Autore: MALAAVIA
Titolo album: Danze D'Incenso
Nazionalità: Italia
Etichetta: Ma.Ra.Cash
Anno di pubblicazione: 2004

Voto medio: (9)

Recensito da Matteo D'Agord

Recensioni di M. D'Agord, G. Turco, F. Fasce, D. Zoppo, M. Piva, R. Storti, B.Franchini, D. Cutali (Vers. stampabile )

Recensione di M.D'Agord
Ha finalmente visto la luce l’album d’esordio dei Malaavia, band orobico-partenopea guidata dal nostro infaticabile collaboratore Pas Scarpato: “Danze d’incenso” è infatti uscito sotto l’egida della neonata etichetta lombarda Ma.Ra.Cash.
E’ una notizia che ci rende tutti più o meno felici, in quanto seguiamo già da tempo le alterne vicissitudini del gruppo, tra importanti riconoscimenti in ambito artistico (come il premio “portavoce” assegnato nel 2001 dalla giuria di Ritmi Globali Europei) ed alcuni cambi di formazione.

Avevamo già avuto modo di sentire in anteprima la prima sequenza dell’album (recensite in queste pagine) durante le diverse fasi di lavorazione, e già allora ne eravamo stati favorevolmente colpiti, in virtù dell’eleganza e personalità di un suono che spicca nella produzione discografica attuale.

Il disco intende essere una sorta di cronaca di viaggio del gruppo, un viaggio geografico che ha idealmente luogo nei territori mediorientali, storicamente tra i più martoriati dai conflitti politici e religiosi, ma anzitutto dentro di noi, alla ricerca di una nostra intima essenza che sta andando consumandosi sotto le sferzate inflitte dal modus vivendi attuale.
L’album, come anticipato, è idealmente divisibile in tre parti, costituite da più brani uniti tra loro in ragione di una certa unità tematica, senza soluzioni di continuità.
Ritengo che la prima sequenza sia musicalmente la più accessibile delle tre, spaziando dalla tradizione melodica mediterranea e partenopea alle modernità della tecno-dance, in una personale rivistazione del “Kyrie”: una panoramica a volo d’uccello che sottolinea la disinvoltura con cui la band, lungo tutto il disco, si sposta da un genere musicale ad un altro, senza banalità, cadute di stile o – peggio – senza risultare troppo supponente.

Notevoli i preziosismi culturali, come il cantato tenorile in latino in “Ombre” o la citazione dannunziana nel brano conclusivo del disco: materiale che sembrerebbe uscire da un album di trent’anni fa e che non sarebbe giusto anticipare all’interno di una recensione, privando l’ascoltatore del gusto della scoperta.
Ottima la perizia tecnica dei musicisti, in particolare delle due anime del gruppo, Oderigi Lusi e Pas Scarpato, rispettivamente alle tastiere ed a chitarre e basso. Da segnalarsi anche la capacità interpretativa e la potenza (da brividi in alcuni punti) della vocalist: peccato che abbia dato forfait al termine delle registrazioni per seguire altri progetti.
Le note di copertina tuttavia si dilungano ampliamente sugli artisti che hanno prestato la loro opera, tra cui nomi di chiara fama quali Lino Vairetti (Osanna), Giovanni Mauriello (N.C.C.P.) e Michele Mutti (Torre Dell’Alchimista).

Le influenze del rock straniero (Genesis, Pink Floyd, Camel) ed italiano (a me vengono anzitutto in mente gli ultimi due album delle Orme, “Il Fiume” ed “Elementi”, ma anche P.F.M. e Osanna) sono dunque molte, ma il gruppo riesce a non abusare di questi ingredienti (sarebbe facile) in virtù di un sound personale, di cui si riusciranno a percepire le innumerevoli sfumature solo dopo molti ascolti.

Ma insomma, il disco è progressive oppure no? Sicuramente è un ottimo album, che risulta accessibile – il che non significa affatto “poco profondo” – anche a chi il prog non lo mastica. E direi che questo è sufficiente. (Matteo D'Agord)

