Goad: il new prog sotterraneo vede la luce
di Donato Zoppo
GOAD
Il new prog sotterraneo vede finalmente la luce
Il sottobosco del rock italiano riserva sempre delle gradite sorprese. Una delle nostre ultime "scoperte" sono stati i fiorentini Goad, giunti alla nostra attenzione per svariati motivi, di carattere musicale ma anche cronologico ed artistico in senso più lato. Pur non avendo avuto la presa sul pubblico e sulla critica dei gruppi settantiani, pur non avendo avuto le attenzioni dei paladini del new progressive tricolore ‘80/’90, i Goad hanno saputo creare un proprio sound con tenacia e integrità artistica. Possiamo definirli un gruppo "storico", se solo pensiamo che nacquero nella prima metà degli anni ’70, in un periodo musicalmente eccezionale per il rock italiano.

La band nasce nel fiorentino grazie all’opera dei fratelli Rossi, Gianni e Maurilio: scultore, architetto, disegnatore e personalità di grande carisma il secondo, a vent’anni di distanza, incarna ancora perfettamente l’essenza della band, tanto da esserne sua diretta emanazione. I Goad (che significa "pungolo", in inglese arcaico) si fanno conoscere grazie ad un’intensa attività live in noti e affollati locali fiorentini: il Tenax, il Red Garter, lo Space Electronic in cui, anni prima, anche il leggendario Campo Di Marte aveva fatto il suo ingresso. Vedremo come le due band, anni dopo, si incroceranno di nuovo.
Alla fine del 1983 Rossi e i suoi cominciano a lavorare alla realizzazione di "Creatures", spronati anche dall’interesse della Northcott Production, label newyorkese, la quale aveva già pubblicato in USA un album di covers al quale i Goad parteciparono. L’incisione è rapidissima e avviene ai Soundtrack di Bologna: con Rossi (basso e voci) ci sono Paolo Ena e Gianni Rossi alle chitarre, Massimo Noli alle tastiere e Marino Spagna alla batteria elettronica. L’album purtroppo slitta e verrà pubblicato dalla Emmegi (con distribuzione Polygram) nel 1985; da esso sarà tratto anche un singolo e verrà realizzato un video. I tagli alle musiche operati dalla casa sono il primo scontro con una realtà incentrata sulle logiche del profitto che sarà elemento costante nella storia della band.

Non è un lavoro eccezionale e riflette bene la musica pop-rock e new wave del periodo. Mentre la musica italiana cambiava pelle con il Battiato de "La voce del padrone", con il Baglioni di "Strada facendo", con Alice, Mino Di Martino e Flavio Giurato, i nostri attingevano al pop rock anglosassone, elaborando brani molto vicini ai primi Depeche Mode, agli Ultravox e ai Japan. Brani come "Outbreak of my crisis", "The era of the game", la bella "A veil of mist" e la dance di "A sight" sono lineari ed essenziali, talvolta irrobustiti dalle chitarre e da pregevoli arrangiamenti di tastiere. Tuttavia non è ancora il sound "vero" della band, come gli anni e gli album a venire dimostreranno.
Maurilio Rossi ha sempre cercato di mantenere il completo controllo sulle sue opere, a cominciare dall’aspetto grafico, elaborando personalmente le copertine e l’artwork. Questo avveniva in costante scontro con le case discografiche, come la bolognese Soundtrack di Romano Trevisani: a causa di quest’ultima i nastri originali sparirono e dunque l’album "Perfume", una raccolta di brani composti e incisi dal 1985, non fu mai pubblicato.

Anch’esso doveva essere distribuito dalla Polygram e contiene diversi brani del 1985 tra cui i classici "To Mars with you" e "Rat trap" più altri del 1987. Si nota la tecno-dance di "Sound of cryin’" e "Together we’ll win", il pop rock deciso e acido di "Night lanes", la romantica e vagamente progressiva "Anette’s song". Si intravedono i germi di un cambiamento che negli album successivi sarà compiuto.

La seconda metà degli anni ’80 fu comunque densa di concerti, di cover e partecipazioni ad altri album. L’ottima performance al Festival "Decibel", organizzato dall’associazione Anagrumba, spronò Rossi e i suoi a lavorare ad un progetto dedicato ad Edgar Allan Poe. L’intento dell’artista fu di utilizzare le poesie del celebre bostoniano come spunto per un’elaborazione autonoma.
La registrazione avviene nell’estate del 1994, la band, oltre a Rossi (voce, tastiere e basso), comprende ora il fido batterista Giancarlo "Bronco" Gaglioti ed ospiti tra i quali il chitarrista Marcello Becattini. Il progetto di Rossi non può essere compreso senza la parte "teatrale" che egli allestisce. Nasce una fruttuosa collaborazione con alcuni artisti tra cui la scenografa Raffaella Tovo e lo scultore Alessandro Bandini, viene contattato anche il mimo/attore Luca Calamandrei; i Goad lavorano ad una versione teatrale del lavoro, che verrà presentato infatti a Firenze nel luglio del 1995. Con una compagnia di mimi e ballerini la band svilupperà, in un’indimenticata serata fiorentina al Parterre, un incontro rock-poesia-arti figurative che è alle origini dell’art rock.

