Recensito da Donato ZoppoUn nuovo tassello della sterminata space-discography targata OSC (Vers. stampabile )Con tutta probabilità sono un caso unico al mondo, roba da far impallidire persino gli Hawkwind. Parliamo degli Oresund Space Collective: collettivo dedito al più visionario e lisergico space-rock, che di disco in disco anzichè evolversi radicalizza il proprio rock cosmico. Un sound che tuttavia ha la sua personalità, dovuta all'eclettismo della formazione e all'elemento cardine, ovvero la totale improvvisazione.
OSC punta anche ai numeri: otto musicisti danesi, svedesi e americani che militano o hanno militano con Mantric Muse, Gas Giant, Pseudo Sun e tanti altri. E questo nuovo "Dead man in space" non è che un piccolo tassello in un'alluvionale discografia, che annovera ben 12 volumi di "Picks in space" e che è già stato superato dai nuovissimi album "Glossolalia" e "Slip into the vortex". Questo cadavere che vaga nello spazio attraversa due sterminati brani e una coda: se è facile parlare di space sound visto l'ampio uso di synths che regalano quelle atmosfere sospese e vibranti, è anche vero che il free-rock degli OSC non ignora la lezione dei Grateful Dead e dei Phish, ovvero ampie jam a non finire, dove l'unico obiettivo è quello di lasciarsi andare.
"High pilots" ne è un eloquente esempio, anche se agli Oresund mancano quei guizzi di creatività e quelle vaste influenze che hanno collocato le jam bands americane un po' più avanti in termini di fantasia. Molto interessante il vago valzerino di "Space jazz jam 2.2", una gustosa improvvisazione che riporta alla mente le calde atmosfere californiane di fine anni '60.
Come sempre, ascoltare gli Oresund è un piacere se siete alla ricerca di album che fungano da sosta spazio-temporale, ma se cercate un rock improvvisato e al tempo stesso creativo, allora puntate su qualcosa di diverso. |