Recensito da Luca Abete (Vers. stampabile )Dopo un album dalle eccessive aperture pop come This Strange Engine che non ha dato i riscontri sperati in termini di vendite i Marillion impongono una brusca sterzata al loro sound, realizzando il loro album più progressivo da molti anni a questa parte, ma riescono (e qui sta il coraggio e forse la pecca di quest'album) a non buttarsi a capofitto nelle sonorità del passato tanto care a tutti i loro estimatori, ma a creare qualcosa di nuovo, e a tratti di bello, fedeli alla loro idea di progredire di album in album senza giocare sul sicuro affidandosi alla nostalgia.
Il risultato forse non è dei migliori, ma di spunti interessanti ce ne sono in abbondanza.
L'iniziale Under The Sun, caustica ed ironica è anche elettrica e solare, nella descrizione di un futuro prossimo dove l'effetto serra avrà fatto aumentare la temperatura in tutto il globo e finalmente in Inghilterra non ci saranno più pioggia e nebbia ma sole tutto l'anno. Un buon esempio della vena scanzonata (fintamente scanzonata, ovvio) che pervade buona parte del'album, da The Answering Machine a Three Minutes Boy.
Purtroppo i Marillion tendono di tanto in tanto ad essere un po' troppo celebrali e canzoni come A Few Words For The Dead risultano un po' troppo forzate nel loro voler essere progressive ad ogni costo (vedi anche e soprattutto Cathedral Wall).
Degne di nota sono Now She'll Never Know, sussurrata e delicata come un lamento d'amore e These Chains, forse un po' poppeggiante ma di sicuro effetto, con un chorus splendido e la voce di Hogarth indimenticabile come non mai.
Da sottolineare anche come gli arrangiamenti si fanno più moderni in più di un'occasione (basta rendere le tastiere del buon Mark Kelly) e ciò testimonia che i Marillion sono sempre ala ricerca di qualcosa di nuovo, mai soddisfatti dell'equilibrio raggiunto, il che per una band progressiva è un requisito fondamentale, anche se molti sembrano scordarsene un po' troppo spesso. |