Fabio Zuffanti
di Donato Zoppo
Finisterre - Hostsonaten - Merlin La Maschera di cera - Quadraphonic - LaZona
FINISTERRE - Finisterre (Mellow Records 1994)Il miglior progressive dalla fine dei 70s. Tutto ha inizio con l'omonimo lp del 1994. Un lavoro di grande fascino, un'atmosfera inedita per quel periodo, una proposta ricercata e riflessiva, romantica ed energica, surreale ed epica. Composizioni memorabili, dall'apertura vagamente orientale di "Aqua" e dall'aura mitica di "Asia", con le grintose chitarre di Marelli ed il drumming deciso di Cavani, il flauto di Grazia a dettar legge; in "Macinaacqua, macinaluna" si scontrano le influenze rock di Marelli e Zuffanti con quelle classicheggianti di Boris Valle, tastierista estroso, presenza determinante per il sound del quintetto. Sperimentale ed oscuro il jazz rock di "Dal Caos", magniloquente ed imprevedibili "Isis" e "Cantoantico", a testimoniare che è nella lunga durata che il suono della band si esprime alla perfezione: le influenze Genesis/PFM/Pink Floyd lasciate andare in un inebriante calderone dove la via tutta personale e "latina" dei cinque è ormai chiara. Lo spettacolo di "Syn" poi, vero e proprio manifesto sonoro e profetica composizione già legata alla produzione futura, più sperimentale e ricercata.
FINISTERRE - In Limine (Mellow Records 1996)
Il titolo del secondo album è sicuramente emblematico. "Al confine", "al margine", è qui che risiede la musica di Zuffanti & Co., musica capace di permanere dietro lo steccato del prog eseguendolo con fantasia ed intelligenza, all'occorrenza coraggiosa tanto da uscirne esplorando territori ignoti o semplicemente inconsueti. Tutto questo è "In limine", fatica più complessa, difficile anzi, tuttavia affascinante perché in grado di confermare la freschezza dell'esordio, di colmarne le lacune o di limarne le ingenuità. La Biagini al flauto, inserito Mazzocchi, aggiunta una poderosa sezione di fiati (tra cui l'onnipresente Edmondo Romano) e un ampio coro, il buon Valle aggiunge poi una strumentazione rigorosamente analogica. Oltre a questo assistiamo ad una ricerca estrema ed avanzata che collega il tutto direttamente a "Lizard" dei King Crimson o alle opere del primo Battiato: il caleidoscopio della title-track o di "Idenkleid…", composizioni che passano con disinvoltura dal jazz lunatico di marca Canterbury a Satie, dal folk alla sperimentazione elettronica. Il rock progressivo, mediterraneo ed elegante, della suggestiva "Hispanica" o quello più pachidermico della statuaria "Orizzonte degli eventi" testimoniano lo sforzo creativo "nei confini". Mai così forti sono stati i legami con il jazz, quello elettrico e quello contemporaneo più colto, "Algos" ne è chiara testimonianza con i suoi singolari inserti di piano e fiati. Così la stessa "Preludio", in cui tra bisbigli e sussurri esplode un crescendo coltraniano di grande intensità; particolari i ricami di "XXV", su un sonetto di Keats. Un lavoro elevatissimo, troppo compunto od eccentrico in certi casi, diverso dal primo perché più cerebrale ma pregevole come pochi. FINISTERRE PROJECT - Hostsonaten (Mellow records 1997)
Già durante la stesura di "In Limine" Zuffanti sente il bisogno di dirigere lo sforzo compositivo verso lidi più intimisti e romantici, altrettanto progressivi ma maggiormente delicati, meno sperimentali: nasce così il progetto Hostsonaten, "Sinfonia d'autunno" (un film di Bergman di cui Fabio è grosso estimatore). All'album in effetti partecipa l'intero "staff" dei Finisterre più presenze importanti come Romano ed Osvaldo Giordano. Album poderoso, "Hostsonaten" si accentra nella suite omonima, 40 mastodontici minuti di puro prog, incontaminato e "pastorale", con una predilezione per le atmosfere acustiche e riflessive, rotte spesso e volentieri da fughe strumentali in cui Marelli, Giordano & Co. spiccano per bravura ed intelligenza. Una composizione elaborata in cui il folk europeo ed andino, il prog, l'hard rock e vaghe tracce new age non sono che piccole dosi. Altrettanto interessante è "The rime of the ancient mariner", oscura e misteriosa, ispirata alla poesia di Coleridge e vicina ad atmosfere care agli Anglagard, con le felici parti vocali di Claudio Castellini (non così quelle di Zuffanti, meno a suo agio) Completa il tutto una coppia di cover, "Sinfonia della luna" e "Remember you", rispettivamente dei giapponesi Mugen e Cinderella Search, un inedito omaggio a chi già in passato si era ispirato, seppur dall'altra parte del mondo, a tonalità e colori più tenui, lievi, ora lugubri e "cavernosi".