"Tribute to Edgar Allan poe" è pubblicato nel 1995, distribuito nello stesso anno dalla Multipromo. Le atmosfere stavolta sono radicalmente diverse dai due album precedenti: è un rock progressivo dall’impianto atmosferico e dalla profonda efficacia evocativa. L’ascoltatore è immesso in un suggestivo e mutevole evento sonoro, le cui trame di tastiere e chitarre sono rette dal basso di Rossi, vero protagonista dell’opera. L’opener "I’ll celebrate you" e l’elegiaca "To one in paradise" affascinano, così la romantica "Alone"; l’ottima coppia "Dream within a dream" e "Sleeper" abbraccia certe dimensioni pop rock del passato e forme di scrittura più coraggiose. Si evince da ogni traccia la maturità della composizione e il lavoro di contaminazione (blues, canzone d’autore, jazz, rock, folk, new age) che la band sviluppa. Sempre viva e intensa la voce di Maurilio, che in delle parti può ricordare Geddy Lee dei Rush o David Surkamp dei Pavlov’s Dog. Splendidi anche i suoi disegni.
Più vicini al new prog degli anni ’90 sono graziosi brani come "Dream land", la scattante "Eldorado", l’intensa "To Helen"; i piccoli ma garbati episodi strumentali di "Romance" e "Fairy land", si abbeverano alla fonte genesisiana, memorabile la lenta ed autunnale "Lenore". L’amore per il rock progressivo traspare apertamente dal movimento finale di "The city in the sea", che, tra ricordi floydiani e crimsoniani, riprende anche il tema iniziale di "I’ll celebrate you". I Goad ridanno così vita ai simboli della poetica di Poe: amore, morte, delirio, tempo, sogni e visioni, un universo interiore che riprende forma attraverso una musica di rara potenza immaginifica. Non semplice somma di musica e poesia ma sintesi di linguaggi artistici diversi, l’album è così la prima ed evidente dimostrazione del grande talento dei Goad. E’ inoltre l’album più amato da Rossi, ulteriori prove verranno negli anni successivi. La rottura con la Multipromo si consuma dopo la pubblicazione del quarto album "Glimpse", rilasciato nel 1998 dopo numerosi tagli ed un missaggio non approvato da Rossi. La formazione comprendeva Rossi e, come per alcuni passaggi del tributo a Poe, il sound è un new prog molto blando ed accessibile, sulla scia dei vari Aton’s, Sithonia e Zauber, sempre ammantato da quel tocco malinconico e fosco. Notevoli anche le ricche influenze del prog inglese di marca più sinfonica (i primi King Crimson o i Procol Harum).

Si tratta di brani che lo stesso Rossi definì "canzoni di pop progressivo", rese tali per i tagli di cui sopra, vedi ad esempio il folk rock progressivo di "King’s knights" o le influenze The Enid di "Summer’s end". E’ un rock romantico (come l’intrigante "My flame"), costantemente velato di malinconia, etereo ma corroborato dall’intenso canto di Maurilio. Qua e là troviamo momenti anche inconsueti, come il sensuale tango-prog di "Tango in the night". Se di canzoni si tratta, sono comunque realizzate con il consueto gusto per le atmosfere fiabesche (vedi "Be happy") e con l’equilibrio tra la componente acustica e quella digitale.
In apertura troviamo un’eccellente "I’ll celebrate you", già opening track del tributo al celebre scrittore. E’ un sound vicino alle piccole rivoluzioni del nostro new prog, quelle del Notturno Concertante o degli Edith (vedi l’ottima title-track). "Power of habit" e "Promise" sono fascinosi episodi new prog, "Renaissance dance" è il brano più festoso e vicino a certe atmosfere marillioniane, "Alice birthday" un’evocativa pausa di stampo sinfonico. La conclusiva "On the brow of the whole" riporta alla mente ricordi crimsoniani e avvolge l’ascoltatore in un ‘atmosfera rarefatta e tenebrosa. La melodia è l’elemento più pregevole ma in generale l’album non possiede una gran scorrevolezza. "Glimpse" è tuttora distribuito dalla Multipromo, a nome Maurilio Rossi e non Goad. Il quinto album è "Streghe?", la colonna sonora dell’omonima opera teatrale, mai uscito ma tuttora in catalogo Multipromo. Si tratta di14 brevi composizioni scritte e realizzate per l’opera firmata da Tessa Bernardi, tuttavia, dopo la firma del contratto con Multipromo, Rossi non ricevette la liberatoria dal regista, di conseguenza l’album è presente in catalogo Multipromo ma non ottenne mai una distribuzione.