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Recensione di Gv. Turco
Era una serata romana, camminavo per Via del Corso, quando, improvvisamente i miei padiglioni si drizzarono come quelli di un pastore tedesco che sente il richiamo del proprio padrone...Sentivo una musica fresca, nuova, eppure che aveva qualcosa di così maledettamente "familiare", ma non di già sentito..Cosa era? Non lo so, so solo che mi avvicinai, e fui subito rapito (sarebbe ipocrisia non ammetterlo) dal carisma di quella cantante abbigliata come un'odalisca lisergica. Era Solimena, un personaggio mitologico tra Ian Anderson (per via del fatto che suona il flauto), Teresa De Sio, Peter Gabriel degli esordi...una presenza scenica incredibile (peccato che abbia preso altre strade - "chi lascia la via vecchia per la nuova...." dice il detto...). La band è favolosa tra i quali spiccano accanto alla flautista Pas Scarpato ed Oderigi Lusi ( i due autori del repertorio del gruppo ). In quell'occasione il gruppo suonava per beneficenza durante "Telethon". Mi avvicinai con la faccia tosta che mi contraddistingue e chiesi loro di darmi una qualsiasi incisione fatta da loro. Mi accontentai così di un cd registrato in casa "alla buona" con il quali martellai dolcemente i miei timpani. Il fatto di poter sentire finalmente questi arrangiamenti mi fa provare l'emozione di un padre alla nascita del proprio pargolo. I brani si susseguono in quest'opera prima secondo il filo conduttore di un percorso esoterico di crescita interiore alla ricerca della verità assoluta. Il cd non stanca per niente nei suoi 72 min. di musica varia, spaziando dal prog '70, al jazz, alla dance '70, alla musica classica, al rap di scuola napoletana, accontentando tutti i "palati", con una strizzatina d'occhio al Battiato più esoterico. Un piece imperdibile, che mi fa gridare al MIRACOLO in un periodo piatto come questo. Bello il booklet interno ben ricco di traduzioni dei testi in dialetto napoletano. I temi trattati sono particolarmente profondi, affrontando tra le altre cose, non solo quello esoterico, ma anche in un certo senso socio-politico, come le contraddizioni e le barbiarie che contraddistinguono certi costumi imposti da alcune popolazioni che fanno parte della "culla" che hanno dato vita a tutte le civiltà.
Tutto il lavoro poi è ulteriormente impreziosito dalla collaborazione di Lino Vairetti (Osanna) e di Giovanni Mauriello (N.C.C.P.), cosa che conferma quanto il prodotto sia di qualità. Credo che sia alquanto difficile per la band ora, con un esordio simile, bissare con un secondo cd allo stesso livello, ma sono fiducioso. Si dice che chi ben comincia è alla metà dell'opera, ma qui si è cominciato ottimamente, eccome! Voto: 10
Una sola parola: DA COMPRARE ASSOLUTAMENTE! (Giovanni Turco)

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Relazione di F.Fasce
Quando ho sentito le prime note del CD ‘Danze d’Incenso’ dei Malaavia, ho capito che ero davanti a qualcosa di diverso.
E’ difficile descrivere una sensazione che deriva da un’emozione profonda, assolutamente spontanea.
La cosa che mi ha stupito subito è la grandissima tecnica esecutiva. Bravissimi tutti i musicisti; ma se ascoltiamo attentamente il basso (con le chitarre) e le tastiere, ci rendiamo conto che Pas Scarpato e Oderigi Lusi sono due grandissimi esecutori, padroni dei loro strumenti mas senza lasciarsi andare a inutili orpelli e tecnicismi.
Tornando al CD, questo è diviso in tre sequenze, e si è piacevolmente impressionati dalla estrema scorrevolezza dei brani, un continuum garantito da una perefetta logica sequenziale.
‘Danze d’Incenso’ è una perfetta commistione tra il nostro sound mediterraneo più puro e cristallino, e un sound progressive che ricorda gli anni migliori della PFM.
Una nota a parte per le voci. Anche le nostre band Progressive più accreditate hanno spesso avuto problemi ad affrontare l’aspetto vocale; Pas Scarpato e Solimena Casoria si distinguono per la giusta potenza, che però non sminuisce il calore.
Devo riconoscere che più che canto si sente un’interpretazione, una partecipazione emotiva alle belle parole che accompagnano queste fresche musiche.
Anche i testi, che trattano con estremo gusto argomenti non semplici, sono decisamente musicali, e beneficiano la musica stessa di quella linea melodica che definisce perfettamente l’andamento delle sequenze.
Credo che sia superfluo dire che è un disco raccomandatissimo, che si spera abbia il riscontro che decisamente merita.
Voto: 9 (F. Fasce)
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Recensione di Donato Zoppo:

Le vie del progressive sono infinite: su una delle tante abbiamo scoperto i Malaavia. Pas Scarpato (voce, basso e chitarre) e Oderigi Lusi (tastiere e voci): un duo proveniente dal napoletano che, dopo anni di gavetta, duro lavoro e modifiche di line-up, è giunto al disco d’esordio. Un gruppo-laboratorio che scava e scruta se stesso, seguendo la propria via musicale.

“Danze d’incenso” è un viaggio nella tradizione del progressive italiano: la teatralità e il calore degli Osanna, la solenne melodia delle Orme, la verve della PFM, la dolcezza dei Pierrot Lunaire. Un viaggio nella tradizione napoletana: le armonie solari di Teresa De Sio e Pino Daniele, il patrimonio lasciato dalla Nuova Compagnia di Canto Popolare, la vitalità di Tony Esposito e James Senese. Come ogni viaggio va avanti, toccando anche il pop esotico di Battiato e il rock romantico di Camel e Renaissance.

E prosegue oltre, verso una meta rischiosa, difficile, lontana ma necessaria. Una meta dolorosa: la scoperta di se stessi e del proprio posto nell’universo. Il tema della ricerca interiore e della propria origine divina, del “contrasto tra essenza e personalità”, lo stesso che ha condotto Battiato e anime vicine (Alice, Camisasca) a lidi di assoluta spiritualità. L’intero disco è un invito a fuggire da “falsi sacerdoti” e “facili traguardi”: solo vivendo “nascosti” sarà più viva l’illuminazione.