FINISTERRE - Live…ai margini della terra fertile (Mellow 98) Due considerazioni: il primo live-album dei Finisterre contiene otto brani che testimoniano il coraggio, l'intelligenza e l'ampiezza della musica dei genovesi; in secondo luogo questo live non è solo un emblema della loro professionalità on stage ma anche una conferma della tendenziale e naturale presa di brani che in studio erano per certi versi inferiori. Otto brani equamente rappresentativi dei due album precedenti con i quali la band trattiene le ingenuità del primo e le atmosfere cerebrali del secondo per rilasciare un sound caldo, avvolgente ed epico, vera espressione di creatività. Andrea Orlando (ex Malombra) rileva Mazzocchi alle pelli, ritorna il flautista Grazia e la band stupisce con ogni pezzo, in particolare "Hispanica", più aggressiva e ruvida, il medley "Preludio/Asia/Syn" e l'esplosiva cavalcata di "Phaedra". La maestosa "Orizzonte degli eventi" risulta relativamente semplificata, più scorrevole ma non meno affascinante. Veramente ottimo. HOSTSONATEN - Mirrorgames (Mellow Records 1998)
Il secondo lavoro targato Hostsonaten sembra voler aggiustare il tiro rispetto al precedente, concentrandosi su due suites e su quattro brani più brevi. Formazione invariata, unica novità l'entrata del batterista Orlando (alla prima prova in studio) e Marco Moro al flauto, già ospite nel precedente live. Possiamo considerare "Mirrorgames" vicino al suo predecessore: brani di lunga durata avvolgenti ed affascinanti, con forti infiltrazioni folk e celtiche, solenni cori femminili ed atmosfere in generale cangianti ed intimiste. Peccato per le parti vocali che stonano con il resto del lavoro, tuttavia la presenza di fiati e tastiere risulta incantevole e piena di lirismo, vedi l'apertura di "The Dream" o la chiusura di "Ellipsis", le due suites con cui Zuffanti definisce il suono, circoscrivendolo senza però arginare l'ispirazione ed il fervore creativo. La seconda parte di "Rime of the ancient mariner" conserva, come la prima, quell'atmosfera oscura e spettrale; "Mirrorcloud" e "Season of eve" testimoniano poi la voglia di spaziare contaminandosi col folk, la ballata dal sapore rinascimentale ed anche nordeuropeo. La breve e sognante "There's a certain slant of light" avvolge con il suo piano e l'aria dolce. Anche in questo caso un bel lavoro sebbene certe imperfezioni lo rendano inferiore al suo predecessore FINISTERRE - In ogni luogo (Iridea/Musea 1999)
Il terzo Finisterre sembra essere ricordato più per le polemiche circa la sua presunta "commercialità" che per la bontà della track-list: la band cerca un'audience più ampia, lascia la sanremese Mellow per la giovane Iridea e prova la carta di un sound più "semplice". La semplificazione c'è, sia nelle ritmiche più compatte e potenti di Zuffanti ed Orlando che nella presenza più "moderna" delle tastiere di Valle o nelle adamantine chitarre di Marelli: è vero che a tratti si sfiora l'hard rock, in altri casi il post rock e l'elettronica ma l'album è paradossalmente il più personale della band, perlomeno quello in cui il progressive è solo un elemento. Un rock sperimentale ed onirico in cui i Camel incontrano i Radiohead, con brani memorabili come la stupenda "Snaporaz", dove gli inserti di archi e le ritmiche più nervose sottolineano la voce del compianto Mastroianni e della Ekberg, direttamente prelevate da "La dolce vita"! Irriconoscibile la band in "Coro elettrico", un hard d'assalto, frippiano e nevrotico, con imprevedibili tratti "gitani" ed elettronici, le inflessioni cameliane di "Tempi moderni", "Ninive" e "Agli amici sinestetici" in bilico tra fragori elettrici e romanticismo, più vicine a certo post rock venato di jazz e psichedelia la title-track e "Continuità di Lara nel tempo", questi i tratti marcanti di un bel lavoro, non all'altezza però dei due precedenti. FINISTERRE - Live at ProgDay 1997 (Proglodite Records 2000)