L’opera è riportata nel libretto: i personaggi sono un gruppo di streghe, l’ossessivo inquisitore e lo scrivano razionale e "moderno", le guardie. E’ una piéce molto interessante perché, oltre a tratteggiare in modo piuttosto crudo le torture e le pene alle quali le streghe erano sottoposte, propone una lettura molto intelligente. Le streghe non sono adoratrici del demonio o portatrici di sventura ma semplicemente delle figure pagane, tipiche di un mondo afflitto da povertà, penuria e carestia: la loro opera era quindi quella di aiuto, dalla lettura della mano e dai tarocchi al consiglio medicinale fino alle cure naturali. Solo lo scrivano intuirà queste caratteristiche, ben conoscendo la realtà storica e sociale del mondo in cui viveva.
Naturalmente legato al lavoro teatrale, l’album è prevalentemente incentrato su sonorità cupe e fosche, fortemente evocative. Tra rivelazioni sotto tortura e pozioni magiche, balli e sabba, spaccati di vita contadina del medioevo, la musica di Rossi riesce perfettamente a calarsi in quell’atmosfera agreste e misteriosa. Un’atmosfera non troppo lontana: quando le streghe scoprono che una di loro, conclusa la tortura, si getta dalla finestra, tornano alla mente i nostri anni ’70 e le morti misteriose dalle finestre… L’anno successivo la band di Rossi realizza la colonna sonora ufficiale del film "La scacchiera", del regista Massimiliano Mauceri. Il cd contiene sei brani ma solo "La scacchiera" fa parte del cortometraggio omonimo. Gli altri (tra cui le intriganti tre parti di "Variation") vagano tra elettronica, rock e suoni tecnologici, ad indicare probabilmente le atmosfere tese e angoscianti del film. Traspaiono sapori sinfonici che poi arricchiranno ancora di più il Goad-sound; "Flying soul" è una canzone malinconica e struggente, "The alchemist dance" è invece vagamente surreale e pinkfloydiana.

Il corto ottenne lusinghieri premi e riconoscimenti; alcune informazioni sono reperibili al sito:
http://www.buildingitaly.com/registi/mauceri
L’album viene realizzato nel 1999 ed è disponibile su richiesta da inoltrare allo stesso Rossi. "Streghe?" era destinato al teatro, "La scacchiera" al cinema ed anche lo stesso tributo a E. A. Poe viveva una dimensione multimediale. Nel 1999 i Goad realizzano una delle loro opere più complesse e rappresentative: "Minosse".

Si tratta di un lavoro teatrale scritto da Franco Petrone e Luca Leonello Rimbotti. Il primo è uno studioso di storia e arte, collaboratore di diverse riviste specializzate in materia; il secondo è un apprezzato giornalista culturale e scrittore. L’opera, un unico atto mai pubblicato, ha un significativo sottotitolo: "Teatro in musica – Dialoghi intorno alla modernità del mito". E infatti le composizioni di Rossi sono palesemente ispirate all’opera di questi autori: stavolta il rock dei Goad si fa più cupo e progressivo, tra riflessi sinfonici e svisate hard, facendo incontrare alla solennità dei primi King Crimson i vagiti zeppeliniani. Svetta ancora una volte la voce di Maurilio: è molto particolare e la avviciniamo a quella di Geddy Lee, a Surkamp ma anche a Robert Plant.

L’opera è molto complessa. Dalla prefazione leggiamo che "La tragica rappresentazione dell’eterno conflitto tra spirito e anima, identificati col principio maschile e femminile, è ciò che al meglio rappresenta la crisi che sta attraversando il mondo moderno con il suo moto ondoso di scontro e sintesi degli opposti" (F. Petrone). I suoi personaggi sono dunque dei simboli, ancor prima che dei protagonisti: Minosse il Re di Creta, Ulisse e Penelope, Dedalo e Icaro.
Per l’occasione Rossi, con la presenza del solito Nardini alla batteria, di Emiliano Garofoli al piano e Roberto Masini al violino, realizza un lotto di ottimi brani, con testi in inglese composti con Carla Marconi. Lo staff dei Goad annovera anche Raffaella Tovo, autrice della parte grafica.