L’incenso del titolo e la suggestiva copertina non richiamano a facili tentazioni orientali: il legame con l’Oriente ci riporta alla culla del mondo, una lontana e immaginaria Agartha dove quel Re del mondo “ci tiene prigioniero il cuore”. Per arrivare là il gruppo segue le proprie “vie interne”, lungo le quali si cercano “antiche verità”, affrancandosi dalle “memorie occidentali”. In tristi giorni di facile musica da intrattenimento i Malaavia ci accarezzano il cuore e ci guidano alla conoscenza di noi stessi.

C'è anche un'altra novità: il disco è prodotto dalla nuova etichetta Ma.Ra.Cash, fondata da Orlandini del Camelot Club, ed è “figlio” della collaborazione di soggetti attivi nel mondo del prog italiano, come il Centro Studi Progressive Italiano e MovimentiProg. E’ anche così che si dimostra la vitalità del nostro rock progressivo.

Durante il viaggio la carovana-Malaavia (arricchita da numerosi collaboratori) trova compagni di lusso, come un grande Lino Vairetti (Osanna) nell’intensa “Abraham, where is the land?”; il giovane Michele Mutti (synth della Torre dell’Alchimista) nell’accattivante “Gnoti Sautòn”. Si permette anche di sostare su ritmi techno-house: un inaspettato “Kyrie Eleison” in compagnia di Giovanni Mauriello, indimenticata voce della NCCP. Qualcuno storcerà il naso, qui come nella movimentata disco music di “Vie interne”: ma la danza è strumento di conoscenza ed elevazione, contro la staticità e la materialità di noi occidentali grassi e soddisfatti.

Danza. Conoscenza. Balsami d’incenso. Questi i tre temi e le tre rispettive sequenze in cui è diviso il lavoro: più imponente la prima, introspettiva e meditata la seconda, toccante e rivelatrice la terza. I Malaavia ci offrono un moderno art rock, tinto di world music, etno-pop, dub e fusion. In alcuni casi rasentano gli Avion Travel (vedi l’elegante title-track), su tutto svetta l’ispirata voce della vocalist. Ma c’è di più: i fiati ricchi e variopinti, le calde percussioni, le languide melodie arabe (vedi “Mezzaluna fertile”), gli spunti alla Pink Floyd; il magnifico piano di Lusi (uno dei più preparati musicisti prog degli ultimi anni); la chitarra di Scarpato che, registrata al ritmo del battito cardiaco, farà sciogliere tutti gli amanti phillipsiani (“Locus amoenus”).

Un susseguirsi di brani incalzanti, a volte meditativi, talvolta vivaci e anche eccessivi. “Ombre” è senza dubbio uno dei pezzi più toccanti del prog degli ultimi anni; così come la superba “Vivi nascosto”. Il finale, la “Canzone di Giuseppe”, è un omaggio alla pazienza di un uomo che dovremmo prendere come esempio; nella “Coda di luna calante”, tra citazioni d’annunziane e una sensazione di pienezza interiore, si chiude un disco di notevole spessore.

Raramente ci troviamo dinanzi a debutti così densi di significato ed idee: "Danze d'incenso" è il risultato di anni di lavoro e sacrificio. Come in ogni debutto ci sono ingenuità ed eccessi, ad esempio la lunghezza, un vizio che ha segnato anche il bell’esordio dei Floating State. Tuttavia, dinanzi ad un album legato ad un concetto così nobile e ad un impianto musicale così affascinante, non si possono risparmiare pareri favorevoli.

Dedicato a tutti quelli che, un giorno, in una delle nostre vite, sentiranno “bussare alla porta del proprio cuore”.
(D. Zoppo).

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Recensione di Marco Piva:

Prima che ascoltassi questo disco, qualcuno mi parlava dei Malaavia come “il futuro del prog italiano”. Non sono d’accordo: i Malaavia sono il PRESENTE del prog italiano. Raramente ho avuto modo di ascoltare un lavoro completo e artisticamente raffinato come “Danze d’incenso”, soprattutto in ambiente nazionale. Anche senza menzionare le varie ed importanti collaborazioni (Lino Vairetti degli Osanna, Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare) e gli interventi di numerosi musicisti ospiti, la costruzione di ogni brano è accurata e perfettamente adeguata alle doti di ognuno dei membri della band, in modo che tutti possano mettere in luce le proprie caratteristiche migliori, innalzando a livelli altissimi la qualità delle danze.

I Malaavia sono Pas Scarpato (voce, basso, chitarre) e Oderigi Lusi (tastiere, Hammond, fisarmonica, cori) con la collaborazione di Solimena Casoria (voce e flauto), Lucio Fontana (batteria) e Egidio Napolitano (percussioni). Come già accennato, poi, la lista degli ospiti è ricca, anche con nomi importanti. I Maestri Scarpato e Lusi inoltre hanno composto anche le parti musicali di ogni brano, mentre i testi sono a nome del solo Scarpato (eccetto “Vivi nascosto” firmato insieme a Matilde Mayla Nuzzo). Si nota evidente la loro abilità e la loro competenza nel campo, nel fondere con tanta maestria i suggerimenti del progressive italiano degli anni ’70 e le suggestioni etniche tipiche della scena napoletana, le evidenti radici classiche (presenti soprattutto nelle parti pianistiche di Oderigi Lusi) e qualche idea tratta dal rock’n’roll, in particolare in alcuni passaggi della voce maschile di Pas Scarpato.

