Autore: CAMEL
Titolo album: a live record
Nazionalità: Inghilterra
Etichetta: decca
Anno di pubblicazione: 1979

Voto medio: (8.5)

Recensito da Lucio Lazzaruolo

Un fiore su di un letamaio (Vers. stampabile )

E’ davvero singolare come uno dei dischi migliori degli anni ’70 compaia raramente negli elenchi delle opere fondamentali di quell’importante decennio.
A live record viene pubblicato alla fine degli anni 70, quando i cosiddetti critici avevano già stabilito che il progressive era defunto (e si sbagliavano ancora una volta) ed è un’opera importante per una serie di ragioni. E’ un disco che vede i Camel giungere ad una maturazione musicale (come già si evinceva, in realtà, dal precedente Rain dances), con un’ottima formazione, probabilmente la migliore della loro lunga storia. Altra caratteristica che rende questo disco importante è l’uso dell’orchestra nella suite The snow goose che occupa l’intero secondo disco. Una volta tanto quest’orchestra è perfettamente funzionale alla musica di un gruppo di musica rock (anche se mi pare riduttivo parlare di musica rock per i Camel e per il progressive in generale), non deforma o peggio ancora rende grottesche le idee del gruppo (a questo proposito chi di noi non ha sorriso ascoltando le insopportabile e retoriche trascrizioni orchestrali di musica progressive?). Personalmente ho potuto apprezzare ancora di più questo disco perché è stato pubblicato nel pieno del rigoglio del fenomeno punk e ho sempre considerato A live record, mi si perdoni la licenza, come un fiore nato su di un letamaio (musicalmente parlando, s’intende). Recentemente questo disco è stato ripubblicato secondo il concept originario, con diversi brani in più, la maggior parte dei quali sono esecuzioni dal vivo di brani tratti da Rain dances e che furono escluse dagli “illuminati” discografici all’epoca della prima edizione. Aver ristampato il disco secondo il piano di realizzazione originario non è tanto un vanto di questa moribonda - e tuttavia feroce - industria discografica, ma il segno evidente che i discografici ormai non rischiano più niente: ripubblicano, con qualche aggiunta, sempre gli stessi dischi, ma ormai non investono più sul futuro. L’industria discografica, specie quella italiana, mira ad un target sempre più basso d’età, più influenzabile, facilmente malleabile (a questo proposito Mauro Pagani circa la tendenza dell’odierna industria discografica a influenzare e determinare i gusti dei giovanissimi ha legittimamente parlato di circonvenzione d’incapace, ma questa è un’altra storia…..).

Never let go è proposta in A live record in una versione scintillante, migliore anni luce da quella pur buona presente sul primo album di Latimer e soci. L’apporto di Mel Collins è notevole, assolutamente superba è la sezione ritmica e tutto il brano è pervaso da vigore ed energia. Rivitalizzata è pure A song within a song: non è solo questione di registrazione, c’è un nitore, una potenza, una convinzione che non potremmo trovare in Moonmadness (senza contare che il brano, nel momento in cui fu registrato dal vivo, era molto più “rodato” grazie alle numerose esecuzioni live). Francamente Lunar Sea non è stata mai tra le mie favorite (così come trovo Moonmadness assolutamente inferiore al seguente Raindances), ma in questo brano, come nel precedente, si può notare il personale stile di Peter Bardens che difficilmente si lascia andare a trombonesche citazioni (per Wakeman si può parlare anche di saccheggiamenti) classicheggianti. Lo stile del compianto tastierista è invece, almeno rispetto ai canoni imperanti all’epoca, molto più asciutto, essenziale, caratterizzato da un uso personale delle tastiere, soprattutto il moog. In Skylines invece si possono notare le influenze di stampo jazzistico che permeano anche il precedente disco dei Camel e che saranno alla base della rottura del sodalizio Bardens/Latimer. Il primo, infatti, era sempre più orientato verso orizzonti jazz-rock, Latimer privilegiava, invece, l’aspetto più romantico e progressive. I nodi vennero al pettine con il successivo Breathless e furono tali che Bardens abbandonò il progetto Camel nel corso della realizzazione di questo disco (che infatti fu completato da un altro tastierista).
Liggin’at Louis è un brano tratto dalla produzione solistica di Bardens e mai inciso in precedenza da Latimer e soci; molto bella è Lady Fantasy, una mega suite (al basso c’è ancora Doug Ferguson) che ancora oggi i Camel ripropongono dal vivo.
La versione dal vivo di The snow goose è leggermente diversa rispetto alla versione registrata in studio; inoltre si avvale dell’apporto dell’orchestra diretta da David Bedford (chi frequenta la musica di Mike Oldfield conoscerà di sicuro questo nome). Le caratteristiche della musica dei Camel sono qui ribadite ed evidenziate: non c’è particolare spazio per funambolismi o virtuosismi fini a se stessi, c’è un’asciuttezza, un’essenzialità che invano cercheremmo in molta musica coeva progressive. I momenti più dolci e romantici sono bilanciati da una chitarra elettrica personale e aggressiva quanto basta e da una convincente sezione ritmica (anche qui il basso è suonato dal vecchio sodale Ferguson). I temi musicali sono spesso di una cristallina semplicità e sono belli: non c’è quindi bisogno di arrangiamenti particolarmente elaborati o di culturistiche dimostrazioni di abilità tecnica. L’orchestra non sale spesso al proscenio, è semplicemente (e scusate se è poco) funzionale al progetto ideato dai Camel. Se pensiamo che all’epoca i giornali musicali erano infarciti di pseudo diatribe tra sostenitori di Wakeman o di Emerson possiamo spiegarci il relativo successo riscosso all’estero da Bardens & c. Ma è un fatto che la loro musica è invecchiata bene e ancora oggi si lascia ascoltare con interesse. Vorremmo poter dire lo stesso di tanto altra musica progressive.


I nostri voti:
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Donato Zoppo: (8)
Lucio Lazzaruolo: (8)
Matteo D'Agord: (9)
pas scarpato: (9)
MEDIA: (8.5)



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