Secondo live-album per la band sebbene risalente a tre anni prima con la splendida esibizione che la band tenne al ProgDay Festival 97 di Storybook (Chapel Hill, NC): un album in edizione limitata che sarà poi ristampato nel 2001 dalla Moonjune Records, con l'aggiunta della cover di "Alta Loma" della PFM. Performance esemplare della bravura del quintetto e della sua capacità di eseguire i brani in studio con verve, signorilità ed innovazione. Su tutte spicca "In Limine", come al solito variopinta e coinvolgente, la roboante e solenne "Cantoantico", la conclusiva "Phaedra", anch'essa come sempre epica e sfavillante. Ottimo. FABIO ZUFFANTI & VICTORIA HEWARD - Merlin (Iridea 2000)
L'opera più ambiziosa firmata da Zuffanti è la poderosa rock-opera "Merlin", scritta insieme alla poetessa e drammaturga inglese Victoria Heward. Di solito un'impostazione del genere prelude ad un lavoro non soddisfacente, molto spesso (vedi Yes o ELP, ad es.) rock ed ambizione hanno partorito grossi fallimenti, fortunatamente non in questo caso. Opera rock nel senso più stretto, ispirata alla figura del mago più celebre della storia senza l'alluvionale contorno di fate e gnomi, puntando anzi sull'approfondimento di Merlino come uomo ed in rapporto con la natura. Un doppio album con una produzione ed uno sforzo di notevoli dimensioni, articolato su diversi movimenti ed interpretato da un lotto di vocalist tra cui mi piace ricordare il bravissimo Alessandro Corvaglia nel ruolo di Merlino e Nadia Girardi in quello di Gwendolin, il buon Marelli nei panni di Re Artù. Poderosa la presenza di coristi e di musicisti, vecchie conoscenze come Orlando e Romano, la coppia di keyboard-wizards Macor/Scherani ed il chitarrista Bottino. Un lavoro che ebbe diverse rappresentazioni e "materializzazioni" e che a tutt'oggi risulta ancora ispirato e concettualmente elevato. Equidistante sia dai toni più robusti dei Finisterre che da quelli più sfumati e barocchi di Hostsonaten, per certi versi anticipa il discorso di lì a poco completato con la Maschera di Cera. FINISTERRE - Harmony of the spheres (Mellow 2002)
Doppio cd antologico stavolta per Zuffanti & Co., questo "Harmony of the spheres" farà di sicuro la gioia di chi, affamato del sound della multiforme entità genovese, vaga alla ricerca di rarità o inediti. Tranquilli perché il buon Fabio ha pensato bene di raggruppare il tutto in questo interessante album, una sorta di "scrigno di segreti" che non mi lascerei scappare se fossi un seguace di Zuffanti. E' anche vero però che dinanzi ad operazioni del genere sia nettamente preferibile il recupero dei lavori originali della band e dei suoi derivati, suggerimento riservato a chi non conosce ancora il gruppo e le sue filiazioni. Si comincia con i Finisterre, due inediti del 1993, a testimonianza del fervore degli esordi: "Ai piedi della grande montagna" e "The fall", sebbene più acerbe e scontate a tratti, rappresentano comunque un buon punto di partenza, felicemente confermato dai successivi eventi. Una forma molto roboante e fragorosa del prog della PFM o dei Pink Floyd, tanto per