Anche i testi delle canzoni, perfettamente legati alla musica che li accompagna, rivelano una profondità di riflessione raramente riscontrabile nell’ambito musicale; “Danze d’incenso” si divide in tre sequenze, all’interno di ognuna delle quali i brani si seguono in maniera coerente e significativa.

La prima sequenza, “delle danze”, si apre col bel “Preludio di luna piena”, brano strumentale complesso ma tendenzialmente rarefatto, che serve ad introdurre l’ascoltatore nell’atmosfera che lo accompagnerà fino alla fine del disco. Segue “Abraham, Where Is the Land?”, nella quale si introducono le due voci, quella alta della vocalist Solimena e quella più grave ma perfettamente armonizzata di Pas Scarpato. In questo pezzo si notano le varietà di registro – anche linguistico – che caratterizzano i Malaavia: insieme ad alcune parole in inglese,in ebraico, l’italiano e il napoletano si alternano dipingendo anche all’orecchio meno esperto ed attento le varietà e i colori della napoletanità. Segue poi “Climax”, quasi del tutto strumentale, che parte riprendendo il finale del brano precedente e fa alzare l’attenzione dell’ascoltatore fino a terminare i suoi poco più di 50 secondi con una ripresa del refrain di “Abraham, Where Is the Land?”. Il climax, secondo le antiche leggi dell’oratoria (sicuramente note a Scarpato, insegnante di professione), doveva essere posto alla conclusione dell’orazione pubblica. Ma in questo disco si trova all’inizio, come una dichiarazione di intenti per la quale è necessario puntare, in ogni momento, al proprio massimo, a raggiungere le vette più alte possibili. Si continua con “Sahara – Marrakech”, che introduce più decisamente al lato “arabo” della musica dei Malaavia (già presente comunque nei brani precedenti). Vi si cantano quasi solo aspetti positivi e quasi “favolistici” dell’area nordafricana, anche se comunque non si tralasciano i riferimenti all’“infinita guerra” che vi si sta combattendo. Si prosegue con il jazzatissimo intermezzo strumentale di “Smoke Rag”, che si interrompe bruscamente per dar spazio a “Desert Sounds”, nella quale il sassofono la fa da padrone dipingendo uno scenario che (anche grazie all’azzeccato titolo e all’accostamento con i brani precedenti) può ricordare certi paesaggi sahariani visti nei documentari, il tutto comunque con una forte vena jazz alla base. La prima sequenza si conclude poi con “Kyrie Eleison”, affidata alla voce di Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Questa preghiera (tuttora presente nella Messa cristiana, si tratta semplicemente dell’invocazione di pietà), qui presentata sottoforma di litania, si apre accompagnata da un sottofondo etnico, con percussioni ed arpeggi di chitarra, per evolversi in una sorprendente versione “dance” accompagnata da campionamenti. Molti significati possono essere visti in questa scelta, dalla mercificazione e commercializzazione del sentimento religioso popolare che si è avuta soprattutto nella seconda metà del XX secolo a un messaggio quasi opposto, ovvero la meccanicità di alcune manifestazioni religiose che rimangono solo “di facciata”.

La seconda sequenza, “della conoscenza”, si apre con “Ombre”, che paradossalmente mette in luce alcuni aspetti della società contemporanea (sia “occidentale” che “orientale”, anche se in forme diverse): le ombre del titolo sono persone o comportamenti che limitano la libertà personale impedendo al singolo di vivere la propria individualità. Curioso notare che questo brano mischia, oltre ai soliti registri linguistici differenti (al napoletano e all’italiano si aggiunge anche il latino), anche alcuni momenti strumentistici nettamente ascrivibili a generi diversi. Il pianoforte dell’apertura è tipicamente classico, mentre il “ritornello” è introdotto da un accordo di Hammond caratteristico del prog degli anni ’70; la parte in napoletano si posa su una base di percussioni etniche, mentre la frase in latino è cantata con toni presi in prestito dalla lirica; segue poi un passaggio di sassofono che richiama decisamente il jazz, per continuare con un accompagnamento pianistico vicino alla tipica “canzonetta” italiana. A questo complesso brano segue l’ancora più difficile “Gnoti Sautòn (conosci te stesso)”. In origine la frase (citata da Platone, che la mette in bocca al suo maestro Socrate) veniva letta come un’intimazione a riconoscere i propri limiti. Scarpato, mettendo in atto un processo tipico della filosofia antica che consiste nel citare le proprie fonti senza necessariamente accettare le interpretazioni date nei momenti successivi, la legge come un suggerimento ad approfondire appunto la propria autocoscienza al fine di comprendere che tutto ciò di cui ognuno ha bisogno può essere trovato in sé stessi, senza cercare necessariamente l’affermazione data dal sopraffare il prossimo. E questo concetto è immediatamente ripreso dal successivo “Vie interne”, che su una base decisamente ispirata all’opera di Franco Battiato suggerisce di valorizzare quanto si può trovare (ma solo con la ricerca) dentro sé stessi contro la cecità che purtroppo ormai caratterizza uno strato troppo grosso della nostra realtà. La sequenza prosegue con “Softmoon” che inizialmente riprende un passaggio vocale di “Gnoti sautòn” come sottofondo ad una registrazione presa evidentemente sulle rive del mare che unisce i vari mondi messi in gioco dai Malaavia in questa opera, ovvero la realtà napoletana, quella nordafricana, quella mediorientale e quella greca, per proseguire con un passaggio di pianoforte classico. Segue poi “Cuori d’elettricità”, dai colori estremamente arabeggianti che suggeriscono ancora una volta l’importanza della coscienza di sé stessi. Il testo viene ripetuto interamente due volte, prima dalla voce femminile poi da quella maschile, e i due diversi timbri danno letture differenti del messaggio nonostante le parole siano le stesse. Si ha l’impressione nella prima parte, affidata alla voce altissima di Solimena , di una ricerca colta al suo inizio, di una persona che scopre solo alla fine della sua parte del brano davvero quello che c’è al proprio interno. La voce di Pas Scarpato invece, più bassa e sicura nel timbro, rende l’idea di qualcuno che si trovi ad un punto più avanzato della propria scoperta. E l’intervento della voce femminile quasi ad interrompere la parte maschile sembra confermare la profondità del cammino svolto, mentre infine la chiusura cantata su toni più alti da Scarpato suggerisce allo stesso tempo la gioia della conoscenza e l’urgenza di continuare il cammino. E a “Cuori d’elettricità” si lega immediatamente la conclusiva “Hominem quaero” (latino per “cerco l’uomo”), frase che si ritiene pronunciata dal filosofo greco Diogene il Cinico quando gli veniva chiesto cosa cercasse con il suo lanternino. E i Malaavia evidentemente cercano qualcuno che abbia il coraggio di essere una persona prima che una parte della società. Esplicito anche il fatto che il brano (e la sequenza) si chiuda con il rumore dell’esplosione di un tuono.

