Yes: gli anni '70
di Daniele Cutali
YES: GLI ANNI ’70 tra testi astratti e copertine da sogno gli autori di un progressive fantascientifico e ultra-tecnico Iniziamo questo articolo cercando di capire come è nato uno dei gruppi di progressive sinfonico tecnicamente più qualificati, che ha segnato tantissime tappe fondamentali del genere.
C’era una volta, intorno al 1963, un ragazzo un po’ sognatore (come pensava di lui sua madre) un po’ visionario, che trascinato dalla beatlemania imperante cantava in un gruppo chiamato The Warriors ed incise due singoli. Cavalcando l’onda embrionale delle rivoluzioni giovanili ed ideologiche, che sarebbero avvenute da lì a poco, quel visionario si stava trasformando in un ribollente calderone di precise idee musicali ed aveva ben chiaro dove queste idee avrebbero potuto portarlo. In pieno periodo psichedelico e lisergico, nel 1967, quel ragazzo che nel frattempo era diventato un hippy ed aderiva pienamente al movimento del “flower power”, lasciò i Warriors a causa dell’enorme confusione che si era creata tra di loro per il troppo divertimento ed il poco provare in sala, il tutto condito da troppe droghe. Aveva in testa sperimentazioni musicali troppo importanti da percorrere e non poteva perdersi per delle cose così futili come la droga. Il suo essere intrinsecamente un sognatore l’avrebbe portato in futuro ad una continua ricerca della pace interiore spirituale, facendolo diventare un fervente buddista ed uno dei cantanti più eterei della scena progressive che lui stesso aveva contribuito a creare. Il suo nome è Jon Anderson. Il 1968 era un anno in cui la Londra musicale stava impazzendo, con gruppi che si formavano e si scioglievano nel giro di una giornata, gruppi che suonavano dal vivo tutte le sere nei più disparati club fumosi del sottobosco cittadino, dove la birra scorreva a fiumi. Nella capitale inglese, in quel fervido periodo di rivoluzioni musicali e non, coloro che si dilettavano a fare i musicisti si conoscevano più o meno tutti tra loro. Jon Anderson, in cerca di musicisti ad alto livello tecnico per far prendere forma al suo progetto musicale, si trovò proprio nel 1968 nel crogiuolo musicale londinese dove sarebbero nate molte tra le band seminali che segnarono poi la storia della musica rock. Jon frequentava spesso il club La Chasse in Wardour Street, dove altrettanto spesso suonava un gruppo dal nome veramente strano: i Mabel Greer’s Toyshop, il cui bassista era un tal Chris Squire ed il chitarrista un tal Peter Banks. I due già suonavano assieme prima in un’altra band chiamata The Syn. Jon si fece prendere molto da questo gruppo ed in svariate occasioni saliva sul palco per fare improvvisate e ben apprezzate jam session. Per questo motivo Jon e Chris divennero molto amici, e passavano poi il resto delle serate discutendo e scoprendo di condividere la stessa idea musicale. Ad ascoltare i loro discorsi c’era anche un altro ragazzo che nel frattempo aiutava il gestore del locale a spazzare il pavimento, ma che era anche lui un ottimo musicista: Tony Kaye, che senza pensarci due volte si propose ai due per formare un gruppo ed iniziare subito a provare. Chris Squire si unì subito all’entusiasmo di Jon Anderson, a cui si era accodato anche Tony Kaye e convinse Peter Banks a seguirli in questa nuova avventura. Mancava un batterista e decisero di mettere un annuncio sul Melody Maker, come facevano miriadi di gruppi locali per trovare musicisti adatti al loro scopo, e come fecero effettivamente tantissimi gruppi rock che sarebbero diventati famosissimi nel decennio successivo. Rispose all’annuncio un batterista con molto talento ed appassionato di jazz: Bill Bruford. Questi non immaginava minimamente cosa avessero in mente gli altri quattro, ed era convinto di suonare jazz. Quando scoprì che avrebbero fatto un tipo di rock completamente nuovo e sperimentale, accettò comunque di divertirsi con loro e provare questa nuova esperienza. La band in poco tempo era completa e cominciò un periodo assiduo di prove. A Jon venne in mente un nome per il gruppo che fosse breve e d’impatto: Yes. E da qui in poi comincia la loro storia tra i grandi del progressive.  Gli Yes della primissima formazione. Da sx verso dx: Peter Banks, Bill Bruford, Jon Anderson, Chris Squire e Tony Kaye
Tra il 1968 ed il 1969 gli Yes suonano nei più disparati locali, più o meno famosi, dell’Inghilterra. Passano dalla loro prima apparizone a East Mersey Youth Camp, nell’Essex, ai numerosi concerti nel ben più prestigioso Marquee Club di Londra. Riescono ad essere apprezzati nel giro musicale londinese ed il nome Yes comincia a circolare nell’ambiente, tanto da essere chiamati a supporto del concerto di addio dei Cream, alla Royal Albert Hall, e come opener delle leggende Who e dei Small Faces.
