MovimentiProg ha il piacere di pubblicare la versione integrale dell'intervista (apparsa sul numero 25 di Wonderous Stories) realizzata con Enrico Rosa. Ringraziamo l'amico Tino Tozzi (Sezione Musica) per il suo prezioso e insostituibile aiuto.
Dal Campo di Marte alla “vecchia amicizia”: WS incontra Enrico Rosa
Faccia a faccia con il chitarrista toscano, appena tornato dalla Danimarca
A cura di Tino Tozzi e Donato Zoppo

Il Campo Di Marte era una delle più interessanti band del nostro rock progressivo. Il gruppo fiorentino, tra le più ricercate “one-shot bands” tricolore, era guidato dal chitarrista Enrico Rosa. Residente da anni in Danimarca e titolare di una gradevole discografia solista, il baffuto toscano è tornato da poco in Italia per impegni concertistici e discografici: ha infatti da poco pubblicato ConcertoZero, bellissimo live-album. WS ha approfittato del soggiorno italiano per incontrarlo nella sua residenza livornese.
Proviamo a ricostruire la genesi del Campo Di Marte: come e quando nacque la band?
La band è nata tra la fine del 1971 e l’inizio del 1972. Incontrai Mauro perché in quel periodo stavo sostituendo il chitarrista de La Verde Stagione e suonavo allo Space Electronic; lui in quel momento suonava in giro con diversi gruppi. Non ricordo bene cosa gli dissi ma avevamo voglia di fare qualcosa di interessante insieme, poi c’era questo Barducci che suonava il corno francese ma non lo usava mai, era persino diplomato in corno ma suonava le tastiere. avevamo
Nel 1973 arriva il primo album, molto apprezzato sia all’epoca che ora: praticamente uscì quando la band era già sciolta.
Non sono diventato miliardario con quel disco… Anche se il disco che si fece allora con la prima formazione (e in concerto mi divertivo molto con la seconda), oggi capisco che il vero disco interessante era il primo, non il secondo. Il secondo sarebbe stato interessante, un buon disco di fusion jazz, suonato con chitarre sax e due tastiere, ma avrebbe avuto un etichetta, fusion jazz. Era ispirato dal movimento fusion jazz, anche se suonato bene. Il primo no e nonostante sia stato fatto del meglio per ammazzare il primo progetto (esce il disco di una band che non esiste più…), esiste sempre oggi il primo, è incredibile.
E’ un lavoro unico ma quando lo hanno ristampato negli ultimi tempi la gente lo ha apprezzato come disco originale, diverso dagli altri: ogni recensione lo ritiene imprescindibile quanto Banco e PFM, molti scrivono sia il più originale, necessario per conoscere il prog italiano. Mi ha dato la possibilità di suonare ampiamente, suonavo tutto e se mi venivano idee diverse le mettevo. Però esiste come disco, dopo l’incisione la band era già sciolta. Oggi sarebbe impossibile, commercialmente è impossibile e la cosa mi sorprende ancora. Esisteva una cosa prima delle incisioni, poi il disco, poi un’altra band.
C’erano artisti ai quali guardavate con particolare favore?
Eravamo molto diversi. Io guardavo a Herbie Hancock, Miles Davis, Mc Coy Tyner, quella gente lì… Anche Beethoven e Bach. Gli altri invece conoscevano bene i Jethro Tull, ma non mi diceva nulla quella roba lì, loro invece erano molto ispirati da quel rock. Andai a vedere dal vivo con loro i Gentle Giant, quelli sì che erano davvero buoni, davvero, come suonavano! Nel caso dei Tull invece non c’era niente, pazienza, si arrabbieranno in tanti…

Veniamo all’album: un sound eterogeneo, tra strappi hard rock, richiami crimsoniani, folk e momenti più eterei. Con una particolarità: la prima band italiana ad avere due batterie!
