Recensito da Donato ZoppoPrimo album degli olandesoni melodici (Vers. stampabile )Gli anni ’90 sono stati davvero zeppi di lavori new prog, in barba alle tendenze e ai suoni dominanti nella decade precedente e a quella successiva. Ogni paese ha avuto la sua scena, più o meno fiorente; alcuni, come l’Italia, hanno vissuto un grosso fermento; altri, come l’intero centro-sud america, una pioggia di gruppi.
Il nord Europa, soprattutto in Scandinavia, ha prodotto molto in questo senso. Anche uno stato come l’Olanda ha avuto il suo peso e la sua presenza, sebbene con gruppi “minori”. Uno di questi è quello dei Sinister Street.
Nati nel “lontano” 1987, i sei esordiscono con “The eve of innocence” nel 1992. Olaf Blaauw al canto, la coppia di tastieristi Peter Van Leerdam e Erik Van Der Viis, Robert-Jan Kwakkelstein al basso, Peter Hoos alle chitarre ed il batterista Marco Lodders.
Il sestetto è una band molto preparata, pur eseguendo un progressivo d’estrazione sinfonico-marillioniana piuttosto scontato, vicino alle contaminazioni pop dei Jadis e spesso al rock da arena wettoniano. Precisissimi tecnicamente, svettano i due responsabili ritmici Kwakkelstein e Lodders, sempre attenti ad unire gusto e virtuosismo di stampo fusion. Gli altri sono altrettanto capaci, in particolar modo i due validi tastieristi.
L’album è un classico prodotto new prog melodico degli anni ’90: brani dalla durata mai troppo lunga, sfrenato gusto melodico e sovrabbondanza negli arrangiamenti, eleganza e raffinatezza nelle scelte strumentali. I sei rimangono tuttavia ancorati alla forma-canzone, “ampliandola” e filtrandone gli aspetti meno banali, come fatto, ad esempio, dai Marillion di “Clutching at straws”.
Totale preponderanza è assegnata al vocalist, il quale segna ogni brano in modo potente, anticipando quasi quello che sentiremo nei due ottimi lavori dei veneti Top Left Corner. I brani sono ben architettati, con un’attenzione estrema all’aspetto melodico. Cito l’opener “One in a million”, l’ottima “A prayer for the dying” e la scattante “A provisional anthem” (dedicata ad Isaac Asmov). La seconda parte di quest’ultima (“Summit”) acquista un’andatura più dura e cadenzata; i due brani finali aggiungono poco di nuovo, confermano anzi le buone intenzioni vocali (“Caught in flight”) e il costante romanticismo (l’intensa “The covenant”).
Naturalmente l’album possiede diversi punti deboli, primo tra tutti la staticità: la prevalenza del cantato compromette spesso le progressioni che, se affidate alla coppia di tastieristi, avrebbero potuto ampliare lo spettro del sound. Altro elemento importante è la semplicità: non proponendo un sound estremamente elaborato e cerebrale, i sei rischiano di cadere nel noioso, cosa molto spesso avvenuta.
Non è certo un classico ma si lascia ascoltare bene, pur non godendo del “crisma” della scorrevolezza.
Se vi capita a poco prezzo…
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