Ancora gli Yes della prima formazione in un’apparizione televisiva del 1969
1969
|  | Accanto alla copertina del primo disco, quella del singolo “Looking Around” |
In quest’anno gli Yes arrivano finalmente al contratto discografico con la major Atlantic Records, dopo che uno dei suoi dirigenti li notò in una loro performance allo Speakeasy Club di Londra. Attraverso l’intensa attività live, gli Yes si chiudono in studio e tra la primavera e l’estate del ’69 pubblicano il loro primo disco intitolato semplicemente “Yes”. Memorie di un beat che sfocia in un proto-prog, riempiono i brani di questo primo lavoro. Passando dalla caricante ed abbastanza beatlesiana “Beyond and Before” al jazz-rock finemente lavorato di “I See You” attraverso la dolcissima “Yesterday and Today”, la quale è già un indice dello stile di songwriting che adotterà in futuro il poetico Jon Anderson, si arriva al loro primo singolo “Looking Around”. Bellissimo esempio di proto-prog energetico con un potente riff di Hammond che ne caratterizza il sound. Quello che salta più all’orecchio è che i primi Yes puntavano molto sui cori formati dalle voci di Jon Anderson e Chris Squire, e che saranno il trademark di questo gruppo per moltissimo tempo fino ai giorni nostri. Il disco termina con “Harold Land”, “Every Little Thing” cover degli anni ’60, “Sweetness” delicata e semi-acustica, e “Survival” ancora jazz-rock poderoso all’inizio con proseguimenti delicati ed acustici che accompagnano la voce angelica di Anderson. E’ un disco ancora embrionale ed ancora non si sente la strada che intraprenderanno nel prossimo futuro verso quel viaggio di fantasia che ha sempre caratterizzato i loro lavori. Ma gli Yes stavano già componendo per il loro secondo album.
