Recensito da Donato Zoppo (Vers. stampabile )L’instancabile Paul Chain, riconosciuto padre del doom internazionale, sperimentatore a tutto tondo ed integro avversario del music-business, ritorna alla nostra attenzione con il nuovissimo “Cosmic Wind”.
Si tratta della seconda parte del progetto “The Improvisor”, nome che Chain assegna alle improvvisazioni musicali e ai live act. Egli possiede un immenso archivio contenente i masters di tutte le sue incisioni e, a seconda delle formazioni e dei progetti, individua un “container” che apre sulla base di registrazioni audio o video.
Il contenitore in questione è il numero 3000 e la registrazione in esso contenuta risale al 7 novembre del 2001, al Day Records Studio della sua città, Pesaro. Il giorno precedente, il 6 novembre, Chain aveva registrato delle tracce pubblicate poi nel 2001 come “Sign from space”, album che aveva riscosso un grande apprezzamento dalla critica specializzata.
Nulla cambia rispetto a quell’album: stesso container; etichetta Beard Of Stars; copertina spaziale della Malleus; eguale formazione (Danilo Savanas alla batteria e Alex Vasini alle chitarre); totale improvvisazione e quindi massima libertà esecutiva. Soprattutto rimane immutata la natura del progetto, quella di creare un jam/space rock libero da sigilli formali ed odiose regole, addirittura evitando la trappola delle liriche o del solo strumentale, utilizzando per questo un linguaggio fonetico. Ciò che cambia è che probabilmente questa sarà l’ultima incisione con il marchio Paul Chain, creato da Paolo Catena nel 1977, utilizzato per tutte le esperienze musicali da lui affrontate e dichiarato scomparso nel 2003.
Chain è al basso, pedali, effetti e tastiere, con Vasini e Savanas ci offre una lunga jam, prima e seconda parte di “Cosmic wind”. 50 minuti di puro ed incontaminato space rock, imparentato con la psichedelia dei primi Pink Floyd e dei Grateful Dead, devoto (più che debitore) ai maestri Hawkwind e ai seguaci Darxtar, Ohm, Gas Giant e Monster Magnet. Basso fiammeggiante e batteria incalzante, chitarre roventi e magnetiche tastiere, su tutto poi i vocalizzi in fonetico di Paul: un trip cosmico che evita la facile atmosfera di tastiere e synth per insistere sulla ricerca di un suono più diretto, roboante ma mai rozzo, anzi spesso spirituale ed ipnotico.
Pur avendo la stessa impostazione di “Sign from space” e non apportando alcuna novità, “Cosmic wind” ci affascina per lo spirito di libertà e di forza che sprigiona.
Soffia un vento cosmico…
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