fare due riferimenti spicci, con influenze neo-psichedeliche e new wave. Presenti poi le cover con cui i ragazzi parteciparono ai diversi tributi prodotti dalla Mellow durante gli anni '90: spicca chiaramente la magnetica "Alta Loma" (PFM) ed un'interrogativa "Refugees" (VDGG); interessanti poi "Vorrei incontrarti" (Alan Sorrenti) targata Hostsonaten, impregnata di quelle sonorità folkeggianti e solenni che la "sinfonia d'autunno" ci ha sempre offerto. Lo stesso anche per "Sea song" di Wyatt, particolarmente bizzarra. Ricordo anche l'ottima "Harlequin" ed una fedele quanto intensa versione di "Nimrodel" dei Camel. Per la gioia dei fanatici si è pensato bene di inserire anche il primo demo che tanta attesa (ben ripagata...) creò nel cuore degli appassionati: "Asia" e "Cantonatico", sebbene più aspre rispetto al futuro debut-album, già allora (1993) profumavano di creatività ed ardore. Una chicca particolare è la sorprendente suite firmata ed eseguita da Boris Valle, inedita e vicina tanto al folk più minimalista quanto a certa new age rilassante e distensiva: le quattro parti ("I/IV") vedono il tastierista tra fiati e chitarra acustica, un suono sperimentale e dilatato, tra soffice psichedelia, Canterbury e avanguardia. Speriamo con tutto il cuore di ascoltare al più presto l'eccezionale Boris in veste solista, ne vale la pena. Il secondo dischetto contiene tre brani live, risalenti al 1995 (Genova) ed al 1997 (Proglive di Corbigny): "Syn", "Dal Caos" e "Isis" non fanno altro che confermare le grandi doti di live band dei Finisterre, elaborando brani roboanti e al tempo stesso romantici e ricercati, con notevole abilità esecutiva. La sempre splendida "Syn" in particolare, registrata al Proglive alle 3 del mattino, risulta anche dal vivo il vero e proprio manifesto della band ligure. Sul versante Hostsonaten troviamo l'inedita "The Garden" (94), non apparsa sul primo lavoro del progetto, direi stranamente, tanta è la sua particolarità: un mix del primo Battiato con misteriose influenze new age/folk (penso a Perrino), vicino anche alla futura impostazione Quadraphonic. Sempre del 1994, direttamente dalla suite "Hostsonaten" "Seascape" (demo), un passaggio lieve, malinconico e liricamente insuperabile. Dalla stessa suite anche "Morning", eseguito però dal vivo con la formazione che di lì a poco inciderà "Merlin". Inutile dire che anche qui i livelli sono altissimi, complici i riferimenti andini, il progressivo crescendo, le inattese girandole e variazioni in chiave hard prog. Infine un tocco d'avanguardia con "Tecnicolor2100" (99), primo vagito del progetto Quadraphonic e radicalmente opposto all'espressione sinfonico/progressiva finora ascoltata: un brano di chiaro stampo sperimentale ed ambient, vicino per comune ispirazione ad Eno e Schulze come a certa elettronica (Kraftwerk?). 20 minuti ipnotici ed intriganti, imparentati con la psichedelia, gradevoli anche per i non appassionati del genere. Insomma per i fanatici della produzione di Marelli, Valle e Zuffanti c'è davvero molta carne al fuoco, per chi poi non avesse mai ascoltato Finisterre e derivati, abbiate l'accortezza di procurarvi prima i lavori ufficiali. HOSTSONATEN - Springsong (Sublime Label 2002)
