta minuti cadauno: si viaggia tra jazz e country, funky, rock e prog, hard/heavy e sanguigno blues, il piedistallo è comunque la psichedelia. Spesso si approda allo space, al desert rock e non sono rari i casi in cui i due (non sappiamo se consapevolmente o no) giungono a qualcosa di nuovo. King Crimson, Miles Davis, Pink Floyd, Can e Zappa potrebbero essere delle coordinate sonore spicciole, ma sarebbero comunque forzate. A tratti anche l’estetica surrealista che animava i primi Tangerine Dream ritorna, grazie al bombardamento di effetti dello stesso Segal.
La scelta “binaria” è penalizzante anche se, ammettiamolo, coraggiosa: l’assenza di un basso che coaguli i suoni e limi certe asperità gioca a sfavore. Le tastiere o i fiati avrebbero forse appesantito la struttura che, nelle originarie intenzioni dei due compari, doveva essere (ed è stata) solo ed esclusivamente bilaterale.
Chi ama Phish e Djam Karet, il free jazz o i Grateful Dead, è invitato a dare un ascolto: l’opera triadica ha realizzato bene l’intento di una perfetta simbiosi, mentale e musicale, tra i due sodali. Non sono mai assenti la scintilla o il furore creativo delle opere più felici dell’improvvisazione.
“La libertà d’espressione artistica soprassiede ogni regola, detta o non detta, scritta o tacita”. Sicuramente è un manifesto di sconfinato amore per la libertà, quello di Segal, molto più di tanti polemisti rock pronti a ritornare all’ovile per difendere il contrattino.
Per appassionati.


4) JUGALBANDI: 1999
5) JUGALBANDI: 1999 DEEP CUTS





Dopo la trilogia di album pubblicata nel 2000, l’inarrestabile duo si lancia in un’operazione di ricerca: scavando in polverosi archivi, tra ragnatele e misteriosi anfratti, i due trovano delle registrazioni risalenti al 1999. La Great Artists 89 pubblica così due dischi: “Jugalbandi: 1999” e “Jugalbandi: 1999 Deep Cuts”.


Si tratta del resoconto di spericolate registrazioni che Greg Segal e Hyam R. Sosnow hanno tenuto all’Unnamed Studio di Portland, nell’Oregon, durante l’ultima settimana di maggio del 1999, per la precisione tra il 23 e il 25 maggio di quell’anno. Abbiamo così la prima vera e propria incarnazione del progetto Jugalbandi, che nell’aprile del 2000 produrrà poi i tre dischi succitati.


Nei due nuovi dischi abbiamo ben 150 minuti di musica inedita: 13 brani di vero e proprio elogio dell’improvvisazione, nudi e crudi, “così come mamma li ha fatti”, senza alcuna operazione di overdubbing e re-mixing. Dal produttore al consumatore senza gli innumerevoli anelli della catena distributiva...





Ovviamente nulla cambia nella prospettiva e nei risultati del duo. Segal imbraccia la sua chitarra Gibson mentre il piedino smanetta sull’ampia pedaliera; il corpulento Sosnow siede dietro una colossale batteria Ludwig con doppia cassa. Nel concetto di “rock estemporaneo” che i due sviluppano non viene offerto il tempo di pensare agli ingredienti della pietanza sonora: psichedelia, free jazz, situazionismo RIO (vedi “Elmer season”), blues, funk, intuizioni zappiane, stoner rock e quant’altro, tutto si sussegue velocemente e senza soluzioni di continuità.




In “Deep cuts” troviamo brani eseguiti di nuovo, anche il giorno successivo. E’ il caso di “Uncle sun”: è uno dei pezzi che i due avevano in qualche modo elaborato anni prima, in questo caso dai tempi dei Paper Bag di Segal. “Atomic research in the quiet bunker” è un blues che gioca sui nomi Atmoic Rooster e Clive Bunker, storico batterista Tulliano. L’ottima “MIRV Gryphon” è invece un liquido rock psichedelico che la mancanza del basso non rende tagliente né spigoloso. Da segnalare anche l’incalzante free rock di “Under the bridge”, di cui compaiono due chilometriche versioni.

6) JUGALBANDI: NIGHT CRAZY



Prosegue l'avventura Jugalbandi nel magico mondo dell'improvvisazione. Un viaggio nella libertà più sfrenata, nella ricerca sonora più incontaminata. "Night crazy" è stato registrato tra il 30 settembre e il 4 ottobre 2003 - ovviamente in presa diretta senza overdubs - al Mahoozie Manor di Portland, Oregon.

Elemento distintivo di questo disco è la varietà di suoni (basta ascoltare il tuffo nell'India di "Ants ate my silkworms", lo pseudo folk di "Beanwater Junction") non chè la prevalenza di un livello 2 di improvvisazione. Tale livello corrisponde ad una previa discussione su un qualsiasi elemento (anche semplicemente il titolo, lo stile, un dettaglio), seguita immediatamente dall'esecuzione. Così si assaporano spaccati space-elettronici come "Successfully animated" (qui il duo gioca tra jazz, tape loops e "copia-incolla") oppure le tentazioni floydiane di "The lost transit center", la svagatezza alla Gong di "Pleasure circle".

Il livello 3 di improvvisazione parte invece da un elemento compiuto, che può essere un riff o un accordo di base, sul quale si improvvisa la struttura, l'arrangiamento e i soli. E' quanto accade nella seconda parte della stralunata "Beanwater Junction" e nella conclusiva "Defeat Garbanzo Medallion", un sano e rinfrescante blitz nel più fragoroso jam rock alla Djam Karet e Phish.

La sterminata title-track è invece l'unica espressione del livello 1: esecuzione estemporanea, immediata, assolutamente priva di discussioni o idee predeterminate. Quando il duo agisce così il fascino è assicurato: si coglie uno sviluppo musicale sorprendente, una sintassi e un pensiero in metamorfosi vivente.

Dalle sessions di ottobre è in arrivo anche una seconda opera, dovrebbe chiamarsi "Laydown Delivery". Ovviamente si resta in attesa.


Sito internet: http://www.jugalbandi-music.com

  

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