Ed anche un corno francese! Uno strumento antico, e questa idea continua anche ora, ti riporta al Medioevo, a fare una relazione tra passato ed oggi. La musica ha sempre vissuto cosi e lo vivrà sempre. Questo è il bello della musica, che non sei limitato dagli strumenti di oggi e puoi mettere insieme tante cose di ieri, l’altro ieri e oggi!
Suddivisione in sette “tempi”, copertina curiosa, testi significativi: si trattava di un “concept album”?
La musica venne fuori in relazione agli strumenti che avevamo a disposizione: io suonavo anche un po’ di flauto, avevamo un corno francese, due batterie, potevamo fare tante cose, contrappunti con la chitarra sia classica che elettrica, un organo. Volevamo fare una cosa pesantissima, movimenti ritmici particolari.
Era una riflessione in due parti, con un chiaroscuro nel mezzo e un epilogo. Cominciava con quello che poi diventò il Sesto Tempo. La casa discografica pensava ad un impatto più commerciale, invece il disco avrebbe dovuto cominciare – secondo le mie idee – con la chitarra classica. Girarono tutto e il secondo lato divenne il primo, vollero un impatto più pesante. Dato che la suite è narrata da una musica figurativa, con questa bellissima immagine dei soldati marcianti, una cosa così bella, si fece la suddivisione in tempi.

Si dice che l’apporto di Gian Borasi, direttore della United Artists, fu determinante.
Lui decise di “girare” il disco, fu un’idea buona perché c’era un impatto: se fossero state rispettate le mie idee sarebbe stato troppo sofisticato, avrebbe avuto bisogno di un ascolto attento. Sai, ce ne sono pochi di ascoltatori così! In effetti tutte le recensioni che ho letto sono segnate dal riascolto del disco.

Era anche il periodo dei raduni e dei festival: eravate presenti in questi momenti di aggregazione?
No, non tanto. Abbiamo suonato molto allo Space Electronic a Firenze, poi come festival abbiamo fatto questo grande concerto a Mestre, ma non eravamo già più insieme, nel giugno o luglio del 1973, con Colosseum, Osanna. Noi dovevamo fare un grande impatto ma dall’incisione del disco non avevamo più suonato, io avevo il nuovo gruppo, volevo fare altre cose. Ci incontrammo a Firenze un po’ di tempo prima ma non c’era più la voglia, eravamo tutti in cerca di soldi e provammo a vedere cosa si poteva mettere insieme. Suonammo il terzo tempo e un pezzettino del secondo.
Subito dopo la pubblicazione dell’lp iniziaste a lavorare sul nuovo materiale: ci parli di questo “famigerato” secondo album?
Sì, avevamo scritto e inciso il nuovo disco, senza titolo, non ci avevamo pensato. Non concept né testi, totalmente strumentale, nemmeno una parola. Era quello il nuovo Campo Di Marte. Il master? Borasi mi telefonò, ha messo in movimento tutto e farà controllare tutto, ha messo in moto il vecchio direttore delle Messaggerie Musicali. Si cerca il master. Avevamo inciso persino un singolo! Un bel pezzo, commerciale, cantato, chissà dov’è… Si chiamava Si può riuscire.
Prima di partire per la Danimarca hai avuto la possibilità di entrare nel Banco e poi hai suonato con Renato Rosset (all’epoca appena uscito dai New Trolls).
Si suonava un po’ insieme con Renato, si fece un’orchestra da ballo a Genova, poi ci tenemmo in contatto. Poi andai via, lui in UK. Anche se il Banco è considerato uno dei più importanti e allora funzionava bene, non ho rimpianti: a dire la verità non ce la vedevo la chitarra nel Banco. C’erano già due pianisti. Il connubio piano-chitarra è un connubio difficilissimo, necessita di musicisti molto bravi e con rispetto reciproco perché si limitano estremamente. Si deve essere ad un livello particolare, nella stessa chimica, io l’ho incontrata molto raramente nei pianisti.