Vi dico subito che questo è forse il miglior lavoro Hostsonaten, di sicuro il più ascoltabile e scorrevole. "Mirrogames", come d'altra parte il suo predecessore, soffriva di diverse imprecisioni (vedi le parti cantate non molto felici) o di qualche prolissità e barocchismo di troppo, caratteristiche finalmente assenti in "Sprinsong". "Canzone di primavera", rinnovamento, novità e freschezza dunque, in fin dei conti i presupposti con cui l'esperienza Hostsonaten è sorta sono questi, qui ancora più presenti, determinanti ed essenziali nell'economia dell'intero lavoro: scompaiono le parti vocali, si affievolisce la magniloquenza e certa pomposità, senza che il lavoro rilevi per caratteristiche "negative" o manchevolezze: è un album brillante, si regge su un'impostazione più semplice, articolata in una serie di brani dal sapore dolce e dall'andatura piacevole e camaleontica quanto basta. Un insieme di movimenti delicati e coinvolgenti, dall'apertura campestre e sussurrata di "In the open fields" passando quella più serena di "Kemper - Springtheme", tema portante e inebriante folk rock sinfonico sulla scia dei migliori Renaissance. La ricchezza di colori celtici e bretoni e l'assenza di sterili virtuosismi segnano il cammino del brano, "Living Stone and 1st reprise" colpisce il cuore con il suo incedere ammaliante, "She sat writing letters on the riverbanks" ipnotizza, tanta è la magia e l'arcano che sprigiona. Tutto merito di un'impostazione alleggerita, felicemente omogenea e priva di ridondanze, certo elaborata ma con schiettezza e semplicità. Le atmosfere sono prettamente acustiche, le ritmiche eleganti, le tastiere discrete e puntuali, fiati ed archi impreziosiscono con intelligenza: l'organico è ridotto ma al massimo della forma. "The underwater and 2nd reprise" conclude la prima parte, lieve e sfuggente, a tratti misteriosa, ben cesellata, nemmeno lontana da certi colori new age. La seconda è invece più convincente perché riesce a convivere con un'impostazione più sperimentale e mutevole, partendo lievemente con "Lowtide", dall'andatura leggiadra e sognante. Inebriante "The wood is alive with the smell of the rain": certi passaggi di banksiana memoria, la gioia ed il profumo della pioggia, le atmosfere levigate e sinfoniche non fanno altro che emozionare e commuovere, con un lavoro di tastiere (organo, mellotron e piano) da brividi. Si prosegue tra paesaggi incantati e fiabeschi sino a "Fastdance of a spring announcement": l'imprevista esplosione "flamenco" non può non stregare, con tutto l'ensemble impegnato in una sorta di ideale jam bucolica. Splendido. Come il seguito più jazzato e folk, degno dei migliori Traffic, che prosegue spedito e frizzante: qui brilla una luce simile a quella che animava i lavori dei Genesis gabrieliani, la batteria riesce a sostenere un impeto collettivo in cui fiati, violino, chitarre e tastiere si evolvono e si amalgamano con felicità, sino a planare nella calma rassicurante di "Toward the sea". Qui la malinconia prende dolcemente piede e tra le pieghe di reminiscenze celtiche il compito di condurci verso il mare è svolto con grazia da Marelli, dalla cornamusa di Romano e da una prestazione collettiva impeccabile. Da notare come una certa vena new age, peraltro latente, cominci a farsi intravedere con maggior nettezza. "Springsong" non è solo la miglior prova di Hostsonaten, ma anche il compendio definitivo dell'insuperabile arte di Zuffanti compositore nell'emozionare e nello stupire, con semplicità e passione. Da avere. LA MASCHERA DI CERA - Omonimo (Mellow 2002)