Il tutto è bene illustrato nel cd-rom interattivo realizzato e disponibile su richiesta alla band. Il dischetto interattivo è molto gradevole. Si intitola "Percorsi sonori" ed è diviso in sezioni per favorire l’immersione nel mondo del "Minosse". Realizzato sulla base di disegni originali di Rossi, esso contiene due percorsi e due distinte ambientazioni spaziali. La prima consente all’utente di entrare idealmente nel chiostro di San Cugat: per ogni capitello si sviluppa un diverso brano, con un evidente significato simbolico. La seconda contiene invece un labirinto "virtuale" nel quale il visitatore può autonomamente determinare il percorso e la sequenza melodica.
Il rock progressivo dei Goad, lo ripetiamo, non è quello delle grandi suite, della magnificenza sinfonica o dell’imponenza classicheggiante: brani brevi e diretti, caratterizzati dalla stringatezza che non diventa mai sintesi né ermetismo, dal mellifluo lavoro di chitarre e dai suoni prevalentemente cupi e malinconici. Prendiamo l’ottima "Empty box" o "Heavy wings", il singolare rock blues di "Middle age dark souls", uno dei brani più tipici delle sonorità Goad. Ancora molto interessante il rifinito rock sinfonico di "Forsaking" e della struggente "Danza del labirinto", quello più sperimentale ed inquieto di "Brain cobweb" e "My last war against the gods". C’è spazio anche per la ballata ("Ulisse e Penelope"), per momenti influenzati dalla musica classica e intrisi di sapori mediterranei ("Danza di Iside", "Icaro e Dedalo", "Arianna"). I brani conclusivi sono tra i migliori scritti dai Goad: "Caccia ed uccisione di Minosse" e "Rinascita di Minosse" sono evocativi e poetici. L’album è molto impegnativo, con ben 18 brani. Predomina però un senso di intimità, proprio di alcuni esponenti del primo new prog italiano come Human Expression, Ezra Winston, Notturno Concertante o gli Edith. Arpeggi acustici e drumming squadrato, vocals intensi e magnetici tappeti di tastiere. C’è anche qualcosa che ritorna ai seminali Moody Blues e Procol Harum, maestri nel concentrare melodie ariose nella breve durata della canzone. La collaborazione con Luca Leonello Rimbotti prosegue con il successivo album. "Dark virgin" è pubblicato da Rossi nel 2001 e si candida ad essere l’album "definitivo" dei Goad.

14 brani in bilico tra hard, progressive e rock sinfonico, con Rossi e la band in piena forma. Il distacco dalla Multipromo è sicuramente salutare, tanto che i Goad tirano fuori un lotto di composizioni energiche, dirette ma non banali, accessibili ma sempre velate da un alone suggestivo e epico. La rocciosa opener "Dionisus in you", l’hard rock epico e inquieto della title-track (in due fiammanti parti), quello oscuro e cadenzato di "Steep path". Il tratto distintivo è però la voce di Maurilio: sofferta, ruvida, riconoscibilissima. Come poche.
Ancora il boogie rock di "Clapper beatin’ fast", l’incalzante tecno-hard di "Great brother’s metropolis" e "Live dark virgin". C’è molto Rush-sound in questo album, echi zeppeliniani e sonorità più fosche che richiamano anche ai VDGG; le chitarre sono maledettamente protagoniste e alle tastiere è lasciato un ruolo più defilato. Non mancano però momenti di riflessione acustica come "Springy"; episodi surreali ed estranianti ("Dreams chopper"); titanici brani di prog evocativo come "Flesh heights", "Genius of Europe" e "Zarathustra’s nightmare", un richiamo alla figura nietzschiana, così cara al progressivo italiano. L’album è dunque un lavoro molto nervoso e irrequieto, dominato dal canto ma non dalla forma-canzone, distante dall’ottimo "E.A. Poe" ma costantemente impregnato della filosofia dei Goad. Nel 2002 Rossi torna a lavorare su un progetto molto ambizioso. Si tratta di una versione musicale dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, un caposaldo della letteratura americana.

Già Fabrizio De Andrè, con il suo "Non all’amore, né al denaro né al cielo" vi si era cimentato, ma nel campo del rock progressivo nessuno aveva pensato di lavorare in questa direzione. I Goad pubblicano così "Raomen – Spoon River Anthology Songs", un doppio album affascinante, anche per il rispetto dei versi originali di Masters.
Questa volta Rossi è da solo nel suo studio fiorentino ed è responsabile di tutti gli strumenti e dell’incisione. Alla solitudine esecutiva non corrisponde però una povertà musicale. In apertura il tema di "Raomen", una delicata ballata che fa da apripista del primo disco e che ritorna puntualmente in diverse forme. Passano così in rassegna tutti i personaggi dell’opera, con un apporto musicale più vario e leggiadro rispetto al pesante ed ossessivo "Dark virgin". Vedi ad esempio alcuni soffusi e misteriosi pezzi ("William and Emily" e "Marie Bateson and Serepta Mason", "Lyman King" e l’ariosa "Ace Shaw"). E’ un sofisticato rock progressivo, funzionale alle vicende dei soggetti narrati, che prende tanto dal rock sinfonico (primi King Crimson, Genesis) che dall’hard rock evoluto (Rush, Triumph). Tra drappeggi barocchi alla Enid e richiami al nostro new prog (vedi "Amy Green" e "Calvin Campbell"), movimenti ampii e rarefatti ("Jennie Mc grew"), il doppio album scorre con classe e numerose suggestioni. Le atmosfere coinvolgenti di "Fletcher Mc Gee", le pesanti cadenze di "Alexander Trockmorton", l’ambient crimsoniano di "Conrad Siever" e l’avvolgente "Mr. Sibley". Il finale corale di "Raomen" ci avvolge in un flusso sonoro inquietante ma speranzoso e salvifico. Davvero un bell’album. Il 2003 è un anno piuttosto pieno per i Goad, alle prese con molti progetti che sanciscono finalmente il "nuovo corso" per la band fiorentina. Uno di questi è la partecipazione di Maurilio Rossi come bassista alla reunion dal vivo del leggendario Campo Di Marte. Egli partecipa infatti ad una serie di concerti toscani con Enrico Rosa, chitarrista e mente del CDM, sua moglie Eva e altri musicisti, purtroppo non quelli della line-up originale del 1973. Nel settembre 2003 i Goad suoneranno anche a Bologna al Festival dell’Unità.