1970
 Time and a word, secondo lavoro ancora embrionale
Nell’anno in cui altri gruppi storici del progressive producevano i loro capolavori, gli Yes pubblicavano un disco molto più elaborato del precedente in cui è presente, però ancora allo stato embrionale, già lo stile che li caratterizzerà nel futuro. Il 1970 è l’anno in cui i Beatles si sciolgono, e ciò fa da trampolino di lancio per i migliori gruppi dell’ambiente musicale inglese. Questo evento, in un certo senso, spinge le numerose band di allora ad abbandonare il beat ed il mersey sound, che suonavano con un quasi fanatico senso di emulazione, in favore di una ricerca sonora più profonda e della voglia di creare cose nuove, per riempire lo spazio lasciato vuoto dai Fab Four che “inventarono” un po’ tutti i generi musicali rock nei loro brevissimi otto anni di vita. In quest’anno vedono la luce lavori seminali per il progressive ma anche per tutto il rock in generale. I Genesis pubblicano Trespass, gli Emerson, Lake & Palmer il loro primo disco omonimo ed i Deep Purple In Rock, solo per citare alcuni lavori che segneranno la storia del rock. In Italia stessa, da lì ad un anno, questo nuovo movimento musicale verrà molto sentito dalle giovani leve e avverrà la nascita del progressive italiano, o pop come viene spesso chiamato, con l’uscita di Collage delle Orme solo per rimanere nel sinfonico. Gli Yes sono sì notati dal pubblico ma sono adombrati da questi pilastri del genere che pubblicano lavori che diventeranno poi storici. Pur essendo un bel disco, Time and a Word risulta essere ancora impastato in un proto-prog di ottima fattura in cui i fraseggi di Peter Banks bene s’impastano con la premiata ditta Squire-Bruford-Kaye. Ci sono sprazzi del flash-rock che sarà una loro caratteristica nel bellissimo pezzo “Sweet Dreams”, mentre la fantasia di Jon Anderson incomincia a viaggiare verso pianeti lontani richiamando alla mente paesaggi da fantascienza nella complicata “Astral Traveller”.
Ma succede qualcosa, a questo punto, a livello di formazione. Peter Banks abbandona l’avventura Yes proprio quando stanno per attirare l’attenzione del grande pubblico. Probabilmente per stress da troppa attività live ma quasi sicuramente per divergenze di sapore prettamente tecnico e musicale. Andrà a formare l’anno dopo i Flash, altra band il cui sound progressive sarà simile a quello dei primi Yes, con cui pubblicherà nel 1972 ben tre album. Tutti nello stesso anno! I Flash di Peter Banks (a sinistra) nel 1972
1971
 The Yes Album, novità nel sound
A sostituire Peter Banks arriva il giovane Steve Howe proveniente dai Bodast, band le cui composizioni verranno poi pubblicate circa dieci anni dopo in unico disco, e prima ancora dai Tomorrow, band che anticipò non poco la psichedelia che esplose poco tempo dopo. Howe aveva suonato in tourneè con personaggi del calibro di Eric Clapton, George Harrison e Dave Mason, e quando si unì agli Yes la sua vena creativa portò una ventata di freschezza e novità nella band. Anderson si trova in perfetta sintonia con Howe e questo si sente nei brani, i quali cominciano a cambiare forma e sound e si allungano come tempi. Con l’apertura di “Yours is no disgrace” e “I’ve seen all good people” i nostri entrano in classifica in Inghilterra e, seppur non cambiando gli impasti di cori che sono caratteristici proprio degli intrecci vocali tra Anderson, Squire e da qui in poi anche Howe, il suono è più fresco e la composizione più fluida e scorrevole rispetto al passato dando la sensazione di una musica “nuova”. La provenienza di Howe e il suo amore per il rock ‘n’ roll si sente molto forte, soprattutto in “I’ve seen all good people”, un boogie rock ‘n’ roll travestito da ballad proto-progressive, e nel bellissimo assolo finale di “Starship Trooper” nella sotto-traccia “Würm” dove, su accordi che si ripetono all’infinito e scale di sintetizzatori, svisa con un’emozione tipica solo del rock. Il carattere da rocker di Howe stempera molto le pomposità degli altri Yes riportandoli coi piedi per terra, ma la mente di Anderson continua a vagare con le sue fantasie proprio in “Starship Trooper” nella quale la fantascienza la fa da padrona e l’omaggio al romanzo di Heinlein non è certo velato. Inizia l’abitudine di suddividere alcuni brani in sotto-capitoli come se il brano stesso fosse un piccolo concept romanzato. Senza saperlo gli Yes stavano ponendo le basi per la creazione e lo sviluppo dei crismi di quello che sarà poi chiamato progressive rock. Howe è molto legato anche alle composizioni per chitarra classica e lo si nota in “The Clap”, pezzo acustico molto vicino al country dove Howe dimostra le sue capacità di virtuoso delle sei corde di nylon e che gli farà affibbiare il nomignolo di “menestrello” del rock. In quest’anno gli Yes vanno per la prima volta in tourneè negli Stati Uniti, insieme ai Jethro Tull, ed è incredibile quanti fans abbiano raccolto oltre oceano. Jon Anderson dirà che è stato come un battesimo riuscito per una visione allargata e più ampia del loro piccolo mondo musicale.
