Intervista a PINO SINNONE
batterista storico dei THE TRIP
Sappiamo tutti quale importanza abbiano avuto i Trip nel panorama del pop italiano, o progressive che dir si voglia, agli inizi degli anni ’70.
I Trip erano una band ibrida dal punto di vista della nazionalità. Discesero in Italia da Londra tra il ’66 e il ‘67 al seguito di Ricky Maiocchi, ex cantante dei Camaleonti, il quale andò in Inghilterra alla ricerca di un gruppo di supporto per la sua carriera solista. Maiocchi fu molto colpito dalla frenesia degli ultimi fermenti beat che di lì a poco si sarebbero trasformati nei vagiti sonori del rock più roccioso e sanguigno e nel vero e proprio movimento progressivo inglese.
La primissima formazione dei Trip vedeva in essa un membro importantissimo e storico quale un giovanissimo Ritchie Blackmore, il quale transitò in Italia, e soprattutto da Torino e dintorni, soltanto per tre mesi per poi tornare nella terra d’Albione per fondare i leggendari Deep Purple. Vi erano poi Billy Gray alla seconda chitarra, Arvid “Wegg” Andersen al basso (pronipote del famoso fiabista danese che scrisse la favola di Hansel e Gretel) e Jan Broad alla batteria.
Anche Jan Broad tornò in Inghilterra assieme a Blackmore perdendosi però nelle nebbie del tempo. Gray e Andersen rimasero in Italia e reclutarono un giovane tastierista di Savona, Joe Vescovi, il cui talento e la fama sarebbero poi esplose in seguito, e un batterista di Torino il cui nome circolava già per aver suonato con alcuni gruppi beat famosi della città: Pino Sinnone.
Sinnone sarà nella formazione dei Trip quando questi firmeranno il contratto con la RCA e produrranno i primi due dischi, forse i loro più importanti per il pop italiano: The Trip e Caronte. Subito dopo questi due dischi e aver girato un film surreale con la band (Terzo Canale: Avventura a Montecarlo), Sinnone abbandonerà il gruppo e verrà sostituito con un altro grande batterista torinese: Furio Chirico. Gray se ne andrà per registrare un album solista e più avanti morirà purtroppo tristemente per un male incurabile. I Trip rimarranno quindi in tre per registrare i loro lavori musicalmente più strettamente progressivi: Atlantide e Time of Change.
Sinnone vive e lavora ancora a Torino, e abbiamo avuto la fortuna di raggiungerlo telefonicamente per fissare un incontro, consegnargli il libro Racconti a 33 giri nel quale è citato il suo Caronte e fargli qualche domanda sul suo passato nello storico gruppo metà italiano e metà inglese.

Pino Sinnone oggi, tornato alle bacchette dopo 30 anni per suonare nella blues band torinese di Gualtiero Accornero.
Innanzitutto ti porgo i saluti di tutto lo staff di MovimentiProg, del Centro Studi per il Progressive Italiano e della rivista Wonderous Stories e un ringraziamento per la tua disponibilità e gentilezza.
Quando hai cominciato a suonare la batteria?
Ho cominciato all’età di 19 anni. Era il periodo in cui uscivo con la mia prima ragazzina e un giorno, sentendo un gruppo in una sala da ballo, i tamburi della loro batteria mi colpirono proprio dentro. Da lì decisi di andare a scuola di batteria e andai a scuola da un imbianchino per sei mesi. La mia preparazione musicale è durata sei mesi, dopo di che ho fatto tutto da solo.
Hai preso lezioni da qualcuno o sei autodidatta?
Tolte le prime lezioni di sei mesi, come ti ho detto, il resto l’ho fatto tutto da autodidatta. Studiavo da solo, mi facevo gli allenamenti per i polsi per l’indipendenza ecc. Tutto da solo.
Perché proprio la batteria?
Proprio perché sentendo le prime bande musicali, anche l’imbianchino stesso che mi ha dato lezioni, lo strumento che mi trasmetteva qualcosa dentro, una forte emozione, era proprio la batteria. I tom, il rullante soprattutto, un po’ tutto l’insieme mi hanno smosso qualcosa dentro.
Come e quando è cominciata la tua carriera musicale?
E’ cominciata dopo il militare, intorno ai 22 anni.
Beh, prima ancora suonavo nei complessini di quartiere, in cantina. C’era un certo Raimondo Giansereno, il quale poi sono venuto a sapere una quindicina d’anni fa che faceva parte del clan di una grandissima orchestra a Roma ed è diventato professionista. C’era anche un certo Dino Novara… comunque tutti ragazzi del borgo di periferia dove vivevamo. Il nostro primo gruppo si chiamava “I Pirati”, suonavamo nella zona che allora veniva chiamata “borgo cinese”, a ridosso della Fiat Mirafiori in Via Giacomo Dina, e facevamo cover degli “Apache”. Da lì poi ho cominciato a frequentare alcuni locali a Torino tipo la Barcaccia e il Mac one, quest’ultimo gestito da un certo Alfonsino che poi altri non è che lo zio di Furio Chirico (vedi l’intervista a Furio Chirico su questo stesso sito – n.d.r.) e ho cominciato ad entrare nell’ordine d’idee di provare a fare il professionista con la musica.