Il Banco suonava bene, Francesco aveva una gran voce e personalità, i due pianisti funzionavano bene ma era molto difficile. Avevano i due pianoforti molto interessanti, me li ricordo bene, lavoravano molto bene ma non mi ci vedevo con la chitarra. Suonai anche con Ares Tavolazzi, mi trovavo molto bene con lui: ricordo una serata con Demetrio e tutti gli Area, suonavano alla grande. Facemmo diverse serate anche con Capiozzo, facevamo una musica tendente al jazz. Poi non successe nulla, io andai in Danimarca e finì tutto.
In Danimarca hai iniziato una nuova vita: una compagna musicista e la famiglia, l’insegnamento presso l’Accademia di Musica Danese.
Ho iniziato facendo un sacco di concerti, poi in Danimarca facevano tanti programmi musicali jazz in TV, mi invitavano e suonavo come solista. Erano molto orientati al jazz.
Sei lì da molti anni ormai: qual è l’atteggiamento dei danesi verso la musica? Cosa differenzia gli ascoltatori italiani da loro?
Agli inizi degli anni ’80 lì il livello era altissimo: c’era una grande interesse per il jazz. Dexter Gordon, Stan Getz, Thad Jones, tanti pianisti americani che venivano dal be-bop vivevano lì. Tutto l’ambiente danese era di alto livello.
Pensa che i primi conservatori del jazz, blues, rock, latin siano stati fatti in Danimarca. Strutture statali con un circolo di persone molto in gamba. C’era la possibilità di insegnare questa musica per bene, io avevo studiato privatamente ma altri avevano le idee molto chiare e avevano studiato anche di più. C’erano strutture buone e i giovani avevano possibilità di studiare bene, arrivando ad alti livelli.
Nel 1980 arriva l’album Eureka, legato ad un episodio importante: di che si trattava?
Mi chiamarono a presentare una trasmissione in TV chiamata Eureka. Ero solista e dovevo suonare con un’orchestra. Io feci delle dimostrazioni per le chitarre Yamaha. Facevo due ore di concerto, la prima parte acustica e la seconda elettrica, facendo un po’ tutti gli stili, classica, jazz, fusion. In Giappone fu pubblicato il video di questo giro del mondo che feci.

Hai prodotto anche altri lavori: Made By Wind nel 1982, Scherzo Rosa nell’89, Guitar Versatile nel ’99. Puoi descriverceli?
Ci sono delle cose interessanti, bei pezzi, ero molto attivo ma non vedevo ragione di fare produzioni musicali da far circolare all’estero. Vivevo in Danimarca, lavoravo lì con le orchestre sinfoniche e le big band, come solista. Non avevo grande interesse ad uscire con i dischi dai confini della Danimarca.
Nel 2001 produci Passione E Musica. Un titolo davvero eloquente!
E’ come un viaggio musicale, mi piace molto. E’ un disco anche per dire: “Ehi guys, I’m back in town”!
L’album è all’insegna della più ampia fusione: jazz, folk, rock, funk: quali sono le tue fonti d’ispirazione e come nasce solitamente un tuo brano?
Ho tante fonti d’ispirazione, c’è tanto. Pensa a Livorno ‘73: un pezzo già inciso trent’anni fa con un flauto, un’altra melodia, come brano per la radio. Un altro pezzo era anche la sigla di Supersonic. Le radio mandavano musica 24 su 24 e lo mandai alla radio. L’ho risentito l’altro giorno con un amico, l’ho risuonata con la chitarra dalle corde d’acciaio. Aveva un bel movimento armonico.
Qui suoni con strumentisti danesi: qual è la differenza tra i musicisti scandinavi e quelli “latini”?
Erano molto bravi. L’estro italiano è speciale, però spesso i nostri musicisti hanno solo quello! Loro invece erano preparatissimi, gente affidabile, suonavano tutto bene e capivano tutto. Dopo 10 minuti di studio avevamo già inciso, in Italia ti serve un mese! Anche io in Danimarca mi sono sviluppato molto, ho imparato molto nell’orchestra e nelle big band, come nei gruppi jazz. Ho avuto questa grande possibilità e ho imparato a suonare tutto e bene!