Si conclude poi con la terza ed ultima sequenza, “tra balsami d’incenso”. Primo brano è “Interludio sospeso”, pezzo strumentale lento, quasi classico, disturbato inizialmente da un persistente vocio che cessa soltanto quando gli archi per così dire “alzano la voce” assumendosi il ruolo di guida del pezzo. La successiva “Vivi nascosto” (in greco antico “làthe biòsas”, motto dei filosofi epicurei) è ancora più esplicita riguardo al tema della necessità di guardarsi dentro per evitare di essere travolti dai dettami della modernità, da una situazione nella quale, come dice il testo della canzone, “non serve ciò che pensi o che dici, occorre solo ciò che produci”. Va notato che anche questo brano ha nelle parti vocali dei chiari ammiccamenti all’opera di Franco Battiato (particolarmente ciò che il cantautore siciliano ha scritto negli anni ’70). Segue il lungo brano strumentale “Danza d’incenso”, che propone tematiche molto legate alla tradizione classica soprattutto tedesca con degli accenni alla musica sacra (parti di organo eseguite all’Hammond). La sequenza continua con “Mezzalunafertile”, brano in due parti divise dal “Bach’s Prelude”, effettivamente un brano per pianoforte di Johann Sebastian Bach eseguito dalle abili dita di Oderigi Lusi. Tornando a “Mezzalunafertile”, vediamo che questo brano si apre con un rumore di esplosioni, delle voci che possono ricordare un telegiornale probabilmente in lingua inglese (ma il volume è tale che le parole non si riescono a comprendere) e degli accordi di tastiera che ricordano un po’ gli assoli dei virtuosi di questo strumento del prog anni ’90. Il ritmo e i suoni prendono poi una strada più etnica, mentre il testo mette in luce i contrasti e le contraddizioni del mondo mediorientale: in fondo, quella che nel mondo antico veniva definita appunto “mezzaluna fertile” corrisponde grossomodo all’attuale Iraq. L’accusa viene mossa non alle persone, ma ai detentori del potere che iniziano le guerre nelle quali poi i semplici abitanti della zona combatteranno, spesso senza poterne capire davvero il perché. Pas Scarpato va quindi a chiarire che il mondo mediorientale non è né migliore né peggiore della società occidentale nella quale viviamo noi: ha problemi a volte comuni a volte diversi, ma da nessuna delle due parti sta la verità o il “bene” come invece qualche politico di rilievo afferma. La sequenza cambia poi atmosfere con “Locus amoenus”, come il poeta latino Virgilio chiama nelle “Bucoliche” la sua fattoria nella quale rifugiarsi dai problemi del mondo per “vivere nascosto” come suggerivano gli insegnamenti epicurei. E si tratta di un brano nel quale la fa da padrona la chitarra acustica, con ritmi lenti e carezzevoli, che mettono a proprio agio l’ascoltatore. Segue poi la “Canzone di Giuseppe”, nella quale prende la parola il padre putativo di Gesù Cristo. Nonostante in alcuni suoi momenti il brano ricordi qualche passaggio de “La Buona Novella” di Fabrizio De André, la figura del santo non è vista in crisi, come di solito i “lettori progressisti” della Bibbia la dipingono, per il fatto di trovare la futura moglie incinta di un figlio non suo. Si legge invece in questo brano una presa di coscienza da parte di Giuseppe della responsabilità di crescere una persona che dovrà diventare tanto importante, e la disponibilità a mettersi nelle mani di Dio per questo suo compito. La sequenza e il disco si chiudono infine con la “Coda di luna calante”, nella quale viene recitato un brano di D’Annunzio su un sottofondo che un po’ riprende il “Preludio di luna piena” con dei ritmi un po’ più accesi ma comunque non eccessivamente veloci.