Il mio primo gruppo “I Pirati” divennero così gli “Asylum’s Group” da un locale che si chiamava appunto Asylum, nel quale tutti gli emergenti passavano di lì a fare delle audizioni. Il locale era gestito da un certo Luciano Bodina che era un dottore farmacista ed era anche appassionato di quel tipo di musica, ma in quel periodo c’erano anche Jerry dei Brutos, che ci seguiva un po’, e il fratello, del quale purtroppo non ricordo il nome, che gestiva la Barcaccia. Così ho cominciato ad entrare nel mondo musicale dei locali e andavamo a sentire tantissimi gruppi famosi che suonavano dal vivo… andavamo a sentire Celentano, i Ribelli, Morandi… così poi sono passato da tanti gruppi anche alle volte anonimi finchè non sono andato a finire con “Le Teste Dure”. Una curiosità: qualche tempo fa alla trasmissione “Cominciamo bene” hanno fatto vedere l’unico disco esistente in Italia de “Le Teste Dure” che ora vale all’incirca un milione delle vecchie lire. Facevamo comunque un genere molto beatnik come andava di moda all’epoca…
E’ iniziato così proprio con “Le Teste Dure” il mio vero ingresso nel mondo musicale professionale…
Il nome di Jerry dei Brutos è venuto fuori anche quando ho parlato con Furio Chirico circa i suoi trascorsi. Mi disse che fu proprio lui a introdurlo alla musica facendogli ascoltare per la prima volta un disco dei Beatles…
E’ proprio così. Oggi ritengo Furio uno dei migliori batteristi quasi quasi a livello europeo… dico quasi quasi per non sbilanciarmi troppo perché l’ho visto pochissimo suonare dal vivo, ma conosco bene la sua passione, il suo impegno e la sua esuberanza quindi posso immaginare cosa sappia fare. Adesso al giorno d’oggi posso dire che sono soltanto un’unghia di quello che è diventato Furio con la sua bravura - …l’anno scorso è stato invitato anche al Modern Drummer Festival negli Stati Uniti per essere premiato… - … sì, l’ho saputo e mi ha fatto piacere… e quindi sono molto contento di conoscerlo anche se non siamo più in contatto. E’ stato un periodo di movimento molto bello e intenso quello della seconda metà degli anni ’60.
Quali erano e quali sono i tuoi gusti musicali personali?
All’epoca ascoltavo molto rock ‘n’ roll, Elvis Presley e gli Shadow soprattutto. Adesso, invece, cerco di seguire un po’ di tutto proprio perché voglio rientrare nel mondo della musica e non farlo da sprovveduto. Quindi ascolto il jazz, la fusion, ma anche la musica classica. Come musica per l’ascolto preferisco quella con influenze funk, ma come esecuzione mi piace di più il rock-blues o il blues stesso.
Parlaci un po’ di com’era il movimento musicale a Torino in quei tempi.
Come un po’ in tutte le parti del mondo, c’erano tantissimi complessi che emergevano e tutti suonavano nelle cantine, ma soprattutto facevamo tutti la coda per andare a suonare nei locali. C’era veramente tanto movimento, e qualcuno è anche uscito da Torino, sia come gruppo che magari anche solo come singolo elemento di qualche gruppo. Il discorso di suonare all’epoca era molto passionale, c’è da dire questo. Eravamo anche uniti tra “rivali” o “concorrenti”, diciamo così, ed era perciò un ambiente sano. Adesso forse c’è meno ingenuità e il mondo è più corrotto, noi invece facevamo tutto con il cuore.
Hai iniziato suonando beat. Quali furono i tuoi primi gruppi e cosa ricordi di quel periodo?
Come ti ho detto, il mio primissimo gruppo furono “I Pirati”. Poi gli “Asylum’s Group” e poi le “Teste Dure” con i quali incisi e cominciai ad essere conosciuto, poi entrai subito nei Trip.
Facevamo un genere che veniva chiamato… “pop-art”… non so se adesso viene ricordato ancora questo nome... - sì, certo - …dove avevamo nel gruppo un certo Tom, che poveretto poi è morto in un incidente stradale, e faceva la lotta sul palco dove veniva buttata via la batteria a calci nei finali di concerto, quindi molto spettacolare, pop-art appunto. Questo mi è rimasto impresso perché trasmetteva al pubblico qualcosa di trasgressivo, che non si poteva fare normalmente e si usciva fuori dai canoni… - come Blackmore quando rompeva la chitarra - … esatto, o gli Who che spaccavano proprio tutto.
New Trolls. Parlaci della tua collaborazione con loro, in che periodo e come entrasti in contatto con un gruppo così importante?
Sinceramente devo smentire proprio questa notizia, che ho saputo che è circolata da qualche parte su Internet e non riesco proprio a capire come sia nata. Io non ho mai collaborato con i New Trolls.
Eravamo molto amici e avevamo molto rispetto reciproco, questo sì, ma di collaborazione non ne abbiamo mai parlato. Ammiravo molto Gianni Belleno perché è un batterista eccezionale che suonava col cuore, riusciva a trasmettere molte emozioni a chi lo ascoltava. Ripeto, non ho mai avuto contatti di collaborazione con i New Trolls.
Alle volte ci scambiavamo i componenti, io suonavo un po’ con loro e Gianni con i Trip, ma questo soltanto quando ci incontravamo nei Festival all’aperto e poi andavamo in qualche locale per delle jam-session molto sentite, ma niente di più. Te lo assicuro.
C’era quindi uno stretto legame tra gli ambienti musicali della Liguria e del Piemonte?
Eh sì, per via di Joe Vescovi dal momento che è di Savona.