Nel 2002 inauguri il progetto Rosae: di che si tratta?
Per il momento è la parte classica: brani classici ma l’idea è di re-incidere questo nostro concerto, dal Medioevo a oggi, sarà un cd molto più lungo, almeno un’ora e mezza come i nostri concerti. Lo abbiamo stampato a casa mia ma lo vendono anche in Messico!
L’album contiene brani tratti dalle opere di Haendel e Vivaldi: ascolti molta musica classica? Cosa ti ha lasciato l’opera di questi immensi compositori?
Questi pezzi di Haendel, Vivaldi, non erano mai stati suonati, era molto interessante. Ho sentito anche altre versioni con clavicembalo, il basso continuo, certo, molto belli ma anche il nostro non sfigura, poi c’è la chitarra.
E’ sicuramente molto affascinante condividere un’esperienza musicale con la propria compagna di vita: c’è qualcosa di particolare che lega te ed Eva da questo punto di vista?
E’ una bella lotta! Mia moglie Eva ha sempre ascoltato musica classica ma ascolta anche molta fusion jazz. Anche il CDM le era piaciuto molto!
Nel 2002 nasce a Genova il Centro Studi per il Progressive Italiano: grazie a te e alle tue donazioni il CSPI ha aperto un “fondo” (finora l’unico) presso il suo archivio.
Riccardo Storti e il CSPI non avevano informazioni e gli diedi molto materiale. Mi bombardarono di domande, ci telefonammo, peccato non esserci mai stato, vorrei andare lì da loro. Gli ho promesso di mandargli le note dell’arrangiamento del Concerto Zero.
Segui ancora la musica progressiva? Se sì, quali artisti ti stimolano in modo particolare?
No, anche perché come musicista, che compone e suona con tutti, la musica l’ascolti poco! Ascolti la musica che devi suonare! Ho ascoltato quello che capita, sì, ho continuato con quello che mi interessa, Chick Corea, Herbie Hancock, mi interessano molto. Poi sai, io insegno storia della musica jazz, ho dovuto risentire cose dall’inizio del 900, serve per fare analisi storiche, ma tutto relativo al jazz, blues, gospel, la musica nera e il suo sviluppo, anche il rock.
Cosa rimane di quella musica nel rock di oggi?
Quello che sento in giro è tutto commerciale. La radio ad esempio. Come gruppo rock mi è sempre piaciuto quello dei Toto: sono ottimi musicisti, scrivono un bel rock, è un rock davvero molto buono. Anche la PFM mi piace ancora, è sempre un buon gruppo, suona veramente.
Nel 2003 è uscito il tuo nuovo lavoro. Ancora una volta in coppia, con il pianista Ferdinando Argenti. E’ un omaggio ad una “vecchia amicizia”?
Un bel disco jazz, registrato in un giorno solo. Con lui già la prima volta che suonammo insieme nel 77 ci trovammo subito. E’ incredibile, se pensi che piano e chitarra nel jazz litigano subito. Il jazz lo insegna, non c’è posto per questi due, è una cosa rarissima, è un fatto di costruzione. Con Ferdinando c’è magia, tutti e due sentiamo tanto e siamo in grado di corrisponderci musicalmente. Capiamo le nostre intenzioni. O c’è subito o non l’avrai mai quell’intesa. E’ come trovare la donna giusta! E infatti con noi c’è anche Eva…
Questi due giorni che avevamo fissato per incidere, ci siamo trovati lì, due giorni di prova, avevamo delle idee, siamo andati in studio ed è risultato tutto molto facile, impulsivo, vivo, molto vero. Sai, era materiale difficile, con tante note sotto al naso, è successo così, era una bellezza suonare insieme, era come se avessimo sempre suonato. E tanta gente che ha sentito i nostri lavori è rimasta stupita. Dopo tanti anni è stato un modo per suonare una cosa vera, così, in modo diretto, immediato. Se pensi che Ferdinando è nato a Pisa e io a Livorno…
Boston non è dietro l’angolo, peccato perché vorrei suonare di nuovo con lui. E’ già cos’ difficile venire in Italia per me, forse verrà lui in Danimarca. Anche la copertina è molto bella, noi due che ci abbracciamo, una foto bella fatta da Eva a Boston.
