Recensito da Fabiana Bugno (Vers. stampabile )Registrato in vari studi di Londra (Emi Studios, Morgan Studios e Air Studios), Meddle esce nel novembre del 1971.
Emerge da parte della band la volontà di proseguire il percorso intrapreso verso una vibrante e intensa sperimentazione, in cui si alternano e si contrappongono differenti forme stilistiche.
La copertina, realizzata dalla Hipgnosis, raffigura un orecchio immerso in cerchi d’acqua concentrici, metafora che rappresenta la propagazione delle onde sonore.
E in effetti, ad ascoltare l’album, c’è di che deliziare le orecchie!
Il lato A si apre con il potente brano strumentale “One of these days”: evocativa tempesta di vento, basso ossessivo, la chitarra di Gilmour che sembra danzare col vento; è un crescendo di potenza che trasporta e travolge, fino a sfociare nell’urlo di Mason (prima e unica apparizione come voce solista) che esclama: "Uno di questi giorni ti farò a pezzettini". Poi incalza la sessione ritmica e la chitarra slide in distorsione, fino a tornare al punto di origine, con il rumore del vento in dissolvenza.
Brano intenso e viscerale, che ti fa chiedere perché sia finito troppo presto.
Non si ha il tempo di riprendersi dal trip, che si viene catapultati nel successivo brano, “A pillow of winds”, di tutt’altra atmosfera, dalla linea melodica e romantica, struggente ed emozionale; una ballata semplice, giocata sull’arpeggio di una chitarra acustica e di qualche leggiadro tocco di slide, eppure in grado di far vibrare la mente e il cuore.
Segue “Fearless”, esperimento in cui si fondono, in maniera ardita e al contempo armonica, i cori da stadio dell’inno "You'll Never Walk Alone".
Si cambia nuovamente tono e fa la sua comparsa sulla scena un’insolita “Saint Tropez”, dalle atmosfere rètro che profumano di aria di vacanza, in cui padroneggia Wright nella sua esibizione pianistica.
Il primo lato dell’album si chiude con un esperimento divertente, improvvisato e senza pretese: “Seamus” è un pezzo estemporaneo, un breve blues che vede impiegati gli ululati di un cane come voce solista.
Ma è il lato B a riservare la perla: “Echoes”, un’unica lunga suite di circa 23 minuti.
Nata da una fusione di materiali provenienti dalle sessions precedenti e da una ricerca sperimentale della band, che lavora all’ “household project”, progetto mai realizzato, viene dapprima intitolata “Nothing-Parts 1 to 24”. Poi, con il rinnovato nome “Return of the son of nothing”, viene provata dal vivo al Crystal Palace di Londra il 15 Maggio 1971, fino a giungere alla versione definitiva, quella che conosciamo nell’album.
All’inizio, una nota ripetuta proviene dal pianoforte amplificato di Wright, simile ad un sonar di un sommergibile; di lì si sviluppa il tema melodico: prima in rilievo il piano, poi il duetto vocale Gilmour-Wright, accompagnato dall’incalzante chitarra. Segue un’ intensa e sostenuta sessione ritmica, sorretta da un caldo riff di basso, da cui si dilatano e aleggiano le note della chitarra gilmouriana. Epica, magistrale, onirica, visionaria, la suite accompagna la mente verso un lungo viaggio, sembra davvero di perdersi nei “labirinti di caverne coralline”.
Lo spazio si dilata, si entra in una dimensione oscura, la chitarra distorta evoca gli “echi” degli albatross: si sente il vento, si sente il mare, ci si perde in meandri occulti, si sprofonda negli abissi; poi il ritmo ritorna a farla da padrone, ricomincia lenta la risalita verso la superficie, “arrivano ondeggiando su ali di raggi di sole, un milione d'ambasciatori splendenti del mattino” e giunge il finale, che ci lascia con un’ incessante e ossessiva tonalità che sale impercettibilmente verso frequenze più alte.
I brani centrali possono non convincere del tutto, ma l’apertura e la chiusura dell’album rappresentano uno dei momenti più alti di tutta la produzione dei Pink Floyd.
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