Ti dico un’altra cosa. Noi eravamo molto amici dei New Trolls però quando, per esempio, noi andavamo a suonare allo Scotch di Finale Ligure, dove suonavamo spesso, e i New Trolls suonavano ad Alassio, c’era proprio lo scontro fisico tra le bande fanatiche dei Trip e dei New Trolls e arrivavano anche a menare le mani. Mentre noi, invece, dietro le quinte siamo sempre stati amicissimi e non abbiamo mai avuto uno screzio. Questa era una cosa proprio curiosa.
Come sei stato contattato dai Trip?
Mi ricordo che dovevo suonare con “Le Teste Dure” a Laigueglia, vicino ad Alassio, e di pomeriggio mentre stavamo provando per lo spettacolo serale, arrivò Billy Gray. Mi salutò: “Ciao Pino, come va?”, io lo conoscevo per aver frequentato i locali dove suonava, ma per me i Trip erano irraggiungibili perché si erano già fatti un nome e io li stimavo pensando che fossero proprio un bel gruppo. Per me era un piccolo sogno nel cassetto suonare con loro.
Trascorse qualche mese e nel frattempo avevo smesso con “Le Teste Dure” ed entrai nei “Rogers”, un gruppo di Vercelli, di Trino Vercellese per la precisione, che avevano inciso un singolo dal titolo “Guarda”. Mi chiamarono perché dovevano completare una registrazione e rimasi con loro giusto una settimana! Il Sabato di quella settimana, nella quale ero ospitato a Vercelli, tornai a Torino per andare al Mac one ad incontrare qualche amico. Chi ti vado a incontrare nelle scale del Mac one? Io scendevo e lui saliva, e da come era vestito, con un cappellaccio nero e un mantello, sembrava un pipistrello: “Wegg” Andersen. Col suo italiano stentato mi fermò e mi disse: “Pino! Io cercare te da tempo! Devi subito venire with us… come dire?… con noi… Scotch di Finale. Jan nostro batterista andato via così!” e schioccò le dita, “Noi non vogliamo più lui perché ubriacone! Tu venire a suonare con noi… subito!”. Se posso dirlo, appena ho capito quello che voleva dire mi sono cagato sotto! Gli dissi di darmi un po’ di tempo e lui trafelato: “Nessun tempo! Venire con noi subito! Prepara batteria e partire Domenica o Lunedì, in treno. Ti dò indirizzo…”, e così ho fatto! Dopo qualche giorno ho raggiunto i Trip allo Scotch di Finale e abbiamo provato insieme. Io non conoscevo l’inglese, non lo conosco bene tutt’ora, solo qualcosina, e non capivo niente di quello che dicevano tra di loro, meno male che c’era Joe Vescovi che è italiano e mi spiegava… Ebbene, la sera suonammo facendo i miei errori perché naturalmente non conoscevo bene i loro pezzi e non avevo avuto tempo per impararli. Mi ricordo che suonammo “Hush” dei Deep Purple che era proprio appena uscita… e così da lì in poi fu una grande emozione e cominciai la mia storia con i Trip.
Il tuo ingresso nei Trip è contemporaneo a quello di Joe Vescovi?
No. Joe Vescovi entro nei Trip forse 7-8 mesi prima di me, adesso non ricordo bene. Infatti i Trip dovevano venire a suonare a Torino al Crazy ma il titolare non li voleva in tre, perché in quel momento era appena andato via Blackmore ed erano rimasti con basso, chitarra e batteria. In quel periodo cominciava ad andare molto di moda l’organo Hammond e il Crazy non li voleva con quella formazione a tre. Mi pare di ricordare che il proprietario del Crazy fece conoscere Vescovi ai Trip, in quanto lui andava spesso in quel locale a suonare con un gruppo di Savona, dicendogli che era un organista favoloso. Provarono a suonare insieme e si trovarono benissimo, quindi Vescovi entrò nei Trip, e c’era ancora Jan Broad con loro.
Hai per caso qualche aneddoto sui motivi per i quali Blackmore e Broad siano stati solo tre mesi in Italia e poi siano tornati in Inghilterra?
Io mi ricordo che Wegg mi raccontava spesso che il motivo per il quale Blackmore se ne andava era che non gli piaceva il genere musicale che stavano facendo e che circolava in Italia. Era difficile entrare nel mercato italiano con il genere che volevano realmente suonare loro. Ricordo come fosse ora che Wegg mi raccontava di come a Blackmore piacessero soltanto due cose in Italia: donne e spaghetti.
Broad invece non è andato via: è stato mandato via. Lui quando cantava diceva soltanto stronzate in inglese, in quanto la gente non capiva, per via della birra. Devi sapere che quando suonava lui si portava sul palco una cassetta di birra e se la teneva lì accanto, quindi erano più le volte che era ubriaco di quelle in cui era sobrio. Hanno litigato in modo molto forte ed è stato cacciato dal gruppo.
Hai mai conosciuto Ritchie Blackmore personalmente?
Mai. Mi sarebbe sempre piaciuto avere la possibilità di conoscerlo ma purtroppo non si è mai verificata.
Come siete arrivati al contratto con l’RCA?