Per concludere, questo lavoro dei Malaavia è secondo me qualcosa che ogni appassionato di prog italiano dovrebbe conoscere e possedere, in quanto credo che da queste idee molti frutti ancora potranno nascere per portare lustro al progressive e alla musica in generale.

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Relazione del Prof. B.Franchini, insegnante presso la S.M.S. di Tavernola B. (BG).

Malaavia: da quanto ho ascoltato e letto Su Movimenti Prog ed altri siti di critica musicale, non è un gruppo ma un progetto. In questa idea c’è forse l’aspetto più interessante: partire dal dato semplice e proseguire “in progress” ed in trasformazione.

Danze d’incenso: Il richiamo alla tradizione progressive italiana, che si tinge in ogni brano di colori partenopei non è solo di un richiamarsi a tradizioni di una cultura musicale oramai storicizzata – che in Italia ha avuto molti meriti e alcuni eccessi verso il basso quando il panorama musicale, ma soprattutto il senso di quel fare musica, era cambiato (mi riferisco a gruppi autentici che nel tempo hanno cercato di sopravvivere a sé stessi, Le Orme, BMS e la nostrana PFM) – e a quella popolare, ma anche di una collaborazione attiva con chi ha vissuto e vive da protagonista di questi aromi
( M.Mutti, L.Vairetti, G.Mauriello).
La qualità artistica dell’album è ineccepibile, pesante e barocca quanto basta per ricordare la produzione migliore di certa musica di tanti anni fa.
Forse l’elemento più interessante e innovativo lo si trova nei testi dove Pas Scarpato mischia sapientemente certe immagini che rasentano metafisica e surrealtà con tematiche legate ad avvenimenti, non troppo celati, contemporanei, con certo “gusto religioso” tipico (Canzone di Giuseppe).
La napoletanità del progetto si fa sentire nell’utilizzo della lingua napoletana trait d’union in molti brani ed elemento di riconoscimento e definizione.
“Limite” più grosso dei testi è, in alcuni casi, una ricerca di sonorità e musicalità attraverso frasi in rima: si legge in questo una certa forzatura. Ma anche questo è un richiamo palese alle origini.
L’unico difetto vero, del disco, non dell’idea, è l’esagerazione:
all’interno di molta qualità e progettualità – elemento che si respira dal primo brano all’ultimo – un’eccessiva lunghezza, una quantità di brani di qualità diversa confondono e nascondono i momenti più alti.

Chi scrive non è un tecnico di cultura e critica musicale, ma sa ascoltare ed è convinto che sono i difetti e gli errori che possono spingere a motivare verso correzioni e trasformazioni. Se un prodotto è perfetto, che senso ha continuare?
B.Franchini 2004


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ALTRE...

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Scambio di battute tra Marco Piva e Pas Scarpato sul significato esoterico del nome MALAAVIA

Domanda Marco Piva : Sai Pas, facendo un’indagine filologica sul termine MALAAVIA, dopo il concerto del BUENAVENTURA mi risulta che "avia" in latino vuol dire “ la nonna” oppure, al neutro plurale sta per "Luoghi impervi". Tipo le "Vie interne" (nascoste => Lathe biòsas) del"Locus amoenus". Niente a che fare quindi con gli uccelli di cui “avis –is”, nominativo plurale "aves".
Ho beccato il significato vero? Potresti spiegarmi…?

Risposta Pas Scarpato : Bravo!! Sei stato il primo a svelare l'arcano enigma.
Infatti MALAAVIA è un termine inventato. “Mala” per sottolineare la decadenza o la "caduta" direbbero i mistici d’oriente e “avia” per sottolineare il carattere antico - al neutro “i luoghi impervi”
> da qua locus amoenus >le vie interne o celate > vie interne > lathe biòsas> vivi nascosto.
E veniamo agli uccelli. Niente a che vedere con “avis-is” dunque ma la radice ed il suono sono gli stessi.
Il termine avia nella terminologia tardolatina e pre volgare ricorda nell'idea fortemente il volo e gli uccelli: è il suono, non il termine o la sintassi, comprendi?
Ma cosa c'entrano, mi dirai: C'entrano eccome!!
Il volo è da sempre , nell'immaginario mitico, il simbolo della libertà e della ricerca.
Tu non credi che nella musica dei MALAAVIA ci siano tutte queste componenti?
Quando ho scritto questi brani, a volte per definire alcuni passaggi armonici mi facevo aiutare dalla misura della distanza media dei pianeti. Trasportavo tutto sul pentagramma, in scala ovviamente, e calcolavo i gradi corrispondenti. Mi venivano sempre bene i calcoli, mai stonati !!!
Penso che Oderigi per completare il tutto abbia usato lo stesso metodo, anche se con parametri diversi.
Coincidenze?
Potrà sembrare folle ma è così.
Forse è per questi motivi che le persone avvertono in quelle note e in quelle parole qualcosa di magico , misterioso che si cela dietro la maschera del suono.
Tu che opinione ti sei fatto di tutto quello che hai ascoltato?

Marco Piva: Quindi la storia degli "uccelli del malaugurio" non è precisa? Perché non mi convinceva come lettura, sentita la vostra musica.

