Recensito da Donato ZoppoTorna Robin Taylor! (Vers. stampabile )Robin Taylor è uno dei più eccitanti musicisti danesi: compositore, polistrumentista folle, spericolato e rigoroso, ha all’attivo una nutrita discografia da solo, con i suoi Universe e con l’ultima creatura Taylor’s Free Universe. Ne abbiamo parlato debitamente in MovimentiPROG (vedi retrospettiva) ed abbiamo apprezzato il coraggio profuso nelle sue opere: se da un lato possono risultare bizzarre ed astruse, dei deliri intellettuali e cerebrali, dall’altro un ascolto attento rivela la pleiade di idee che il danese riesce a sviluppare.
Taylor’s Free Universe nacque nel 2000 con Karsten Vogel (lo storico fiatista dei Burnin’ Red Ivanhoe, maestro e fido compagno di Robin), il violinista Pierre Tassone ed il giovane batterista Kalle Mathiesen. Con loro era presente anche il bassista Johan Segerberg e pubblicarono nel 2002 File under extreme. Si trattava di un album improvvisato dal vivo come il suo successore On-plugged in Elsinore, resoconto sonoro dell’incontro tra gli Universe ed il noto bassista Peter Friis Nielsen, avvenuto nel marzo 2003 in un jazz club di Elsinore.
Nielsen ha una rispettabile reputazione nel campo dell’impro-jazz europeo: nell’arco di più di 30 anni ha lavorato con nomi del calibro di Kenneth Knudsen, John Tchicai, Peter Brotzmann ed Evan Parker.
L’album consta di ben 65 minuti di irrazionali e surreali scorribande, a testimoniare l’infinita ampiezza dell’opera di Taylor, un chitarrista che ha spaziato (e lo fa tuttora), tra ambient, Fripp e Canterbury, Soft Machine ed Henry Cow, l’avanguardia, Zappa e le mille sfaccettature dei linguaggi jazz e rock. Decisamente ostico e riservato ad una nicchia di jazzofili smaliziati e bramosi di novità ad ogni costo, l’album è composto di sei brani puramente improvvisati e così catturati, senza overdubs e sovraincisioni di sorta.
Le composizioni si animano grazie all’estro dei cinque ma i canovacci di base sono tirati giù da Nielsen, il cui rovente e marcato “bass-playing” ricorda molto Percy Jones dei Brand X, Tony Levin e Hugh Hopper. Sulla base delle linee di basso si sviluppano una serie di interventi in cui brilla spesso il diabolico violino di Tassone ed il singolare chitarrismo tayloriano. Esemplare è l’opener “Amalie”, sulla cui falsariga si propongono i successivi brani. E’ molto importante anche il ruolo di mathiesen: quando non impegnato alle pelli, lavora con i samples in modo da creare astratti e surreali tappeti sonori (vedi “Picnic at noon”).
Un crogiuolo di suoni in cui fiati, violino, chitarre ed elettronica si intrecciano distorti e si dilatano improvvisamente, il tutto influenzato esclusivamente dall’ambiente e dall’affinità tra i cinque musicisti. Un’incisione “nuda e cruda” che offre un momento di pura magia collettiva, tra jazz, rumorismo ed elettronica. Inutile nominare un brano o l’altro: i titoli sono dovuti a mere esigenze “burocratiche”, ciò che conta è la sterminata vastità di un sound che ha un’origine ma sembra non aver fine, tante sono le vie che imbocca e le soluzioni che trova per crescere e “gonfiarsi”.
On-plugged in Elsinore non è un lavoro per tutti ma rappresenta degnamente la filosofia del “No commercial potential” che Taylor, sulla scia del suo maestro Zappa, persegue con tenacia da anni. Per chi non lo conosce potrebbe essere il momento giusto per iniziare.
|