Un giorno siamo partiti da Cesano sul Neva e abbiamo deciso di farci tutta la costa bussando alla porta dei vari locali, proprio per mangiare e sfamarci perché non avevamo i soldi per vivere. Allora andavamo noi stessi a chiedere delle serate per poi prendere… adesso non ricordo la cifra ma rapportata ai tempi di allora, credo l’equivalente di 20 o 30 mila lire a testa… 10 o 15 euro, non di più… pur di avere qualcosa per mangiare e la benzina per arrivare fino a Roma. Eravamo decisi di andare fino al rinomato Piper di Roma, e una volta arrivati lì ci siamo presentati ai titolari che erano Bornigia e l’avvocato Alberigo Crocetta, che era il talent-scout che, prima di noi, aveva scoperto Patty Pravo, Mal e altri gruppi di minore importanza. Allora ci siamo presentati e abbiamo chiesto un’audizione letteralmente così: “Possiamo suonare? Noi siamo i Trip.” e lui si mise a ridere: “E chi sono i Trip?”.
Quindi eravamo un po’ spaventati e disillusi dal fatto che non ci conoscesse perché anche noi come gruppo avevamo un po’ di amor proprio e, avendo suonato abbastanza nei locali, pensavamo che il nome avesse girato, invece non ci conoscevano proprio. Sì, avevano sentito vagamente di Riky Maiocchi quando li aveva portati in Italia, ma nulla di più. Ci dissero che per suonare al Piper ci andavano dei gruppi famosi e già conosciuti nell’ambiente, e noi insistemmo dicendo di farci almeno provare e che se avessimo fatto fiasco non ci saremmo mai più fatti rivedere. Stabilimmo quindi una serata e con meraviglia nostra e di Crocetta la gente ci ha dato veramente ascolto ed era entusiasta. Al Piper non erano molto considerati i gruppi a meno che non fossero stati veramente di grido, perché il pubblico del Piper era ritenuto molto intenditore e di tendenza anche se realmente forse non lo era, però quella era la traccia. Dopo che suonammo il primo o il secondo pezzo, la gente si fermò di colpo da quello che stava facendo e si accalcò intorno al palco per sentire noi, i Trip. Erano meravigliati dal sound e dalla presenza scenica, in quanto c’erano Billy e Wegg che erano veramente due bei personaggi e colpivano con le loro movenze con gli strumenti, e Joe con la sua lunga chioma bionda dietro l’Hammond non passava inosservato, mentre io ero nascosto dalla batteria e la gente ci faceva meno caso.
Crocetta notò subito la reazione della gente e con la sua lungimiranza pensò: “Alt! Questi qui me li cucco io!”. Ci ha portati in ufficio dopo il concerto e per non sbilanciarsi troppo ci fece scendere dal piedistallo ideale su cui eravamo saliti e ci disse che probabilmente ci avrebbe dato una mano. Ci presentò poi ai dirigenti dell’RCA, i quali ci fecero registrare subito un singolo, una cover rock ‘n’ roll di un gruppo di cui non ricordo il nome, che andò abbastanza bene e piacque. Ci scritturarono quindi per fare dei dischi a 33 giri e da lì cominciò la storia discografica dei Trip.
Arriva così il vostro primo disco omonimo del 1970 molto rock ma con ancora strascischi di beat nell’unica canzone da te composta con Vescovi: “Una Pietra Colorata”. C’è qualche aneddoto particolare su questo?
Sì, c’è. Io sono sempre stata una persona molto sensibile e oggi, a 61 anni, sono molto disilluso dalla vita. Allora ero un ragazzo con dei sani principi e molto fedele sentimentalmente e ritenevo che il cuore di una persona fosse una cosa “sacra”. Nel mio immaginario pensavo a due fidanzati che si volevano molto bene, si affacciavano da un ponte e guardando verso l’acqua molto limpida del mare vedevano questa pietra tutta sola sul fondale. Allora pensavo a come quella pietra si sentisse molto sola, e a come si sarebbe sentita se avesse avuto la compagnia di un’altra pietra per amarsi, come facciamo noi. Alla fine il significato di “Una Pietra Colorata” era questo. Il testo che diceva: “Prendi un pietra tutta colorata sola in fondo al mare forse vuol parlare…”, in che senso vuol parlare? Cosa vuole dire? Vuole gridare tutto il suo amore per un’altra pietra.
In più c’è da dire che di solito la pietra è sinonimo di violenza… la pietra che viene scagliata ecc… però quello che volevo intendere io è che anche se la pietra viene lanciata ha un cuore quando la si tiene in mano.
Quindi tu hai composto solo il testo?
Sì solo il testo, sulla musica di Joe Vescovi. Lui tirò fuori la melodia e io ci scrissi su le parole. L’intenzione era quella di fare un pezzo commerciale per fare uscire un singolo, e quindi era più legato alle tematiche musicali beat che non alla sperimentazione hard rock mista alla classica come nel resto del nostro primo disco.
Difatti partecipò al Festivalbar del 1970.
Era un periodo molto favorevole e attento alle nuove correnti musicali. Ti saresti aspettato un successo di pubblico così improvviso?
No… no. Anche se, ripeto, c’era un pochino di certezza, un po’ di megalomania se vogliamo, ma leggera. Il fatto di essere un gruppo inglese, tanti concerti… però non ci aspettavamo un ritorno da parte del pubblico così a quei livelli. Lo notavamo soprattutto dal vivo, perché poi discograficamente non abbiamo avuto un successone… ma dal vivo riuscivamo proprio a interessare la gente.
Partecipaste a quasi tutti i famosi Festival all’aperto per i giovani di quegli anni a cominciare dal I° Festival di Caracalla. Cosa ricordi di quegli eventi?