Ben avviati verso il successo, stranamente avviene ancora una volta un abbandono tra le linee della formazione. Se ne va Tony Kaye, probabilmente a causa delle strade musicali troppo pompose che si stavano intraprendendo. Entrerà, guarda caso, anch’egli nelle fila dei Flash di Peter Banks, ma soltanto per registrare il loro primo omonimo album. Formerà poi, più avanti, per un breve periodo i Badger e i Detective.  La formazione di “The Yes Album”, con Steve Howe (il secondo da sinistra) e un Tony Kaye barbuto
Viene contattato un giovane tastierista che, secondo i tam tam degli ambienti musicali, stava suscitando un certo interesse per la sua bravura e precisione tecnica. Dopo aver inciso ben due album con i famosi Strawbs e dopo aver raccolto le lodi del Melody Maker come “possibile star del domani”, Rick Wakeman entra a far parte degli Yes e il salto di qualità è notevole. 1972 Fragile, primo album inciso con Wakeman
Con la formazione al completo, l’Atlantic manda gli Yes a registrare il loro quarto lavoro negli Advision Studios di Londra e qui il gruppo ha la netta sensazione di essere diventato finalmente professionista in campo musicale. Il disco, “Fragile”, esce a Gennaio di quest’anno. L’apporto creativo di estrazione classica e conservatoriale di Wakeman, congiunto con quello di Howe, Squire e Anderson e con le caratteristiche di Bruford, provenienti dal jazz ed adattate al rock, danno il via con “Fragile” a quelli che saranno i migliori lavori degli Yes, creando una base ancora più solida per questo genere nuovo e contaminato con altri generi più classici. Questa è una strada già percorsa due anni prima da Emerson, Lake & Palmer, ma con tutta una band al completo di alto livello tecnico come i nostri diventa ancora più solcata e pomposa. Gli Yes con questo disco producono almeno quattro hit d’eccezione che rimarranno per sempre nel cuore dei fans: “Roundabout”, suonata come bis e come finale nei concerti da almeno trent’anni, “South Side of the Sky”, brano considerato storico del progressive che i fan vorrebbero sentire più spesso dal vivo, “Heart of the Sunrise” con un’incipit molto rock che prosegue su una linea di basso sostenuta dai tempi saltellanti di Bruford, e “Long Distance Runaround”, classica melodia in stile Anderson contrappuntata in modo superlativo dal basso di Squire ed entrata anch’essa di prepotenza nel cuore dei fans. Questi quattro sono i brani corali di “Fragile”, perché poi il resto del disco non è nient’altro che un’esibizione dei virtuosismi personali di ognuno dei componenti. Partendo da una personale reinterpretazione del terzo movimento della quarta sinfonia di Brahms, “Cans and Brahms” dalla quale traspare l’estrazione classica di Wakeman, si passa a “We have Heaven”, pastiche vocale e chitarristico di Anderson. “Five per cent for nothing” è un’insieme schizzato di veloci tempi dispari, tastiere e basso composto interamente da Bruford mentre “The Fish (Shindleria Praematurus)” evoca le profondità del mare con i suoi echi, riverberi e suoni ovattati interamente prodotti dal basso Rickenbacker e dai pedali di Chris Squire. “Mood for a Day” è un’altra composizione sulla falsariga di “The Clap” dell’album precedente, ma tocca atmosfere ben più alte accarezzando vette barocche e romantiche allo stesso tempo ascoltate solo nell’Hackett più ispirato (“Horizons”). Jon Anderson, oltre che con le sue liriche, vuole colpire il pubblico anche visualmente e cerca un’artista adatto a concretizzare col pennello le sue visioni fantascientifiche. Lo trova nella persona di Roger Dean e con la copertina di questo disco inizia un sodalizio artistico destinato a durare nel tempo.