A metà luglio 2003 hai tenuto due concerti con il Campo Di Marte. Dicci tutto!
Proponiamo il 75% del vecchio disco, riarrangiato diversamente, live funziona bene. Poi pezzi nuovi, sette brani in tutto, come al solito! Ci sarà anche un pezzo con Eva e io da soli, come c’era nel CDM, dove suonavo spesso da solo. Ma c’è stato anche il piano, le percussioni, un ¾ che poi diventa 6/4 dal titolo Rocky Bluesy, un rock blues molto interessante. Anche un groove in 11/8, una sorta di funky che si chiama Ta-pum! Si chiedono tutti cos’è quel titolo!
Il Primo Tempo viene suonato quasi interamente nella sua forma, viene aggiunto una parte del Settimo Tempo, come un cambio di scena nel mezzo del terzo, l’ho arrangiato così e poi rimane quel groove lì per dare spazio al bassista di fare delle cose, prima che ritorniamo indietro al finale del primo tempo che è molto sconvolgente. Quindi l’inizio del concerto è in effetti l’inizio ed il finale del disco messi insieme in un pezzo.
Mi sono reso conto che un concerto di rock progressivo con il Campo Di Marte è unico, puoi suonare musica vera, puoi suonare fusion, jazz, classica, un po’ di tutto, musica vera ed universale, senza limiti da parte di qualcuno. Ci ho messo trent’anni per rifarlo!!!

Nel corso di questi anni hai mai più visto gli ex membri del Campo?
No, l’unico è Mauro Sarti. In effetti il CDM in se stesso eravamo lui ed io. Mauro ha fatto in modo di mettere insieme tutto, le musiche le ho scritte io. Lui si occupava di tutto, anche come organizzatore di concerti. Era un grande per l’istinto musicale, per questo è molto interessante. Dopo trent’anni abbiamo avuto la stessa scintilla.
Marcovecchio andò a vendere le camicie dopo, si è ritirato dalla musica ma non so cosa fa ora. Bravo ragazzo ma non era sull’onda giusta. Non aveva l’istinto di Mauro. Barducci non sta molto bene, il corno non l’ha più suonato. Richard Ursillo era anche lui un bravo ragazzo ma non si sente bene ora.
Nei concerti con me c’è stato un pianista estone, di padre russo, di grande scuola musicale. E’ con me in Danimarca, un bravissimo musicista e grande amico, Alexander Martin Sass. Con lui mi sento al sicuro, è di grande livello, sai bene che non ti rovina e sarà con me nel nuovo Campo Di Marte.
Poi c’è Eva con i suoi strumenti antichi (flauti rinascimentali, dolci, bassi, contralti) ma anche uno digitale, è un bel contrasto, è lei a rifare con il digitale il corno francese. Tutti i pezzi vecchi fatti da lei sono perfetti, ha tutti questi flauti di legno, il traverso è troppo metallico.
Gli appassionati progressive attendono buone nuove dal Campo Di Marte: oltre agli impegni dal vivo ci sarà qualche novità in studio?
Sono pronte già da tempo…il materiale per un nuovo Campo Di Marte c’è, ma non ho tempo ora. Siamo stati impegnati sul cd live, che è la nuova produzione Campo Di Marte dopo trent’anni. Ho scritto un pezzo che si chiama Tracce di guerra, è molto bello, il testo riguarda il coinvolgimento di persone nella guerra che subiscono le decisioni dei potenti, si ritrovano come cadaveri sulle strade. Manderemo il disco a Bush… Che bel pezzo, composizione abbastanza lunga, poi quel testo, insomma c’è da lavorare!
http://www.campodimarte-italianprog70.com
http://www.sezionemusica.it
http://www.wonderoustories.it
Intervista raccolta da Tino Tozzi e Donato Zoppo.