Mi ricordo che lì a Caracalla girammo una scena del film “Terzo Canale”. Giulio Paradisi, il regista, ci disse che lì avremmo girato la scena finale del film. Saremmo dovuti andare a Montecarlo, come diceva il titolo del film, ma alla fine era Caracalla e andava bene lo stesso ai fini del film.
Ebbi un’ottima impressione del Festival di Caracalla. Adesso non ricordo il numero preciso di persone che vi parteciparono, oggi dicono circa 70 mila, ma io ricordo solo un mare di persone che affollava lo spazio davanti il palco, e quando salimmo noi a suonare la platea esplose letteralmente.
Foste anche protagonisti del film “Terzo Canale – Avventura a Montecarlo”. Raccontaci qualcosa di quell’esperienza e perché foste stati scelti proprio voi.
Non fummo scelti proprio noi. Eravamo in ballo noi e credo i New Trolls, però siccome il regista e la casa di produzione non avevano intenzione di spendere quattrini, cercavano un gruppo emergente o semi-emergente come potevamo essere noi per lavorarci sopra e fare una serie di film, una decina, sulla scia dei “Quattro Matti alla Corrida” degli Charlots, un gruppo francese. Questa serie di film dovevano raccontare le avventure e le vicende del nostro gruppo, come era stato fatto anche per i Monkees e altri, però senza che nessuno venisse pagato.
Io avevo la mentalità un po’ più commerciale nel gruppo, mentre anche Vescovi aveva una gran mente ma soprattutto musicale, e da buon hippie non si è mai interessato al lato economico delle questioni e non gli interessava affatto di guadagnare subito tanti soldi. A lui bastava che venissimo lanciati come immagine e questo primo della lunga serie di film sarebbe dovuto servire proprio a questo. Però alla fine delle riprese di “Terzo Canale” Joe Vescovi disse alla produzione che per proseguire con il secondo film della serie avremmo chiesto dei soldi e allora subito finì tutto lì e la produzione diede lo stop al progetto. Fu un vero peccato.
Nel ’71 viene pubblicato “Caronte” e la formazione che ti vede nelle sue fila entra nella storia del progressivo tricolore, venendo citata nelle maggiori pubblicazioni specializzate di allora e di oggi. Cosa hai da raccontarci su questo disco invece?
Questo disco come quasi tutti gli altri dei Trip è nato nella villa a Cesano sul Neva, come ti ho detto.
Mi ricordo che Joe mi parlava spesso di Janis Joplin e di Jimi Hendrix che erano morti, e voleva fare un disco che ricordasse questi grandi artisti. Siccome erano morti da poco, gli venne in mente l’Acheronte il fiume infernale e il personaggio che traghettava le anime sulle sue acque, Caronte appunto. Nacquero così tanti pezzi che lui componeva di notte. Mi ricordo che lui stava sveglio di notte per suonare e noi stranamente andavamo a dormire verso le 22, dato che eravamo stressati tutti il giorno dalle prove. Dico stranamente, perché di solito i musicisti raramente vanno a dormire prima delle 5 o le 6 del mattino. Lui il giorno dopo si svegliava ed entusiasta ci faceva sentire le sue composizioni, dicendoci: “Sentite ragazzi cosa ho pensato e composto stanotte!”.
Ecco: “Caronte” è nato quasi tutto così, dalla mente di Vescovi che componeva di notte, ed è così nato questo genere relativamente nuovo in Italia. E’ un disco soprattutto dedicato a Janis Joplin, Jimi Hendrix, con ”Ode a Jimi Hendrix”, e a due fratelli, con il brano “Two Brothers”, che venivano fuori da uno scontro con la polizia ecc.

Sinnone nel ‘71
Sia che nel vostro primo disco che in “Caronte” si riscontra ancora un certo legame con la psichedelia di fine anni ’60 e il rock-blues più seminale, derivativi ancora di certe sonorità inglesi e Hendrixiane. C’era una preponderanza chitarristica: era Gray che componeva per la maggiore o Vescovi aveva già un suo peso?
Vescovi ha sempre avuto un peso primario, ed era lui che suggeriva proprio lo stile del suono, gli assoli di chitarra più duri, meno duri, e suggeriva anche i tempi della batteria. Contrariamente invece che con Furio, perché lui aveva una sua personalità e un suo stile molto spiccati dettati da una notevole preparazione che io comunque non avevo rispetto a Furio. Io ero considerato un batterista buono ma mai ai livelli di Furio.
E’ chiaro: ognuno metteva del suo, ma era Joe che suggeriva tutto e la traccia principale era dettata da lui. Anche con Gray. Gray aveva una buona fantasia musicale ma non aveva una grande preparazione. Mi ricordo che Joe gli diceva che non doveva fare alcuni accordi in un certo modo, ma piuttosto in un altro, quindi gli suggeriva anche gli accordi da fare perché Vescovi suonicchiava pure la chitarra. Era proprio un musicista a tutto tondo e aveva le idee ben precise. Diceva addirittura a Wegg dove doveva mettere il dito per fare quello specifico accordo sul basso. Questo per farti capire che come gruppo riuscivamo a suonare abbastanza bene, ma non conoscevamo assolutamente la musica. L’unico era Joe che ci suggeriva tutto e componeva tutto. Il buon esecutore rimane sempre un esecutore, la genialità è tutta un’altra cosa.