1972
 “Close To The Edge”, il disco della consacrazione
Tra Febbraio e Aprile del 1972 gli Yes sono in tourneè negli Stati Uniti per supportare “Fragile”. La strada del successo è ormai intrapresa e l’accoglienza da parte degli States è e sarà sempre favorevole. Nel Maggio dello stesso anno iniziano le prove per comporre il loro quinto album in studio, Anderson e Howe sono molto vicini ed in sintonia nella composizione, e a Giugno si rinchiudono ancora una volta negli Advision Studios di Londra per registrare quel che diventerà “Close to the Edge”. Questo disco è considerato all’unanimità il capolavoro progressivo degli Yes, con i suoi unici tre brani dalla durata sempre più estesa e dalla suddivisione in sotto-capitoli dei primi due. Caratteristica dei pezzi sono i veloci cambi di tempo dispari, le aperture sinfoniche tastieristiche ad ampio respiro contrappuntate dalle linee di basso e di chitarra e gli intrecci con la melodia innata nel carattere compositivo di Anderson. “Close to the Edge”, “And You and I” e “Siberian Khatru” rimarranno da allora un punto fermo nei loro concerti e nel cuore dei fan.
A Luglio, ancora prima della pubblicazione del disco, avviene un altro colpo di scena che lascia di stucco tutti i componenti degli Yes: Bill Bruford li abbandona improvvisamente dopo le registrazioni di “Close to the Edge” e alla vigilia di un mega-tour negli Stati Uniti e nel Canada. Le cause del suo abbandono verranno addotte da Bruford stesso nella lentezza e nelle continue discussioni durante la composizione del disco, ma in realtà è la sua voglia di provare strade nuove e nuove sperimentazioni a farlo lasciare. Entrerà nei King Crimson per lasciare la sua riconoscibile improsta stilistica anche in questo gruppo storico. Con soli tre giorni di tempo per imparare i brani e suonarli nel mega-tour canadese-americano, viene chiamato Alan White con all’attivo esperienze di session-man con la Plastic ono Band, George Harrison e Joe Cocker. Fortunatamente White impara in fretta, per avere il posto tanto ambito nella band, e parte il tour che durerà da Settembre a Novembre del ’72 e che verrà filmato per la pubblicazione, nel Maggio dell’anno dopo, di un triplo disco dal vivo con annesso un film per il cinema. Il film e il triplo live vengono chiamati semplicemente “Yessongs”. Vengono inseriti nel live solo tre brani con Bruford alla batteria, presi dal tour di “Fragile”, e White dopo tre mesi di prova diventa il loro batterista definitivo per i prossimi trent’anni. 1973 |  | La copertina gatefold del triplo disco live “Yessongs” e quella del doppio “Tales from Topographic Oceans” |
Prima della pubblicazione a Maggio di “Yessongs” e dell’uscita del relativo film, tra il Gennaio e l’Aprile del 1973 Howe e Anderson si trovano spesso insieme, per mettere giù le idee di quello che sarà l’ambizioso sesto disco degli Yes. Dopo le sessioni di registrazione durate quattro mesi, sempre a Londra ma nei Morgan Studios, nel Novembre del ’73 viene pubblicato “Tales from Topographic Oceans”. Questo album doppio viene considerato la chiusura ideale della trilogia progressiva degli Yes, cominciata con “Fragile” e proseguita con “Close to the Edge”. Viene anche considerato come il lavoro più pomposo e tronfio mai prodotto che ha fatto ricadere sul gruppo la loro stessa fama, facendoli andare su una china discendente dalla quale non si sarebbero mai più ripresi. Lavoro comunque accettato dai fans ma che ha fatto rimanere il grande pubblico a bocca aperta, forse ancora non pronto per certe composizioni così estese e vicine come durata alle sinfonie della musica classica. Soltanto quattro brani suddivisi uno per ogni facciata dei due dischi dei quali il più corto, “The Ancient”, dura poco più di diciotto minuti! Due sono i brani memorabili riproposti alternatamente dal vivo. “The Revealing Science of God”, nel quale il riff fantascientifico del moog di Wakeman fa viaggiare la mente verso il mondo lontano raffigurato da Dean nella copertina, e “Ritual”, il quale, oltre ad essere stato fonte d’ispirazione per il nome di almeno due gruppi progressive attuali, ha un motivetto iniziale orecchiabile ed è ben accolto e applaudito dal vivo tutte le poche volte che è stato proposto. Ovviamente i virtuosismi strumentali nel corso di tutti e quattro i brani si sprecano.