Per due motivi considero questo album un piccolo capolavoro, il primo di ordine strettamente "simbolico" e storico: sono da sempre un appassionato di progressivo italiano e qui ci sono una serie di riferimenti, sfumature, influenze dichiarate e non nascoste, legami impressionanti con il pop tricolore degli anni '70. Pensate anche a piccoli particolari (la divisione in due "facciate", credits, testi e copertina...) che rendono il tutto molto più che un semplice omaggio. Il secondo motivo è di ordine prettamente musicale: parlare di "regressive" (come si è fatto con Mangala Vallis o The Watch ad es.) non è forse proprio esatto, qui mancano quelle ingenuità ed esasperazioni tipiche di bands che, pur piacevoli, attingono a man bassa dal repertorio dei Maestri. Zuffanti & Co. sono riusciti in un'impresa assai ardua, quella di coniugare la voglia del tributo, l'amore per le muse ispiratrici con la necessità e l'esigenza di personalizzare, come, ad es., per i Submarine Silence di Cristiano Roversi. Ma addentriamoci nel lavoro premettendo alcune considerazioni: la MDC è l'espressione di un progetto di puro ed esplicito rock sinfonico nella più tipica tradizione italica, non solo quella di Orme, Banco e PFM, anche (e soprattutto…) quella di Goblin e Balletto di Bronzo, Biglietto per l'Inferno e Museo Rosenbach, al quale per certi versi l'album sembra addirittura un tributo, tanta è la vicinanza al mitico "Zarathustra"; in secondo luogo il lavoro esprime un concetto, quello della "maschera di cera" come evento o persona ricorrente che all'improvviso travolge e sconvolge certezze e sicurezze. "Facciata" A e B, quattro composizioni, la suite omonima e tre più brevi (struttura "Zarathustra"...): la band è in gran forma, la suite scopre subito le carte, 20 minuti di piena immersione nel prog più ipnotico e roboante dove svettano le avvolgenti tastiere di Agostino Macor, hammond/mellotron/moog in resta, con l'epico flauto di Andrea Monetti spesso e volentieri a guidare le danze. Interessante l'idea di eliminare la chitarra (è presente qua e là quella acustica) in favore di un basso filtrato e distorto (effetto dark e lisergico mica male), componente di una sezione ritmica scoppiettante come poche, complice il bravo Marco Cavani. Ma chi colpisce è Alessandro Corvaglia, sicuro vocalist di ruolo, potente ed espressivo, cosa rara nel prog italiano, anche negli ultimi anni (con la possibile eccezione dei Mindflower o degli Imagin'Aria, ad es.). "La Maschera di cera" scorre con una sorprendente piacevolezza, i sei movimenti non soffrono di prolissità né di noia o di momenti riempitivi, alternando momenti lugubri di piano a vere e proprie cavalcate guidate dal flauto ed incorniciate da mellotron ed hammond. Tra fughe e momenti più riflessivi, squarci rarefatti ed eterei e discese negli inferi il tutto scorre con gusto ed eccitante coinvolgimento. La facciata B contiene tre brani marmorei, accomunati dalla nota distintiva del mistero e dell'oscurità: in primis l'atmosfera da tregenda di "Del mio mondo che crolla" ("zarathustriano" anche il titolo...), dove il tutto si fa più rovente e solenne, con quella veemenza tipica dei VDGG e singolari linee melodiche davvero spiazzanti; "Del mio abisso e del vuoto" continua accentuando l'aria ipnotica e misteriosa, flauto e piano jazzati, ritmiche "morbide" ed i cori stralunati della brava Nadia Girardi, con dei vocalizzi che arrivano direttamente da "YS" del Balletto o dagli Jacula. La band è in stato di grazia, davvero i miei complimenti. Epitaffio finale "Del mio volo", dove le sembianze di ballata gotica dagli ampi echi PFM mutano in sontuoso commiato sinfonico: qui, come anche in piccole dosi nei brani precedenti, fa capolino il marchio