Autore: GENESIS
Titolo album: Foxtrot
Nazionalità: UK
Etichetta: Charisma
Anno di pubblicazione: 1972

Voto medio: 8.71


Recensito da Lucio Lazzaruolo

True progressive

E’ uno dei dischi più tipici del rock progressivo degli anni Settanta, con tutti i pregi e i difetti del caso. E’ anche l’album nel quale le tastiere di Tony Banks prendono il deciso sopravvento su tutti gli altri strumenti, assieme, si capisce, alla voce di Gabriel. In Foxtrot i Genesis cercano di creare una sorta di opera totale che coinvolga non solo gli aspetti musicali, ma anche quelli visivi e recitativi. A un certo punto gli aspetti non propriamente musicali assumeranno un peso crescente (e secondo alcuni degli stessi Genesis) sproporzionato rispetto alla musica. Era, in realtà, lo stesso gusto del pubblico che probabilmente esigeva che i travestimenti, le maschere, i lightshow fossero sempre più importanti. Una tendenza che col passare degli anni è sempre più prevalsa in moltissimi generi fino a ridurre la musica ad un aspetto tutto sommato accessorio.
Che Foxtrot sia il disco delle tastiere di Banks lo conferma subito il celebre inizio di Watcher of the skies con il mellotron affrancato dalla sua funzione di strumento di accompagnamento per assurgere alla dimensione di piccola orchestra (questa sì!) di archi. Il brano è poi tutto giocato su di un ostinato ritmico vagamente crimsoniano nel suo militaresco incedere. Nel testo ritorna il tema, già affrontato in Stagnation, della fine della vita sulla terra. Questa volta non ci sono sopravvissuti e a guardare lo sfacelo e la desolazione è un osservatore extra terrestre. Di onore, di tempi di dame e cavalieri e di virtù militari si parla invece in Time table, una sorta di ballad introdotta da una frase al pianoforte di carattere contrappuntistico. Un altro topos gabrielliano ritorna in Get’em out by Friday. Peter interpreta con la sua voce vari personaggi (tecnica questa inaugurata in Harold the Barrell e poi costantemente usata nei Genesis) alle prese con una nuova direttiva governativa: non ci sono più spazi per le abitazioni e così si pensa di ridurre l’altezza degli esseri umani per poterne stipare il più possibile nelle case. Get’em out by Friday, rispecchia la prima facciata di Foxtrot con vari alti e bassi: ci sono momenti davvero ispirati (si ascolti, ad esempio, la parte in cui il Genetic Control annuncia la riduzione dell’altezza) ed altri, per usare un eufemismo, non essenziali
Un altro brano non del tutto riuscito, per stessa ammissione dei Genesis, che avrebbero voluto reinciderlo è Can utility and coastliners. All’inizio sembra un’altra ballata debitrice dei Genesis di Trespass. Ben presto, però, le tastiere la fanno da padrone, culminando in un drammatico e affascinante assolo di organo Hammond, supportato dal mellotron. Chiude il pezzo un altro bel tema, stavolta cantato. Si diceva di pregi e difetti del disco. Non saprei a quale categoria ascrivere il fatto che i Genesis producono nel corso di uno stesso brano (per esempio Can utility e anche di più in Supper’s ready) diversi temi che sarebbero bastati a qualche celebrato/osannato gruppo italiano dell’epoca per riempire almeno un paio di album. Successivamente i Genesis “correggeranno” questa tendenza, ma francamente a noi sembra ancora oggi una manifestazione di grande inventiva.
La seconda facciata si apre con la celeberrima Horizons, registrata dal tecnico del suono durante una pausa, mentre Rutherford cambiava le corde alla sua chitarra. Il brano, secondo Hackett, è stato ispirato da John Renbourn, ma il tema che si ascolta dopo gli armonici iniziali è proprio barocco (di J.S. Bach in particolare). Si prosegue con la suite Supper’s ready che inizia con uno dei brani più belli dei Genesis, Lover’s s leap. Dopo una sezione di raccordo, un po’ tirata per le lunghe, ecco un altro brano davvero riuscito: The Guaranteed Eternal Sanctuary Man, ripreso poi nella sezione finale della suite. Un altro topos della produzione dei Genesis torna in Ikhnaton And Itsacon And Their Band Of Merry Men, la strage fatta in nome della pace, tema già presente in The knife e figlio di una concezione antimilitarista tipica degli anni 60 e 70 (ricordate, ad esempio, lo slogan “La pace è il nostro mestiere” alle spalle del kubrickiano Dottor Stranamore? O per venire ai nostri tempi nel pedestre Soldati di pace?). Un momento di calma riflessione (anche troppa...) è How dare I be so beautiful, col richiamo alla mitologia, in questo caso quello di Narciso, che in passato (The fountain of salmacis) era stati già oggetto di interesse dei nostri baldi eroi. Il brano successivo ha caratteristiche fortemente contrastanti con quello precedente: in Willow Farm si fa riferimento a glorie patrie (Winston Churchill) in una specie di prova generale di quelle che saranno le citazioni fatte in Broadway melody of 1974. La parte conclusiva della suite fa parte della storia migliore del progressive rock inglese. Dopo una bella frase al flauto (che sembra un retaggio dell’album precedente) l’atmosfera del pezzo si incupisce su di un ostinato ritmico che serve prima a Gabriel per una breve parte cantata e poi fa da base ad una lunga digressione strumentale all’Hammond di Tony Banks. Il tastierista definisce proprio in questo brano il suo stile fatto di un uso mai banale dell’armonia sopra la quale si muove una linea melodica spesso cangiante, ma che non perde mai di vista certi valori musicali e non è fine a se stessa o mero esercizio culturistico. Stupenda è poi la parte finale nella quale viene ripreso il tema The Guaranteed Eternal Sanctuary Man. L’interpretazione di Gabriel è semplicemente commovente.