Durante tutta la prima metà del 1974 gli Yes sono in tour in America e in Europa, ma a Maggio dello stesso anno arriva un altro mattone tra capo e collo della band: Rick Wakeman abbandona il gruppo citando le differenti vedute musicali e s’impegna a capofitto nella propria carriera solista in studio e dal vivo, cominciata l’anno prima con il suo disco più famoso “The Six Wives of Henry VIII”. Probabilmente il peso di un lavoro come “Tales…” e il suo trionfalismo insito si fanno sentire, anche forse a causa del riscontro di pubblico. Un personaggio come lui che però, nonostante la sua bravura tecnica , compositiva ed il suo estro artistico, si presenta sul palco con tonnellate di tastiere e vestito con una cappa di raso a mò di mago futuristico, ha ben poco da recriminare sulla pomposità di cui lui stesso è forse la causa. Dopo lunghe sessioni di prove, la scelta del nuovo tastierista (elemento essenziale e indispensabile per la musica degli Yes) ricade su Patrick Moraz, un giovanotto svizzero trasferitosi a Londra l’anno prima e che aveva formato i Refugee con due ex-membri dei Nice. Entra nella formazione degli Yes nell’Agosto del 1974. 1974  Per “Relayer” questa volta due cavalieri erranti, nella coprtina di Dean
Moraz è un personaggio che dura solo lo spazio di un disco, ma che lascia un segno creativo indelebile grazie ancora una volta alla sua estrazione classica. “Relayer” viene registrato nell’estate del ’74 nello studio casalingo di Chris Squire, in piena campagna inglese, ed è l’album che segna il picco artistico per gli Yes, anch’esso con soltanto tre lunghi brani a sottolineare il trademark compositivo yessiano. Il sound che viene fuori da tutto il disco dà una sensazione di “freddezza” per il suono quasi metallico (non nel senso musicale del termine, per carità) e pieno di echi che permea il tutto. La presenza di un altro brano epico di quasi ventidue minuti, “The Gates of Delirium”, non fanno che trasportare gli Yes definitivamente nell’Olimpo del progressive rock innalzandoli sul piedistallo delle band ultra-tecniche con atmosfere da sogno. Le aperture sinfoniche sottolineate dai soliti controtempi di basso e batteria, con la chitarra che impazza a destra e a manca fanno del flash-rock veloce e fulminante suonato dagli Yes la caratteristica che li rende riconoscibili dalle prime note, soprattutto quando sono impastate alla voce angelica e in simil-falsetto di Anderson (che simil-falsetto non è: la sua voce è proprio così!). Le due long-track che chiudono il disco, “Sound Chaser” e “To Be Over”, mettono in risalto l’enorme vena melodica di Anderson unita alla vena tecnica quasi incommensurabile degli altri componenti. Per tutto l’autunno e l’inverno del ’74 gli Yes sono in tourneè negli Stati Uniti e in primavera del ’75 in Europa. Nelle ultime date live del Full Circle Tour del 2003, “To Be Over” viene finalmente riproposta anch’essa dopo quasi trent’anni, con soddisfazione degli appassionati.  La formazione di “Relayer” con Patrick Moraz all’estrema destra
1975  La prima raccolta degli Yes con la copertina dell’onnipresente Dean
