Gli anni ’90 sono stati una decade molto interessante per il progressive internazionale, un periodo di grande fermento dopo la rinascita degli anni ’80. L’Italia ha svolto un ruolo molto importante in quel periodo, presentando alla ribalta tanti gruppi, una seconda ondata dopo i padri del new prog (Ezra Winston, Notturno Concertante etc.): ci vengono in mente i vari Finisterre, Deus Ex Machina, DFA, Divae e tanti altri.
Sempre nello stesso periodo molte case discografiche nascevano e sviluppavano folti cataloghi, pensiamo solo all’opera meritoria della Mellow e alla genovese Black Widow. Dalle oscure fucine di quest’ultima spuntò fuori un gruppo che più di altri si candidò a rappresentarne il "fiore all’occhiello", insomma la band più rappresentativa e valida con i grandi Malombra. Stiamo parlando dei toscani Standarte, autori di una trilogia entrata nel cuore di tanti appassionati di tutto il mondo.
La band nasce alla fine degli anni ’80 grazie alla volontà del suo leader Daniele Caputo. Il batterista-vocalist proveniva dai leggendari Birdmen Of Alcatraz, seminale band della psichedelia tricolore: Caputo è un appassionato senza eguali del rock anni ’60 e ’70, una vera enciclopedia vivente che incarna alla perfezione il suono e la filosofia degli Standarte. L’idea è quella di procedere verso un recupero di quelle sonorità, pensando in modo particolare ad un connubio tra il tardo beat inglese, l’acid rock americano e i vagiti di quello che poi diverrà progressive. E così la band comincia a lavorare su quel sound, un ventaglio dove Atomic Rooster, Beggars Opera, Rare Bird, Iron Butterfly, Doors, Deep Purple, The Nice e Procol Harum si fondono alla perfezione.

Tra i primi dischi della Black Widow, "Standarte" appare sugli scaffali nel 1994. Si è immediatamente immersi in un’atmosfera misteriosa: una campagna fosca, cavalli, alberi e ruderi, una ragazza che scruta chissà cosa. L’album è dedicato al nume tutelare Vincent Crane, lo storico tastierista degli Atomic Rooster, scomparso il giorno di S. Valentino del 1989. L’incantesimo prosegue con la lettura dei versi presenti nel libretto, scritti da Stefan George. Con Caputo ci sono Michele Profeti alle tastiere e Stefano Gabbani al basso elettrico. Non accreditato il chitarrista.

"Dream Love Sequence Nr. 9" è uno dei più bei brani degli Standarte, perfettamente indicativo di questo disco: un hard-sound plumbeo e cadenzato, con il classico armamentario di tastiere analogiche. Domina l’organo, i ritmi sono dilatati, rallentati da chitarre pachidermiche; l’evocativa voce di Caputo sembra provenire dall’alto di una montagna nebbiosa. I brani sono piccoli e fluidi collages di interventi, collegati da brevi inserti di mellotron e dal recitato di Steve Matthews.
I Rooster tornano a farsi sentire in "One strange December evening": chitarre taglienti e un finale suggestivo con "Sinaesthesia" dei Montrose. "As I wandered" è un granitico hard rock: in "Black river of sorrow" i flutti del fiume scorrono rapidi, nella nostra memoria si affollano le immagini, poi Andromeda, The Frost, Captain Beyond, Spooky Tooth, Gravy Train, fuoco e fiamme che l’acqua non riesce a spegnere. Ancor più tardo-sessantiane le tinte di "Tolerance Town" e "Badazz Shuffle" dei mitici SRC from Detroit : chitarre acide a tutto spiano, un ardente hammond e il vecchio brano riacquista nuova vita, con un rondò in cui il quartetto si esibisce con energia.
Segnaliamo ancora l’acid rock di "Beat Pimp Muzak": un afoso mood nero direttamente dal funk delle metropoli americane e dai Trapeze. E’ invece un rock sinfonico prima maniera, alla Vanilla Fudge, quello dell’ipnotica "A war was declared", infangato e reso lercio dalle chitarre. In conclusione il celebre blues di "In my time of dying", che la band - come già fecero i Led Zeppelin - rivive a modo suo: pestando, dilatando, lasciandosi prendere al laccio da una sfrenata passione.
Il disco fu pubblicato in vinile e solo qualche anno dopo in cd. Nell’edizione digitale ci sono due pezzi-bonus: il doom rock (Pentagram meets Quatermass) di "Traumland" e il post beat rockeggiante di "I want you".

Nel 1996 gli Standarte producono il secondo album, l’eccellente "Curses and Invocations". Cambia tutto: fuori le chitarre, Profeti si sbizzarrisce dietro un parco-tastiere degno del miglior Wakeman. Ma non è al biondo tastierista degli Yes né al gigantismo che egli incarna che si rifà il trio toscano. Nel disco gli Standarte ripescano ancora le sonorità che a cavallo tra anni ‘60 e ’70 resero grandi nomi come Brian Auger, Arthur Brown e Crane. Siamo tra post-beat e progressive, con quel rock ancora scarno ma già pomposo e incalzante.