Finisterre, senza derivazioni sconvolgenti ma con intrigante piacere. In conclusione un memorabile lavoro, per completezza ed ispirazione anche superiore al primo lp de Il Segno del Comando, simile per finalità e riferimenti. A quanto pare il 2002 prosegue proprio bene per l'Italia, perlomeno dal punto di vista strettamente qualitativo. Altro discorso sarà quello di verificare la reale e concreta utilità di un lavoro del genere. Per il momento gli amanti del rock sinfonico ed i fanatici del pop italiano sono avvertiti: non perdetevela questa Maschera Di Cera. QUADRAPHONIC - Il giorno sottile (Mellow 2002)
Poteva Zuffanti esimersi dall'affrontare un diverso ed opposto processo compositivo? "Rebus sic stantibus" crediamo proprio di no, la sua passione per le varie avanguardie e l'elettronica lo ha portato, già da qualche anno, a concentrarsi anche su questo versante e finalmente vede la luce il "primo" lavoro del suo progetto Quadraphonic. In realtà "Il giorno sottile" è il successore di tre mini album a tiratura limitata tra cui un rifacimento del secondo lavoro della Third Ear Band ("Air Earth Fire Water", 1970). Chiaro che il lavoro sia difficile ed estremamente complesso per chi ama la produzione Finisterre/Hostsonaten, i colori accesi e vivaci dei primi o le tinte più tenui e sfumate dei secondi mancano, qui entriamo nel campo dell'avanguardia che parte dalla "kozmiche-muzik" teutonica, passa attraverso l'elettronica di Jarre arrivando all'ambient di Brian Eno e al minimalismo di Terry Riley. Musica sorta esclusivamente per creare o stimolare stati d'animo ed emozioni, col suggerimento di ascoltarla leggendo alcuni passi scritti dallo stesso Fabio, non può essere recensita come gli altri lavori perché da questi nettamente diversa, paradossalmente più intimista di quello che possa sembrare. Sonorità avvolgenti, ipnotiche, estranianti ma mai prive di una certa poesia, grottesche e surreali, con vaghe reminiscenze industriali: "La pioggia continua" o la visionaria title-track, la stessa "Acque gelide", fluttuano ed avanzano come onde sino ad una rarefazione che nella poderosa "Bianco, bianco giorno" (34 minuti dedicati al regista Andreij Tarkowskij) trova la sua massima sublimazione. Frequenti gli echi del Battiato del collage sonoro di "Clic!", o dei Tangerine Dream dadaisti dei primi tempi. Consiglio di ascoltare il lavoro con la massima concentrazione ed attenzione verso le sfumature, i contrasti e gli effetti sonori, creati con particolare abilità. Vi avverto anche che in un primo momento certi suoni potranno risultare sgradevoli ma poco dopo prenderà il sopravvento una piacevole calma... Un lavoro per pochi, forse non per coloro che amano il Zuffanti progressivo, ma che ha il merito di tracciare un singolare solco, e magari anche di avvicinare a certa musica anche chi ne sia particolarmente digiuno. LAZONA - Le notti difficili (advance cd, Mellow 2002) http://digilander.iol.it/laZona ( lazona2002@libero.it ) Nel momento in cui recensisco probabilmente "Le notti difficili" sarà già uscito, Fabio ci ha però da poco fornito l'advance cd del suo nuovissimo progetto laZona, anch'esso su Mellow Records. Progressive in Finisterre, sinfonico/pastorale in Hostsonaten, opera rock in Merlin, prog a tinte fosche nella Maschera di Cera ed elettronica con Quadraphonic: si approda al "post rock" con laZona, progetto di Zuffanti con Marelli, Macor e Cavani, in pratica l'ultima line-up dei Finisterre. I quattro infatti hanno recuperato un brano inedito