Dal punto di vista discografico ci sono molte novità. La prima è l’ottimo "Labyrinth Poetry", un nuovo album dei Goad che contiene nuove incisioni dei brani tratti da "Edgar Allan Poe" e da "Il Minosse". La rinascita artistica del gruppo sta proprio nella rinnovata grinta e nella formazione, finalmente ricca di membri che spalleggiano il buon Rossi. Un trio di batteristi (Carniani, Nardini, Bronco Gaglioti), il violinista/chitarrista Roberto Masini, il chitarrista/armonicista Marcello Becattini, il tastierista Marcello Masi.

E’ quindi l’occasione di riascoltare i piccoli gioielli dei due album prescelti, re-incisi e vivificati da una nuova linfa creativa. I classici "I’ll celebrate you", "Dream within a dream", "The city in the sea" e "Fairyland". Tutti tratti da "E.A. Poe", senza alcun dubbio l’lp più amato dal gruppo, forse perché tra il poeta di Boston e la band c’è un sottile filo rosso: il comune amore per l’arte vera e viva, l’incomprensione di molti e il completo apprezzamento di pochi, la difficoltà nell’espressione.
Ma anche i brani del "Minosse", all’epoca dell’album legati ad un discorso teatrale, si svestono di quell’aria un po’ impettita per proporsi in tuta la loro disarmante bellezza. E’ il caso di "My last war against the gods" o di "Empty box", brani spiritualmente sentiti e ispirati.

La formazione più ampia e la partecipazione emotiva del gruppo rendono i pezzi tra i più interessanti della carriera dei Goad. Nell’oscillare perennemente tra art rock e pop sinfonico, hard e new age, ballate e new prog, alla band riesce un obiettivo difficile da realizzare: quella della personalizzazione del sound. Dovuto principalmente alla voce di Rossi ma anche alle atmosfere tipiche del gruppo, il sound dei nostri è facilmente riconoscibile. Un marchio di fabbrica che, per un artista, dovrebbe essere il premio più ambìto, al di là di ogni successo, di critica e pubblico.
Ancora nel 2003 i Goad attingono a Poe, la loro più feconda fonte d’ispirazione. Alla nostra attenzione giunge in anteprima la ristampa di "Tribute to Edgar Allan Poe", addirittura un doppio cd. I due dischetti, con nuovo editing, contengono i brani dell’album più alcuni inediti. E’ per noi una gioia riascoltare la ballata magica di "Alone", l’intramontabile "I’ll celebrate you", le diverse parti di "The city in the sea", la splendida "The haunted palace" e una "Fairyland" da brivido. Ancora la frizzante "Dream within a dream" e "To one in paradise", sempre magnetica. Ma segnaliamo anche le inedite "Conqueror worm" (quasi un ritorno all’hard di "Dark Virgin") e "Valley of unrest".

Ed è un abbraccio di rock romantico e new prog, di echi folk, di Genesis e King Crimson, di pulsioni elettroniche e di lontane origini acustiche. E’ come al solito un sound passionale ma anche distaccato, romantico ma spigoloso, avvolgente ma aspro per le parti vocali: insomma ricco di quei contrasti che hanno caratterizzato l’esperienza dei Goad.
L’anno 2003 si conclude con eventi molto importanti. Il nuovo management Poli positivi, recensioni altrettanto positive da tutto il mondo, una serie di contatti, in particolare dal Sudamerica, che convincono Rossi e i suoi di intraprendere iniziative di rilievo finalmente internazionale. Una di queste è la partecipazione all’atteso Tributo ai King Crimson, edito dalla Mellow con la collaborazione di altre etichette italiane. I Goad scelgono "Epitaph": uno dei più bei pezzi della band di Robert Fripp, le cui tessiture sinfoniche hanno da sempre rappresentato un riferimento per Rossi e i suoi. La band si è assestata anche come formazione. Rossi, Masini al violino e chitarra, Carniani alla batteria, la brava arpista Federica Somigli (già presente negli ultimi lp). Membri aggiunti il tecnico del suono Giampaolo Zecchi e l’assistente grafica Raffaella Tovo. Ci giunge notizia di molti lavori che stanno per uscire dall’archivio dei Goad, compreso uno ispirato all’opera di Lovecraft.