Pas : Mah! In base a quanto predetto, non è errato pensare agli uccelli dei luoghi impervi...
Mala per sottolineare la decadenza o la "caduta"...

Marco : Questo l'avevo visto bene, poi magari se avrai voglia di leggere la mia analisi sul vostro disco mi dirai se ho intuìto decentemente quello che avete voluto comunicare... E’ il "malaugurio" quello che mi suonava del tutto fuori posto.
Anzi, poteva sembrare quasi un controsenso. Diciamo che, prima di riflettere un po' sul nome, avevo pensato che potesse essere un "vecchio" nome della band rimasto per motivi affettivi ma non più corrispondente al messaggio comunicato. Ma mi sembrava un atteggiamento poco adatto al "Pas" che si legge nei testi del disco…

Pas: Ti ripeto, sei stato il primo...Leggerò il tuo l'articolo con curiosità.

Marco : E veniamo agli uccelli. Niente a che vedere con avis-is ma la radice ed il suono sono gli stessi… mi dici.
Mi sembra assolutamente legittimo!

Pas : E su questo...pare che non ci piova.
Il volo è da sempre , nell'immaginario mitico, il simbolo della libertà e della ricerca…

Marco: Eccome! La libertà TRAMITE la ricerca, direi io.

Pas : Stai attento, in un'epoca oscurantista come la nostra potrebbero additarti come stregone.
Esattamente ciò che successe a tanti liberi pensatori medioevali ed in tempo di controriforma...

Marco : Piuttosto di non poter pensare preferisco affrontare il rogo.
…Libertà che si trova sì, come dice Virgilio, nel "locus amoenus". Quello che però è terribilmente nuovo nel messagio dei Malaavia è che questo locus amoenus non è un giardino dell'Eden, terreno come quello di Virgilio stesso o da raggiungere dopo la morte come molte religioni suggeriscono. Il nostro locus amoenus sta dentro...

Pas: Da questo concetto chiaro, possiamo anche trarre i fili che ci collegano ad Abraham, where is the land?
Non è la terra fisica, geografica, quella che i patriarchi cercavano. E' la fertilità dell'essere, dell'essenza. La terra è il luogo intimo dove lo spirito può crescere ed espandersi.
Ma anche allora, il bigottismo dei vari sistematizzatori di turno fece la sua parte. E ora, nel 2004, stanno ancora cercando la terra geografica e s'ammazzano inutilmente.
Sul concetto del "dentro" stiamo elaborando un altro brano.

Marco: Ecco, questo in quel brano (Abraham...) non ero riuscito a notarlo. E' uno di quelli che trovo più piacevoli all'orecchio, e forse proprio il fatto che in questo senso mi dia una quasi totale soddisfazione mi ha fatto essere "sazio" e non l'ho "letto" con cura.…forse è per questi motivi che le persone avvertono in quelle note e
in quelle parole qualcosa di magico… , Anche per questi !

Pas : Tu che opinione ti sei fatto di tutto quello che hai ascoltato?

Marco: Leggiti quella che avrebbe dovuto essere una recensione* per il sito ma che probabilmente finirà come retrospettiva perché è troppo lunga. Nasce dalle note che mi ero buttato giù preparandomi a parlare di voi a Genova, e poi ha preso una sua strada. In sintesi, comunque, direi che un altro dei motivi per cui dietro a "Danze d'incenso" si sente la presenza di qualcos'altro di misterioso è il fatto che nelle parti tue e di Oderigi si ha la sensazione
che VOI siate a conoscenza di qualcosa che sta dietro ad ogni nota.
Lo stesso non sono riuscito a coglierlo nelle parti della voce femminile nel disco, mentre ne ho avuto un'idea al concerto.

Pas: Guarda, ormai hai svelato tutto. Colloquiare con te mi fa sentire un libro aperto. Grazie.
In effetti, quando io e Oderigi abbiamo scritto le stesure che poi sono finite sull'album , la band già non esisteva più da tempo. Solimena aveva abbandonato la ricerca perchè non è riuscita a
dominare la potenza del proprio ego ( credo che sia così). E questo artisticamente ( e penso pure psicologicamente) l'ha distrutta. Lucio...è Lucio, con tutti i suoi problemi d’ordine nervoso che non riescono a risolversi con … e da tempo non ci “prendevamo” più. Le registrazioni con lui sono state una via crucis per me,Oderigi e Peppe Sasso ed il Calvario per lui. Ci siamo fatti entrambi del male.
Egidio dallo studio sul corpo e le sue potenzialità è passato all'ateismo puro. Intanto è diventato direttore d'orchestra. Collaborerà ancora con noi ed è sempre nei nostri cuori.
Noi siamo andati avanti.

Marco: Si nota anche dalle note di copertina, in effetti. Ma prima di leggerle,convinto che i Malaavia fossero le cinque persone che sentivo suonare (più ospiti, e va bene), avevo notato questa disparità di "sentimento".
Ho visto (forse stranamente) più "ispirata" Elena, al concerto. Certo, forse c'è anche il fatto che i brani non sono stati scritti "con" e "per" lei ma li ha conosciuti già completi ed è potuta entrarci nella maniera a lei più congeniale (ed evidentemente anche rispettosa del modo in cui tu e Oderigi li avete scritti e li interpretate, però), ma comunque ho avuto la nettissima impressione - sia mentre cantava che mentre stava da parte durante i brani strumentali - che ognuno di quei brani fosse "suo", come dire, che uscisse dal suo intimo...