Lui è un genio ma purtroppo alle volte eravamo in disaccordo. Come ti ho detto prima, io sono sempre stata una persona sensibile e altruista, e per questo quando incontravo i fans li abbracciavo o gli mettevo una mano sulla spalla. Facevo questo per farli sentire più vicini a qualcosa che loro adoravano, la nostra musica, o a noi, che idolatravano. Vescovi mi rimproverava dicendomi che davo troppa confidenza ai fans, cosa che non ritenevo vera perché il dare confidenza secondo me è tutta un’altra cosa. Secondo me era sbagliato che quando qualcuno gli chiedeva un autografo lui non gli desse proprio retta o gli rispondesse negativamente. Infatti, Vescovi era molto richiesto come tastierista però quando veniva conosciuto meglio molti dicevano: “Ma è uno stronzo!”. Questo non era vero, però assumeva degli atteggiamenti di superiorità che indisponeva le persone.
Ti ho detto questo per farti capire che Vescovi era molto importante per la sue capacità compositive e tecniche, però c’era questa altra faccia della medaglia del suo carattere.

I Trip nel ’71 all’epoca di “Caronte”. A partire da sinistra, per terra: Billy Gray e Pino Sinnone. In piedi: Joe Vescovi e Wegg Andersen.
Il vostro successo era in continua crescita così come le partecipazioni ai Festival all’aperto. Eravate molto richiesti. E’ vero l’aneddoto secondo cui Joe Vescovi incitò il pubblico a ribellarsi contro un ipotetico accordo tra giuria e giornalisti al I Festival d’Avanguardia e nuove Tendenze a Viareggio nel ’71?
E’ tutto vero. Infatti vinse Mia Martini. Tra l’altro, forse pochi lo sanno, Joe Vescovi era fidanzato con Mia Martini proprio in quel periodo, e lui ebbe il coraggio di ribellarsi davanti ad un pubblico enorme incitandolo a scagliarsi contro la giuria. Lui non lo fece con l’intenzione violenta, ma la violenza ebbe il sopravvento come succede con le grandi masse di persone. Secondo lui non era giusto che ad un Festival dedicato ai gruppi vincesse una solista, e quindi per lui era tutto premeditato. Io non l’ho mai saputo ufficialmente, ma anche secondo me ci fu una premeditazione perché tutte le pagine dei giornali furono per Mia Martini e ci fu veramente tanto clamore attorno a questa artista. Anche se vinse a pari merito con la Premiata Forneria Marconi, tutta l’attenzione fu concentrata su di lei.
In seguito a quel gesto di Joe, ci furono poi giudizi negativi su tutti i gruppi, e soprattutto sui Trip e Joe Vescovi, da parte della stampa. Un giornalista in particolare cercò di ribaltare il fatto che noi fossimo dalla parte del pubblico, dicendo che invece Joe mangiava caviale e beveva champagne prendendo la gente per il sedere per farsi solo pubblicità, mentre non era assolutamente vero. Anche se avevamo fatto già dei dischi, eravamo ancora agli inizi e non navigavamo certo nell’oro.
Joe non ci avvertì di questa reazione improvvisa che ebbe, e ci meravigliammo noi stessi, però lo seguimmo ciecamente e lo spalleggiammo a causa dell’amicizia che ci legava e perché credevamo anche noi che il Festival fosse pilotato.
Cosa successe poi? Perché lasciasti i Trip?
Successe che a cavallo tra il ’71 e il ’72, o era il ’72 a cavallo del ’73 non ricordo bene, suonammo in una località vicino Roma, Civita Castellana, e al ritorno dormimmo in pensione. Il mattino dopo trovammo una brutta sorpresa: ci avevano rubato il furgone con tutta la strumentazione. Tutti eravamo delusi da tutto questo, e io dissi agli altri che non potevamo più andare avanti così se non facevamo un genere discograficamente commerciale che vendesse tanto, ci facesse emergere e ci facesse guadagnare i soldi necessari. Poi avremmo potuto fare anche il genere che volevamo, ma io proposi di cominciare a fare qualcosa che vendesse. Joe mi inveì contro dicendomi che cominciavo a essere vecchio - io avevo 28 anni mentre Joe ha cinque o sei anni meno di me - , e che avevo una mentalità di vecchio stampo. Lui voleva continuare con quel genere musicale e quindi è nata un po’ per volta la rottura con i Trip proprio a causa di questo furto. Voleva dire spendere dei milioni per ricomperare tutta la strumentazione e noi non avevamo tutti quei soldi. Alla mia proposta di cambiare genere e fare qualcosa di più commerciale per fare soldi, ci furono molti screzi e quindi dissi basta e me ne andai. Decisi di chiudere completamente con la musica, perché essendo ancora una volta una persona molto sensibile me la presi in maniera esagerata e fui sicuramente troppo impulsivo, cosa che capii con l’età e col senno di poi. Ma comunque i Trip sparirono poi l’anno dopo, quando mi sostituì Furio, proprio a causa secondo me del genere musicale che suonavano. Anche se è un genere bello che oggi viene apprezzato ancora di più rispetto ad allora, all’epoca la gente non riusciva a capirlo ed era un genere troppo avanti: la gente non riusciva ad apprezzare le suite come in “Caronte” e per quello io proposi di fare un genere più commerciale. Figurati poi le cose più complesse di “Time of Change”. Forse i Trip erano già destinati a scomparire.