Il 2004 si annuncia quindi ricco di novità per lo storico gruppo fiorentino. Per noi è stata una scoperta più che gradita, consigliamo dunque ai nostri visitatori di non indugiare e di conoscere l’esperienza Goad.
Aggiornamenti GOAD fine 2004: Con una band come i Goad non c’è proprio da stare tranquilli… Maurilio Rossi e i suoi non si adagiano sugli allori e vivono l’esperienza musicale come una materia viva da plasmare e rielaborare continuamente. Uno spirito oggi assolutamente disperso, che la band toscana incarna e cerca di far rivivere grazie ai numerosi album. Il primo cd delle nuove produzioni – che Maurilio ci ha gentilmente sottoposto – è "Delays", che fa coppia con il successivo "Ending Stories". Per entrambi Rossi stesso precisa che "è il lavoro di anni di lima e cesello nella forma, molto difficile, della canzone". In fin dei conti i Goad non si sono mai allontanati dalla forma-canzone: certo, spesso l’hanno rivisitata alla luce delle loro intenzioni e del loro spirito innovativo, ma anche un grande disco come "Glimpse" (e lo stesso Tributo a Poe) brilla per melodia e delicatezza. E’ così anche per questi due dischi. Registrati entrambi all’ormai attivissimo Collinuzza 1 Studio in quel di Firenze, vedono la presenza di una formazione triangolare, tanto per non dimenticare le origini del rock progressivo e dei suoi fenomenali trii. Rossi tuttofare (basso, chitarre, tastiere, canto), Paolo Carniani alla batteria e Roberto Masini violino e chitarre.

"Delays" oscilla tra art rock e primo progressive sinfonico; si apre in modo fosco, misterioso, come se la luce della creatività fosse filtrata per non disperderla, come in "Sad red fish", "Lost time love" e "(The) wreckage in the bay", scuri affreschi sinfonici. I brani sono prevalentemente brevi ma assai suggestivi: un pop rock molto eccentrico (vedi "Alone together"), quasi un ritorno a quelle sonorità ottantine con le quali il gruppo ebbe a che fare. Si incrocia un progressive tenebroso (i primi King Crimson per intenderci) in "Painful disillusions" e "Yet another battlefield", una nebbiosa new wave in "Dreaming my life" e "Beggar’s ghost".
I suoni sono suggestivi ma scontano qualche pecca nelle scelte digitali: un approccio più "fisico" avrebbe dato maggior vivacità al sound. Inoltre ci sono brani che non decollano (vedi "Garden party"), come se la band - magari affezionatasi per motivi personali - li avesse voluti per forza inserire. In "Ending stories" compaiono brani più ariosi e disinvolti come "Sing a song", con echi dei Genesis scanzonati dei primi anni ’80. Così anche per l’incalzante rock di "One day you’ll be mine" e "Once upon a time happiness", con la voce cruda di Rossi. Ma oltre questo non possono mancare i classici brani alla Goad: "Forgotten creatures" e "Love by love", ricchi di epici crescendo, melodie sofferte e aperture classicheggianti. In questo tale album è migliore, più vario e compiuto del precedente.

Riguardo la varietà segnaliamo l’hard rock "sornione" di "Olympia", "Years of discretion", memore dei passati new prog e "Butterfly", sentito esempio di rock romantico. "Because I’ll love her" rivela atmosfere sognanti care alle Orme. Le due superbe parti di "Last knowledge" riportano i Goad sui territori prediletti, quelli del rock da camera atmosferico e talvolta inquietante, liricamente sostenuto dalla chitarra di Rossi.
Dopo due album di canzoni Rossi ci presenta due opere, nelle quali la divisione in singoli brani avviene solo per comodità. Si tratta di "My old angel" e "The green picture book", entrambe concluse nel 2004. Non è la prima volta che i Goad lavorano in quest’ambito non strettamente pop-rock: come accadde per "Streghe" e "Il Minosse" anche qui abbiamo due opere di difficile fruizione; ricordiamo che si tratta degli ultimi due lavori in analogico per Rossi e i suoi.