Il 1975 è l’anno degli album solisti dei componenti e di una raccolta dei brani del primo periodo, “Yesterdays”. Tutti sentivano l’esigenza di staccare un po’ la spina e comporre qualcosa di proprio in solitudine senza però lasciare spazi vuoti nel mercato. Jon Anderson pubblica il suo primo album solista, “Olias of Sunhillow”, e registra il primo brano della sua lunghissima collaborazione con il compositore greco trapiantato in Inghilterra, Vangelis. Il brano è “So Long Ago, So Clear” dell’album “Heaven and Hell” di Vangelis stesso. Questo segnerà un sodalizio che durerà per buona parte degli anni ’80 con le produzioni a due con il nome di “Jon & Vangelis”. Chris Squire pubblica l’ottimo “Fish Out of Water”, ormai introvabile in vinile e osannato dai fans. Ottimo disco con una vena molto yessiana e collaborazioni dei suoi stessi compagni. Steve Howe dà alla luce “Beginnings”, nel quale sfoggia tutte le sua capacità chitarristica in stili molto lontani tra loro, dal jazzato al country, utilizzando decine di chitarre diverse. Anche Alan White non è da meno e dà alle stampe il suo “Ramshackled”, con l’aiuto di Anderson alla voce. Wakeman, invece, legato con un filo emozionale ai fans che lo considerano da sempre “il tastierista” degli Yes, è lanciato nelle sue opere sinfoniche ad alto contenuto fantasioso e molto ambiziose proseguendo, dopo la pubblicazione degli ottimi “The Six Wives of Henry VIII” e “Journey to the Centre of the Earth”, con “The Myths and Legends of King Arthur and the Knights of the Round Table” e “No Earthly Connection” nel ’76.
Ed è proprio nel Novembre di quest’anno che Moraz lascia gli Yes e viene invitato il nostro keyboard-wizard ad unirsi ancora con loro per comporre un nuovo album, il loro ottavo in studio. Wakeman accetta e tutti insieme si trasferiscono a Montreaux, in Svizzera, per registrare nei famosi Mountain Studios. 1977
 Questa volta di Dean è rimasto solo il logo
Ritornati alla formazione che li ha resi grandi, quella della trilogia progressive per eccellenza, gli Yes cominciano la loro parabola discendente parallelamente alla veloce scomparsa del prog stesso dalle scene musicali. “Going for the one” è un ottimo disco che vede la luce nel Luglio del ’77 e vede l’alternarsi di episodi più briosi ad almeno un episodio più intimista. La title-track che apre l’album è un buon esempio di rock ‘n’ roll progressivo orecchiabile e veloce caratterizzato dai cori di Squire-Anderson, su una chitarra che svisa dall’inizio alla fine del pezzo reso corposo dagli ampi tappeti tastieristici di Wakeman. “Turn of the Century” è l’episodio calmo reso memorabile da una melodia suggestiva e intima. “Awaken” è invece l’ultimo brano degli Yes degli anni ’70 che arriva ad oltre quindici minuti di durata, rimarrà nei cuori degli appassionati e la renderà uno degli ultimi capolavori progressivi classici del gruppo. A completare il tutto “Parallels”, ottimo esempio compositivo di Squire che apre con un riff solista di basso e prosegue sullo stesso in loop con un ritmo incalzante sostenuto dagli stacchi orchestrali ad effetto delle tastiere, e “Wonderous Stories”, che oltre a dare il nome ad una delle più note fanzine nostrane segna la nascita del primo video commerciale degli Yes, possedendo una melodia accattivante in classico stile Anderson. Ritorno in grande stile per Wakeman, quindi. 1978
 Ancora una volta per “Tormato” rimane solo il logo di Dean