Mi ricordo un altro particolare: noi eravamo molto apprezzati dai musicisti stessi. Ci apprezzavano Celentano, Gianni “cocaina” Dall’Aglio dei Ribelli, Demetrio Stratos stesso. Noi piacevamo ai gruppi. Avevamo sì i nostri fans, ma erano una minoranza che compravano i nostri dischi, mentre dal vivo facevamo sempre il pienone.
Cosa ne pensi dei loro lavori dopo il tuo abbandono?
Te l’ho già detto prima: era un genere incomprensibile per la maggior parte delle persone. La colpa, se così vogliamo chiamarla, è tutta da attribuire a Joe Vescovi purtroppo, perché lui era la mente, il braccio, e tutto il resto, dei Trip, e precorse troppo i tempi facendo un genere musicale non digeribile dalla massa. Forse se avessero conosciuto una casa discografica che avesse creduto di più nei Trip e nel genere che stavano suonando, sarebbero esplosi a livello mondiale e avrebbero avuto tutte le carte in regola per farlo. Ti parlo del dopo-Sinnone.
In quanto al genere musicale, era un po’ troppo astruso anche per me. Io guardavo molto l’espressione e le reazioni del pubblico quando suonavamo, e notavo che alle volte rimaneva un po’ allibito. Piacevamo perché, ripeto, c’era un forte fattore scenico ed eravamo incisivi tecnicamente, però la gente rimaneva un po’ perplessa. E così fu anche per “Atlantide” e ”Time of Change”, bellissimi e con degli enormi virtuosismi ma non si va avanti solo con questi. Se vogliamo citare per paragone i musicisti nel mondo, i più grandi geni sono poi alla fine i più poveri, forse, tutto sommato.
Vescovi era molto geniale, molto estroso, però peccava anche molto di presunzione e fu causa del nostro disfacimento. Pensa che arrivò a dire che Joe Vescovi non poteva plagiarlo nessuno e io gli rispondevo che erano stati copiati Beethoven, Mozart ecc. e affermare che Vescovi fosse unico era veramente da presuntuoso, e litigavamo. Essendo all’interno del gruppo io conoscevo bene il carattere borioso di Joe Vescovi e questo lo dico non per criticarlo, perché glielo dicevo sempre in faccia quanto fosse presuntuoso. E poi abbiamo visto tutti quanti come è andata a finire…
Sei ancora in contatto con qualcuno di loro?
Ho sentito Joe Vescovi al telefono qualche mese fa a proposito di fare qualcosa insieme, ma adesso è un po’ che non lo sento più… poi ho sentito Wegg cinque o sei anni fa che mi promise di farsi sentire quando sarebbe venuto in Italia, ma non seppi più niente purtroppo, neanche se venne effettivamente in Italia… ha cambiato anche numero di telefono che non è più quello in mio possesso, e credo che si possa chiedere solo a Joe Vescovi se sia ancora in contatto con lui …
Hai sentito la mancanza del mondo patinato della musica quando hai intrapreso una vita “normale”?
Sì tantissimo. Anche prima di entrare nel mondo della musica, essendo sempre stato una persona corretta, ho sempre rifiutato il sistema di questa società. Poi molte volte diamo la colpa alla società per le cose che succedono, ma la società siamo noi… E’ chiaro che quando ho lasciato il mondo dorato della musica mi ritrovato improvvisamente coinvolto nel caos della società di tutti i giorni, ho avuto dei grossi rimpianti e mi sono pentito delle scelte che ho fatto e delle mie reazioni. Ho dovuto però alzare la testa e andare avanti e cercare di inserirmi al meglio in questa società, che io ho sempre definito… di “merda”. Ho avuto molte difficoltà a inserirmi da subito per via dell’età. Avevo già sui trent’anni ed ero ritenuto vecchio per il mondo del lavoro e ho dovuto quindi fare dei salti mortali, arrangiandomi come meglio potevo. Ho dovuto adattarmi a fare il rappresentante, il magazziniere in una casa editrice. Se vogliamo, ancora adesso a 61 anni faccio fatica perché comunque quando suonavo non versai alcun tipo di contributo, e quindi devo ancora lavorare per sbarcare il lunario e arrivare a una pensione dignitosa.
Anche se ho un rifiuto interiore per questo tipo di società, accetto questo modo di vivere comunque a causa dell’esistenza di mio figlio Christian, che è l’obiettivo primario del mio continuare a vivere.
Anche se lui è già grande e ha preso il volo (anche lui suona la batteria e sta andando a scuola da Furio Chirico – n.d.r.) è lui il mio scopo primario.
Dopo i Trip hai poi continuato a suonare per conto tuo?
No, la feci finita totalmente. Infatti, solo oggi nel 2003 ho ricominciato a prendere in mano le bacchette, perché le avevo proprio appese al chiodo. Questo perché la mia personalità inconsciamente mi suggerì di fare così, anche se probabilmente fu una scelta sbagliata, per non scoprire poi col passare degli anni un lento declino artistico e personale che sarebbe poi inesorabilmente arrivato, e per non cadere quindi in una profonda depressione. Quando lasciai i Trip me lo imposi come monito: volevo soltanto ricordare Pino Sinnone come era e non mi interessava come sarebbe diventato. Difatti ho smesso proprio all’apice del nostro piccolo successo.
So che adesso suoni in una blues band. Ce ne parli brevemente?