"My old angel" si presenta con una copertina assai eloquente: un angelo ben lontano dall’iconografia religiosa ma anche dalla placida bontà di certa letteratura new age molto spicciola. Rattrappito, urlante, disperato, con le ali ormai ridotte a brandelli un vecchio angelo disegnato da Rossi che ben esprime il dolore dell’album.
E’ un’opera divisa in 16 movimenti, perlopiù lenti e grigi, perfetta colonna sonora per la decadenza di questo angelo, sofferente per non essere più prediletto dal Signore. L’impianto è quello classico dei Goad, ovvero un progressive atmosferico ed evocativo, che negli intrecci chitarre-tastiere, nella ricerca del particolare e nelle sfumature trova il suo punto di forza. Prevalgono le tracce strumentali e anche i brani cantati ("Above the horizon" ad esempio, "Your old angel") sono lontani dalla luminosità, minacciosi e disperati. Alcuni momenti possono accostarsi al progressive sinfonico più estremo (Hermetic Science, Univers Zero) come "Lucifer point of view" e "Sky fighters"; altri ad una sana ricerca in campo prog ("Angel heartbeat", "If I were your angel"); altri ancora al sinfonismo moderno esplorato da Tony Carnevale ("My nights after", "My young angel"). Se il "tallone d’Achille" è l’eccessiva prolissità di alcuni passaggi, è anche vero che Rossi punta a comunicare e a suggerire all’ascoltatore, più che a stupire con l’effetto e con la tecnica. Opera difficile ma di gran fascino, fa parte di quella "sezione" della discografia più incline alla ricerca e all’elaborazione della materia sonora.

Ascoltando il disco immaginiamo Rossi come un pittore, intento nella scelta del miglior colore da imprimere sulla sua tela. Immagine non difficile da rappresentare, anche perché Maurilio non è solo un musicista ma un artista a tutto tondo. E ci viene incontro la bella copertina dell’opera successiva: "My Green Picture Book". Una copertina (un olio di Raffaella Tovo) che ritrae il musicista come un artista romantico dell’800; un impressionista concentrato nei suoi pensieri. Opera di grande suggestione e fascino, incisa dal solo Rossi, non si discosta dalla precedente, semmai depura dagli elementi rock e rivela un’infatuazione per certa new age ed elettronica più evoluta, per il folk da camera. Brani eccentrici come "Young leaves" e "A whirl of dust" ci consegnano un Rossi meditativo e sorprendente; in "In the twilight" e "Early morning" Rossi è alle prese con una chitarra acustica, cosa rara per i Goad. Può ricordare quella miscela di world music, new age e musica classica realizzata da Ciro Perrino a metà anni ’90. "Running water living souls" e "Fox in the garden" ci conducono per mano in un mondo fiabesco. "To a landing place" e "Wallowing in the mud" ci riportano nei territori sonori dei Goad classici, con un pastello prog lieve venato di mistero e stupore. Se il precedente era un lavoro in qualche modo riconoscibile, con questo Rossi si allontana dal percorso Goad e potrebbe non conquistare i suoi ascoltatori. Ciò non toglie che si tratti di un lp di profonda espressività. E il Rossi del ritratto di copertina esprime nel disco tutto i pensieri e le riflessioni che animano il suo mondo.