Dopo essere stati in tourneè in tutto il mondo da Luglio a Dicembre del ’77, gli Yes nel Maggio del 1978 entrano negli Advision Studios di Londra per registrare il loro nono disco. In seguito a molte controverse discussioni interne, dalle quali deriverà l’idea del pomodoro lanciato contro l’immagine di copertina (voci dicono sia la conseguenza di un loro litigio), esce a Settembre “Tormato”, disco che conclude la parabola discendente degli Yes negli anni ’70. Da molti non considerato un buon disco, è invece un avvcinamento degli Yes alla forma canzone ma ancora con pesanti esplorazioni progressive nelle composizioni. I gusti della gente come le problematiche del mondo stavano velocemente cambiando e gli Yes qui toccano tematiche ecologiche profonde e ancora attuali. “Don’t Kill the Whale” è il singolo, girato anche in video, estratto dal disco, vicino ad un normalissimo brano rock orecchiabile, che denuncia la caccia ai grandi cetacei in via d’estinzione ed il supporto del gruppo alla battaglia per contrastarla. “Madrigal” è il secondo singolo supportato da un video che vede Wakeman e Anderson impegnati in melodie madrigali cinquecentesche ed evocative. Ritornano i temi fantascientifici, molto cari ad Anderson, con “Future Times, “Arriving UFO” e “Circus of Heaven”, quest’ultima bellissima ballata che vede su una melodia ripetitiva ed accattivante un tema in cui alla fine dei tempi si raduneranno svariate razze fantastiche in unico luogo visto come un enorme circo. Prima apparizione toccante di uno dei piccoli figli di Anderson alla voce, in parlato, sul finale del brano. Delicatissimo e romantico brano composto da Squire è invece “Onward”, su lunghissime note di basso e una chitarra pizzicata dall’inizio alla fine. Suggestiva e da brividi. Ritmato pezzo progressive in crescendo, con svisi di basso e controtempi dispari di batteria (un plauso a White) con veloci ingressi di chitarra e tastiere, è “On the Silent Wings of Freedom”, brano riproposto ultimamente nel Full Circle Tour del 2003 dopo moltissimo tempo. Nel complesso un buonissimo disco anche se non molto considerato dal rigido fandom legato al periodo ultra-progressive degli Yes. La tecnica non manca e la creatività artistica neanche, che sia un peccato forse l’avvicinamento all’orecchiabilità? “Tormato” viene portato in tourneè in tutto il mondo nell’autunno del ’78 e nella primavera del ’79 con il famoso palco rotante nato da un’idea di Squire e che rimarrà immortalato nel video “Live in Philadelphia ‘79”. Anderson ricorderà il tour come uno dei migliori di quel periodo proprio a causa di “Awaken”, una delle più belle composizioni da suonare dal vivo per la gioia dei fans. Verso la fine del 1979 gli Yes si preparano ad entrare in studio a Parigi per registrare il loro prossimo disco, ma a questo punto c’è qualcosa che non funziona più. Jon Anderson dichiarerà che quello fu l’inizio della fine perché più nessuno nella band credeva nelle sue idee musicali, tacciandolo di voler portare avanti un discorso non più al passo coi tempi. A quel punto sarà Anderson stesso, il fondatore con Squire, ad andarsene, dedicandosi ai propri lavori solisti, seguito a ruota di nuovo da Wakeman che aveva ben altre idee per la testa e non poteva perdere tempo con i capricci interni della band. L’ingresso imminente degli anni ’80 trovano Squire, Howe e White sbandati e confusi sul da farsi. Ma questo è un altro discorso. I fasti del passato sono ormai caduti nel dimenticatoio ma questo non toglie luce alla brillantezza della stella Yes, di prima grandezza nel panorama del progressive e di tutto il rock mondiale. La dimensione da sogno e fantascientifica creata da Anderson e soci rimarrà per sempre nella mente delle persone sensibili a certe tematiche fantasiose e alla musica di qualità, dote che certo non è mai mancata in una band di grandissimo livello tecnico ed artistico come gli Yes.
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