Sì, ho ripreso proprio da poco. Da Dicembre dell’anno scorso ho ricominciato a frequentare questi locali dove si suona musica dal vivo, e ho riprovato le stesse emozioni che ebbi da ragazzo quando sentii le prime percussioni. Ho avuto lo stesso richiamo. Un po’ spinto da amici, un po’ la voglia che mi era tornata ho deciso di tornare a suonare. Ho conosciuto Gualtiero Accornero e la sua blues band, il quale è venuto a sentirmi suonare in una jam session al Mediterraneo, dove si fanno spesso jam aperte a chi abbia voglia di suonare, e ha pensato, come mi ha detto lui: “Accidenti, che batterista!”, mentre io ero proprio a zero dopo ben 29 anni che non suonavo! Nonostante quello, gli dev’essere piaciuto un qualcosa nel mio modo di suonare, un tocco particolare, e mi chiese di unirmi al suo gruppo, anche perché il loro batterista se ne era andato e ne cercavano uno.
Come un segno del destino, si era ripetuta la storia come con i Trip, quando Wegg mi chiese di andare a suonare con loro perché avevano cacciato Jan Broad. Gualtiero mi ha chiesto: “Vieni a suonare con noi?” e io, non potendo resistere al richiamo, ho deciso di tornare a suonare. E adesso sono molto contento di essere tornato a coltivare quello che è diventato un hobby, rispetto ad una volta.
Saresti ben disposto a fare una reunion, come va di moda?
Sì certo. Soprattutto perché tornerei indietro di 30 anni, e non solo fisicamente perché bisogna comunque accettarsi così come si è, ma proprio mentalmente. E’ bello pensare che ho fatto un po’ di storia con un gruppo musicale e ho lasciato un piccolo segno in un certo periodo di tempo che poi si è rivelato importante. Come ti ho detto prima, ho sentito Joe qualche mese fa al telefono ed era proprio a tal proposito. Lui aveva intenzione di riformare i Trip, ma poi non l’ho mai più sentito…
Secondo te ci sarebbe ancora spazio per un musicista del tuo stampo?
Ce ne sono tanti musicisti al giorno d’oggi, molto molto più bravi di me. Io sono sempre stato un batterista mediocre, ma la cosa bella era che ciò che sapevo fare lo tiravo fuori con passione, ero molto emozionale. Al giorno d’oggi molto spesso le produzioni discografiche sono false. Certi gruppi non mi piacciono non per il genere che fanno ma soprattutto per l’esecuzione quasi senz’anima.
Alle volte non mi emozionano anche forse per colpa della troppa tecnologia che c’è dentro, ma anche per il modo di apparire troppo esasperato che non ha senso. Io per esempio ho avuto modo di sentire il batterista dei Pantera: è eccezionale, molto bravo. Ma non riesco a capire il senso di tutta questa aggressività esasperata. Mentre seguo molto volentieri la cover band dei 60/70 qui a Torino perché ripropone la musica dei Deep Purple, a cui sono molto legato, e mi fanno tornare indietro a 30 anni fa quando la musica si componeva e si eseguiva col cuore, non col mero intento commerciale.
Cosa ne pensi delle iniziative che molti di noi appassionati stanno portando avanti, come il CSPI, le varie fanzine e i portali Internet come Movimenti Prog e altri, e cosa vorresti dire loro?
Vi faccio molti complimenti perché comunque essendo dei ragazzi giovani e non avendo vissuto personalmente questo genere musicale, e anche le storie vissute dai gruppi musicali, siete ammirevoli. Siete andati a scoprire qualche cosa che la musica avrebbe dovuto trasmettere ad un pubblico oggi non più giovanissimo, che allora forse non era ancora in grado di capire cosa noi volessimo intendere con questo genere di musica.
Devo dire una cosa. Mi rendo conto soltanto adesso di come fossi considerato allora, anche come Pino Sinnone. Io non mi rendevo assolutamente conto di essere a quei livelli, anche se con stupore e con gioia vedevo il riscontro da parte della gente. Adesso mi rendo conto di più che ho fatto, nel mio piccolo qualcosa di storico, e questo grazie anche alle vostre realtà “giornalistiche” di appassionati.
Ti ripeto, per l’epoca, più di 30 anni fa, noi facevamo un genere veramente nuovo e ci rendevamo pochissimo conto delle piccole rivoluzioni che apportavamo. La nostra veniva definita “musica impressionistica” anche perché Joe Vescovi, e noi a ruota dietro di lui che accettavamo tutto quello che faceva, si ispirava alle opere d’arte come La Divina Commedia per comporre, nel caso di Caronte, o ai vari quadri famosi che vedeva in giro, e da lì traeva le sue ispirazioni per i brani musicali… - quindi riconfermi che Joe Vescovi è un genio…- …sì, assolutamente sì. Peccato perché non era incompreso, ma era lui incapace di farsi comprendere dagli altri a mio modesto avviso. Uno non può pretendere di essere compreso se poi non riesce a farsi comprendere, e se uno ci riesce bene è dovuto solo alla fortuna ed è molto difficile purtroppo.
Ti ringraziamo ancora una volta, Pino, per la tua gentilezza e disponibiltà, e ti salutiamo invitandoti a visitare i nostri siti, leggere delle nostre iniziative e farci sapere qualsiasi tua opinione.
Io vi rinnovo i complimenti perché siete veramente bravi ad avere e coltivare questa passione. Ricambio i saluti a tutti voi.

I due dischi che hanno reso famoso Pino Sinnone con i Trip.