"Dysangelium": si parte alla grande, mellotron flautato e raffiche di hammond per la prima delle tante cavalcate del disco. Un album molto vario, che contiene anche spunti fiabeschi e medievali, vedi "What more I have to pay" e "Cities of towers". Profondamente evocativa la grafica di Danilo Capua, pittore genovese attivo nello staff della BWR.
Cosa è rimasto delle plumbee tenebre dell’esordio? Qualcosa nell’attesa misteriosa di "Arrival of the traveller" (direttamente da casa Gracious); nelle tinte fosche della suite "Mooning ‘round the Mill Hill" (con la straordinaria e crepuscolare "Moon in cancer"). Ma al tempo stesso è quest’ultimo il brano che più si allontana dalle origini; è tuttavia anche il più intrigante. Ancora di più la baldanzosa "Ordeal" e "Robin Redbreast", delicata ed evocativa, un omaggio al pettirosso e al mellotron su cui vola.
Profeti è il grande protagonista del disco: le sue dita fanno magie sui tasti d’avorio. Staffilate di hammond ed effluvi di mellotron. Organo, piano e clavicembalo tessono trame accattivanti e dirette, mai cervellotiche. La melodia non è affatto bandita: incanta tra le pieghe della strepitosa "Gehenna", spunta nella marcetta sinfonica di "Herald", tra le colate laviche dell’organo. Una coppia di pop sinfonico nel finale: "N.T.F.B.Y." e "The one to fear and hate". Infine il brano-inno, come "Collage" per le Orme: la titanica "Crossing".
Il secondo disco è un’ulteriore prova di pura e incondizionata devozione ad una filosofia di vita. Ovviamente non è un lavoro per palati (pardon… orecchie!) fini ma, una volta ascoltato, stazionerà a lungo nel vostro lettore.

Nel 1998 gli Standarte diventano quattro, con l’aggiunta del poderoso chitarrista Davide Nicolini. Il terzo disco è il notevole "Stimmung". Si tratta di un album interessante, sebbene da considerare un passo indietro rispetto al capolavoro precedente. Questo perché il disco è diviso in due: brani inediti in studio e alcune tracce catturate dal vivo. Tuttavia è una buona dimostrazione dell’unione tra i due precedenti dischi.

La psichedelia e lo sludge/doom ritornano nelle trame e nelle cadenze: un’intro malsana e spettrale poi l’imponente "(We want) A peaceful village". Hammond fiammante, chitarre taglienti e ritmi di roccia. Più poetica "Kankweezler", con chitarre e organo in bell’equilibrio; squadrata e dura "Sonnermensch", debitrice dei Lucifer’s Friend e degli amatissimi Atomic Rooster. La title-track è senza dubbio uno dei migliori pezzi della band: intensa, incalzante, stregata.
Dobbiamo segnalare che il disco è più prevedibile: mancano le trovate del primo e la solennità del secondo. Dal vivo però gli Standarte sono impeccabili: la cavalcata visionaria dell’egregia "Moon in Cancer" - elogio del mellotron – in cui cogliamo l’estro del batterista Caputo e il torrenziale Profeti; all’insegna della solita frenesia "vintage" troviamo "Dark Satanic Mill", venata di blues. A proposito di blues: "In my time of dying", immancabile, nera come la notte, densa come la pece, con un’impetuosa galoppata nella sezione centrale.
Da una gig radiofonica compare "Yellow Cave Woman" e un altro inedito, "I won’t start another song": un pezzo tra Procol Harum e Black Sabbath, che devia spesso verso il Biglietto Per L’Inferno.
Dal 1998 gli Standarte sono fermi. Nessun disco ufficiale ma tanti piccoli episodi: la band partecipa infatti ai numerosi dischi di tributo che la Black Widow organizza nel corso degli anni. Eccoli: "E tu vivrai nel terrore" (1998), disco di tributo agli horror-films degli anni ’60 e ’70, con "Necropolis/Verso l’ignoto"; "Thousand days of yesterdays" (tributo ai Captain Beyond, 1999) con "Myopic void"; "Blue Explosion" (tributo ai Blue Cheer, 2000) con "Sandwich"; "King of the witches" (tributo ai Black Widow, 2000) con "The Sun"; in "Tapestry of delights" (2002), ampio tributo alla psichedelica, la band sfoggia uno strepitoso medley di Arthur Brown, Soft Machine, Gong, The Gods e Action. Infine "Not of this earth" (tributo ai film science-fiction, 2002), con "La donna di latta".
Nel 1998 il gruppo pubblica anche un mini album, purtroppo in tiratura limitata e di scarsa diffusione, dal titolo "Emmaus". Nel 2001 poi la nascita di un gruppo parallelo, gli ottimi London Underground, una band profondamente devota agli anni ’60, autrice di due ottimi dischi, uno per Record Heaven (omonimo), l’ultimo per la Musea ("Through the glass darkly"). Con Caputo c’è Gianluca Gerlini, capace organista. Nel 2003 si è aggiunto alla band il bassista Gabbani