Autore: KYRIE Titolo album: Le meccaniche del quinto Nazionalità: Italia Etichetta: PMA Records Anno di pubblicazione: 2004
Voto medio: 7 |
Recensito da Donato ZoppoAbbandonati e conosci te stessoGurdjieff e John Lennon. Coltrane e Pirandello. Un derviscio roteante e Robert Smith. Tutte le foto attaccate alla parete dello studio sono più loquaci di mille righe di ringraziamenti. Scienza e filosofia, religione e letteratura, meccanica e ricerca spirituale, gnosi e new wave. Il primo vero album dei Kyrie - primo e vero perchè segue quattro demo - è semplicemente bello. Dopo una teoria di abbozzi e appunti sonori la band milanese riesce a fissare le prorie idee in forma definitiva. Lo fa con capacità, fascino, suggestione.
E' un sound new wave, fortemente anni '80, con variazioni e integrazioni in corso d'opera, che procede espandendosi: The Cure, Ultravox e Litfiba incontrano Battiato, Cosentino e Camisasca. Un sound proiettato nel futuro: un futuro in cui la ricerca personale, intima, profonda, passa per ricordi, flash della memoria, intuizioni, ipotesi, sincretismo e interdisciplinarietà.
Rock d'autore gnostico, ci piacerebbe chiamarlo così: facciamo un torto ai Kyrie ma è un termine meno riduttivo e rende il merito al quintetto, che ha saputo concentrare riflessioni e musica come raramente accade in un primo disco.
L'art rock dei cinque è grigio, poetico, introspettivo. Il libretto è agile guida ma anche di più: block notes per testi e foto, continui rimandi come in un gioco di specchi. Un susseguirsi di immagini evocate con una capacità simile a quella del Battiato del "Cinghiale bianco".
"Lipsia 1933" e "Quello che non vedo" stendono un velo di tristezza, dark rock scarno che si gonfia di tastiere ariose; il gioiello è però "Rifugi culturali", vero manifesto del gruppo. Un sound dalle pieghe un po' demodè, in bianco e nero sgualcito come vecche foto in circolo nel fondo di un baule.
New wave dicevamo: certo un brani incalzante e ombroso come "L'uomo macchina" è debitore di un'epoca e di una filosofia del suono, eppure crediamo che sia il più adatto a rivelare il pensiero della band. Un pensiero che viaggia su binari singolari, tra dark wave, accenni cameristici e contemplazione. Eppure i fans del progressivo troveranno qualche lontana assonanza con le Orme di fine anni '70, ad esempio nell'atmosfera un po' sospesa di "Ritiro estivo" ("Rinascimentale il mio modo di cercare tra le cose", rifletteteci un po') e nelle meditative brume di "Nimloth Kirloth", tra i cui veli si intravede qualche figura beatlesiana.
Sapori mitteleuropei e qualche venatura psichedelica ("Caffè viennese"), reminiscenze elettroniche tra le foschie di "Decadenze", uno slancio leopardiano in "Abbandonandomi": "Ricerco abbandonandomi memorie lontanissime" recita il brano, le stesse che evoca nell'ascoltatore.
"Le meccaniche del quinto" è un disco di debutto degno di nota: consigliamo alla band di superare certe staticità di fondo (tra l'altro tipiche del genere), nel frattempo ci abbandoniamo alle nostre lontanissime memorie. |