della band e lo hanno dilatato sino a renderlo una vera e propria suite in quattro parti, dunque la matrice progressiva rimane sempre presente. Ho scritto spesso che Zuffanti riesce a fare tutto e bene, quale sia il campo in cui si esprime, anche stavolta l'assunto è veritiero: bisogna però precisare che parlare di post rock può essere inesatto, certo le influenze di Radiohead, GYBE! e Sigur Ros ci sono, non dimentichiamo però che il brano nasceva sulla base di un originario concetto sperimentale e psichedelico, elemento ancora presente in modo notevole. Quattro parti strumentali con la prima, "Solitudini", che si sviluppa su particolari ed avvolgenti effetti (Macor tra minimoog, mellotron e theremin) su cui s'inerpica la tromba di Michele Nastasi, direttamente da casa Psychonoesis, e solo verso la fine l'ipnotica chitarra di Marelli. Una versione piuttosto schizoide del Miles Davis più notturno, per certi versi un accessibile aggiornamento dell'ambient di Quadraphonic. Mai così vicine certe atmosfere tipiche della cosmica tedesca o dei Projeckt di Fripp e soci. Quanto trattenuto in termini di intensità esplode ne "Il babau", vicina a certe cose degli Ulan Bator, meravigliosamente struggente (essenziale il ruolo della tromba) con le sue venature space/ambient e un incedere profondo e penetrante. Risplendono lontani bagliori lisergici e tematiche care ai Mercury Rev, interessantissima la scelta di un'elettronica "vintage" da parte di Macor, elegante il drumming di Marco Cavani. "Il sogno della scala" è incredibile nel miscelare elettronica e lontani echi gregoriani in un crescendo denso d'arcana ritualità: quindici estranianti, devastanti ed apocalittici minuti di tensione. Spaventosamente drammatico quanto affascinante. Lancinanti chitarre e mellotron, l'entrata da brivido della tromba ed il finale tra jazz e Pink Floyd sono quanto di più suggestivo si possa offrire, non sono lontane le idee di un certo "In limine". Il quarto movimento, "Equivalenza", è uno sperimentale insieme di sfumature, sussurri ed accenni dall'evidente vigore immaginifico, innestati su un discorso che credo sia del filosofo Bachelard (citato nei credits come fonte ispirativa), con un effetto grottesco quanto ammaliante. In Italia è in embrione un nucleo post rock che, per quanto possa essere opinabile un certo accostamento con il progressive (fatto da alcune riviste e correnti d'opinione in particolare), sicuramente potrà fornire linfa ed idee. Giardini di Mirò, Slowmovies (straordinari), Elton Junk e gli stessi La Crus, gruppi emergenti tipo one Dimensional Man o Eva Kant, questi i nomi su cui si potrebbe fare affidamento in una scena, quella alternativa italiana, molto frammentaria e ancora priva di grandi nomi e novità. Con laZona invece, se mi passa il termine, si potrebbe parlare di "post art rock", se non addirittura (e più semplicemente) di psichedelia progressiva e d'avanguardia; un lavoro accostabile più a solitari artisti come Alesini e Andreoni o lo stesso Arturo Stalteri (noto all'audience prog per il suo passato con i Pierrot Lunaire), tenendo presente che laZona ha già una sua personalità delineata e precisa, mai derivativa. Naturalmente da avere anche "Le notti difficili", lavoro dalla difficile assimilazione ma nemmeno tanto lontano da quei lidi prog in cui Zuffanti compositore, è sempre bene ricordarlo, eccelle come pochi. Per contatti: http://digilander.iol.it/ZUFFANTIPROJECTS spirals@libero.it
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