Ultimo lavoro di quelli inviatici - e contenente succulenti inediti in uscita – è il "Live in digital 2004". Il motivo del titolo è facilmente intuibile: si tratta – come ci precisa Maurilio – "del primo lavoro assoluto in digitale, dopo decenni di analogico e chilometri di nastri!". Egli si riferisce in particolare alla cover dei Moody Blues, che apparirà a breve sull’atteso cd di tributo organizzato dalla Mellow Records, a quanto pare ultima uscita della gloriosa etichetta sanremese. E in questo lavoro risalta l’opera di Giampaolo Zecchi, del quale Rossi dice: "Il suo lavoro alla… regia dei computer, tra schede audio, editino e cleaning è quant’altro portava rumoracci di fondo è stato unico: gli strumenti tradizionali, con pedali Boss e simili sono veicolo di fruscii continui ma… vuoi mettere il fascino dell’organo e del basso nonché delle chitarre che gemono e fanno soffrire gli ampli?".
Tornano in bella vista i migliori brani di casa Goad, prelevati principalmente da "EA Poe": "Dreamland" e "To Helen" acquistano in diretta un fascino "artigianale" che nei dischi era un po’ smarrito. Stesso discorso per i brani degli altri dischi. Gli intrecci con il violino, la vivacità della batteria, le alternanze acustico/elettrico (vedi "Mrs. Sibley") rendono il disco davvero interessante. E’ la prima volta che sentiamo i Goad in diretta e la cosa ci impressiona favorevolmente. La consueta miscela di rock concreto e deciso, ma anche romantico e sognante, tra Pink Floyd, Moodies e Crimson, Alan Parsons Project e Camel. Segnaliamo ancora il rock lisergico di "Brain cobweb" - vagamente riecheggiante i Blue Oyster Cult – e quello più crepuscolare di "Marie Bateson". Un cenno alle cover: la prima è quella dei King Crimson, grande amore di Maurilio, ed è un brano celebre, ovvero "Epitaph". Ne parliamo poiché è già uscita nel box di tributo ai KC pubblicato recentemente dalla Mellow Records. Si tratta di una versione grosso modo fedele all’originale: non stravolta, rivisitata nei suoni e negli arrangiamenti, impreziosita da tante sfumature. E’ così anche per "Have you heard"/"The voyage" dei Moody Blues, il celebre finale di quel gran disco che era "On a threshold of a dream" (1969). I Moodies avevano abbandonato l’infatuazione mistica del precedente disco ed elaboravano una sorta di embrionale rock sinfonico/psichedelico: il brano dei Goad rende giustizia a quelle intuizioni. La band è ora al lavoro per concludere la stesura finale del "Tribute to Lovecraft", progetto che ha riscosso l’interesse di diverse case discografiche italiane. Dopo questi dischi e l’ascolto del live abbiamo la convinzione che i Goad siano un gran gruppo, colpevolmente dimenticato e snobbato. Un gruppo creativo e altamente produttivo, che nel corso degli anni ha compreso qual è il suo stile e lo ha sviluppato nel migliore dei modi: e non è poco.
E' degli ultimi tempi la notizia dell'entrata di un nuovo chitarrista. Ci dice Rossi: "Leonardo Tinti, chitarrista di qui, è a tutti gli effetti entrato nei GOAD, ed ha inciso tutto l'album su LOVECRAFT oltre a preparare il repertorio live... a suo tempo si e' esibito a Pistoia Blues con John Mayall, anni 80', le prime volte della rassegna se non la prima,ed è un marchigiano puro sangue pieno di feeling, tecnica e umanità... sono felice di averlo perchè ci dà energie nuove per tirare avanti..".
Links informativi sui Goad:
www.attikmusic.com/goad
www.multipromo.com
Management D&D: www.diedi.com
Scheda Goad anche su ProGGnosis: www.proggnosis.com
e Proglands: www.proglands.com
Da poco la Musea Records ha messo in catalogo alcuni dischi Goad: http://www.musearecords.com
Si possono trovare anche al Camelot Club: http://space.tin.it/musica/massorla/
E-mail: goad@inwind.it
Maurilio Rossi tel/fax: 055/401044
Ecco le notizie comunicate da Maurilio Rossi che vedono i Goad sempre più attivi per la primavera del 2006:
"Con il 2006 si aprono per GOAD nuove prospettive: THE WOOD - dedicated to H.P.Lovecraft, verra' stampato e dstribuito da Mellow records entro marzo, con musicisti di gran livello che hanno partecipato alla incisione finale. Gian Franco Dini, primo corno francese del Maggio Musicale fiorentino (e anche alla tromba); Nicola di Staso, chitarrista già con Lybra, spalla di Frank Zappa nel 1975 in USA, poi con Pravo, Simonetti-Demonia, Zero, Baglioni, Orchestra di Arbore e adesso nella orchestra di RAI 1 a "Domenica in". I soliti Roberto Masini al violino e Paolo Carniani alla batteria ma anche Martin Rush e Dave Nagai degli Open Dead Eye in varia veste: dalla grafica del cd (Rush) alla batteria aggiuntiva in qualche brano Nagai. Per "Dark Virgin" (probabilmente reintitolata "In the house of the dark shining dreams") prodotto da BLACK WIDOW in versione doppio album a 33 giri e CD, molti musicisti presenti nei brani come il batterista "Bronco" Gaglioti, oramai perso nella vita underground-alcolica di Firenze-by night... e quindi non più disponibile dopo questo lavoro, Masini-Carniani e Max Menichetti, giovane metallaro ma anche gran chitarrista alla sette corde Squire, soprattutto il cofondatore dei Goad e fratello carissimo Gianni Rossi, che sarà pure dal vivo dopo un decennio lontano (è chirurgo affermato!) alla Gibson Les Paul oro del '70. con cui interpretò assieme a me brani come "Olympia", "As nothing had changed", "Brain Cobweb", "Heavy wings", "My last war against the Gods".

L'esordio al Teatro della gioventu' di Genova avverra' il 13 aprile prossimo. Presto sulla rivista ROLLING STONE uscira' una retrospettiva del rock '80 con un cd accluso contenente un brano GOAD dal primo album Polygram!".
Nel mese di marzo la Mellow Records pubblica: MMP 481 HIGHER AND HIGHER - A tribute to the Moody Blues At last! 3 CD box set for over 210 minutes of music with more than 30 bands from all over the world (from Japan to Russia to Usa to Europe) paying hommage to this seminal progressive bands. MMP 474 GOAD The Wood - Dedicated to H.P. Lovecraft This is the italian progressive best kept secret. The band exists since the eighties and have releases many private CDs that never sold outside Italy. Deeply involved in the progressive music of the seventies (Procol Harum, Genesis, Pink Floyd) I'm sure GOAD will be a pleasant revelation for many. http://www.mellowrecords.com
DONATO ZOPPO
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