Pas:Elena è una persona meravigliosa. Ha iniziato da non molto il suo cammino la credo che le "antiche verità" le porti dentro da sempre. Quando le ho proposto di cantare con noi - al telefono e senza conoscerci direttamente- ha accettato subito, senza riserve.
Ha intuito in modo istintivo l'afflato sottile che ci legava, senza aver bisogno di conoscerci direttamente. La ammiro molto per questo. Ma desso corro a leggermi le tue note …( ore 04.45 )
T'abbraccio. Pas

Marco: Un abbraccio a te.

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Recensione di Daniele Cutali

Cosa dire di più su questo cd che non abbiano detto i miei colleghi ed amici?
Questo lavoro della giovane band napoletana è stato spulciato in ogni piccolo particolare e in ogni suo piccolo solco, quindi eviterò l'analisi brano per brano per vederlo in un'ottica più generale.

Danze d'Incenso è un crogiuolo di influenze e stili rilevanti, ricamati molto bene da Pas e Oderigi i due musicisti fissi del progetto Malaavia, che richiamano alcune delle band fondamentali del rock progressivo nostrano. Tutte queste influenze, però, sono sapientemente miscelate in modo da far venire a galla prepotentemente anche la loro personalità nelle composizioni.

C'è di tutto nel calderone Malaavia. Arie orientaleggianti che profumano di misticismo sufi, nelle quali ritroviamo l'accentuato spiritualismo di cui si fa portavoce Pas Scarpato con la sua filosofia di vita e con i suoi testi, che costituiscono il tessuto etereo e astratto del concept (solo nel brano “Vivi Nascosto” i testi sono scritti da Matilde Mayla Nuzzo); linee melodiche che attingono al caldo bacino della musica mediterranea partenopea, e non poteva essere diversamente data la provenienza della band; gruppi di note che arrivano direttamente dal retaggio ormistico-banchiano-pfmiano della tradizione progressiva italiana degli anni '70 e ampi respiri di una coscienza battiatiana che ondeggiano lentamente in alcuni brani. La suddivisione dell'opera in tre sequenze ci fa andare prepotentemente con la mente ai grandi album con base concettuale a cui ci avevano abituati le band storiche nel decennio d'oro settantiano.

Tutto questo è Malaavia e anche di più. Ci è capitato raramente negli ultimi tempi di ascoltare un cd così fresco nelle sue intuizioni, pur rimanendo saldamente ancorato a certe tradizioni e non facendo nulla di rivoluzionario. Diciamo questo perchè in effetti la musica dei Malaavia non stravolge nessun canone ed è una miscela di molti generi riconoscibilissimi.
La vera qualità dei Malaavia sta nelle composizioni. Pochissime cadute di tono, come per alcuni semplicissimi tempi dance che si allontanano totalmente dal significato globale del lavoro; altri brani sono di livello standard e nella media, ma alcuni episodi sono proprio di altissimo livello facendo entrare l'ensemble di diritto nelle manipolo delle giovani band che tireranno le redini del progressivo tricolore. Un plauso alla Ma.Ra.Cash Records di Massimo Orlandini e Raoul Caprio che hanno creduto e investito nel progetto di Pas e Oderigi.

Ricordiamo che in questo lavoro hanno partecipato alcune personalità di caratura storica che hanno dato un contributo con la loro voce.
Parliamo di Lino Vairetti, indimenticato cantante dei Città Frontale prima ma soprattutto degli Osanna poi, tra i fondatori della scuola prog napoletana e precursori del neapolitan power tanto di moda a cavallo tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 che ha lanciato nello stardom nazionale personaggi del calibro di Pino Daniele, Tony Esposito e Tullio De Piscopo, gravitanti attorno alla galassia Osanna quand'erano poco più che ragazzini. Parliamo anche di Giovanni Mauriello della Nuova Compagnia di Canto Popolare, ensemble degli anni '70 che si rifaceva al folclore tradizionale partenopeo.
Sono presenti nel disco anche ospiti d'eccezione dell'odierno entourage progressivo. Michele Mutti, tastierista de La Torre dell'Alchimista, gruppo bergamasco “vicino di casa” di Pas il quale risiede proprio nel capoluogo orobico; e Luciano Ceriello, emergente cantautore napoletano con all'attivo già un disco, “Deserti Irreali”.

In conclusione un disco importante da avere, che segna l'inizio di un bel percorso per una band aperta a tante collaborazioni e con una capacità tecnica, per i due membri fissi, non indifferente.


Per ulteriori dettagli:
http://www.malaavia.net - sito ufficiale Malaavia
http://www.maracash.com - www.Diedi.com - sito label - sito menagement

Per contatti:
malaavia@yahoo.it - mail ufficiale della band


I nostri voti:
(clicca sul nome di un recensore per visualizzarne il profilo)
Andrea Casale: (10)
Daniele Cutali: (8)
Donato Zoppo: (8)
Emanuele Kraushaar: (10)
Eris Salvador: (9)
Giovanni Turco: (10)
Marco Piva: (8)
Matteo D'Agord: (9)
MEDIA: (9)



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