Recensito da Daniele CutaliI Marillion da un'altra parte... (Vers. stampabile )Un telescopio a monete, di quelli montati nei parchi collinari, montuosi o sulle scogliere a picco del mare, per dar modo ai turisti, a chiunque sia di passaggio, di godere del magnifico panorama dell'orizzonte in versione ravvicinata. Questa è la copertina del quattordicesimo album in studio dei Marillion, intitolato “Somewhere Else”. Un semplice telescopio che ci incoraggia a guardare metaforicamente da qualche “altra parte”, come indica il titolo. Quel che Steve Hogarth e compagni ci fanno poeticamente e musicalmente vedere attraverso quel telescopio sono panorami nebbiosi, mattutini, tutti inglesi e di una Londra fumosa, psichedelica, british fino al midollo. Prati coperti di rugiada ma anche vedute di grandi città anonime con un'anima triste, malinconica. E quando il telescopio a monete viene rivolto al cielo si scoprono perle di una luna limpida, tersa, con un alone intimista, minimale e in minore.
Come appunto il minore è la tonalità che permea tutti i brani di questo album. Da tempo Hogarth ci ha abituati all'introspezione, alla malinconia che però all'improvviso esplodono con tutta l'energia di un urlo lancinante. “Somewhere Else” non è da meno e, nonostante le critiche piovute un po' dappertutto sulla debolezza di questo disco, esso è il proseguimento ideale di “Marbles”. E raggiunge vette di lirismo musicale molto alte toccando le corde di una sensibilità sopraffina. Non ci sono più le dilatazioni dei brani e le sonorità floydiane tanto care agli appassionati di prog che hanno decretato il successo vertiginoso di “Marbles”, ma tant'è... i Marillion ci hanno sempre sbattuto in faccia un cambiamento repentino e in “Somewhere Else” troviamo semplici canzoni di breve e media lunghezza. Ma che lavori di cesello e rifinitura!
In apertura tre brani uno più bello dell'altro, ricchi di forti venature beatlesiane e retaggi new-waveggianti che spuntano direttamente dagli Europeans di Hogarth. Malinconia e sound “very English” serpeggiano tra le note Sixties di “The Other Half”, la stupenda “See It Like A Baby” e “Thank You Whoever You Are”, un ringraziamento profondo ai propri fans chiunque essi siano. “Most Toys” è invece un brano trasversale e hard-rock, con un bel riff zeppeliniano (!) nel mezzo, ma diventa poi abbastanza banale nel refrain ripetuto in continuazione. Si arriva così a metà album e al punto più alto di esso, irraggiungibile e in puro stile “Marbles”, la titletrack “Somewhere Else”. Sommessa, pacata, si trascina sul lamento di Hogarth, grande artista della voce e della parola. Una delicatessen musicale in cui sono ancora i Beatles e i Pink Floyd a fare capolino, fino alla convoluzione psichedelica e malinconica a più voci e all'esplosione strumentale che prende allo stomaco e fa scendere brividi lungo la schiena. Non c'è dubbio: i Marillion sanno come trasmettere emozioni anche quando sono anni-luce lontani dagli anni Ottanta. E ormai lo sono da quasi vent'anni, da quando c'è Hogarth al microfono.
Difficile superare la vetta di “Somewhere Else”, e infatti l'album scorre fino alla fine in modo quasi anonimo. Una seconda metà in sordina i cui episodi degni di nota sono “The Wound”, “The Last Century For Man” e l'acustica “Faith”, un po' bucolica, rilassante, grande lavoro di cesello chitarristico non di Steve Rothery, come ci si potrebbe aspettare, ma di Pete Trewavas, su cui Hogarth mallea un canto delicato e lavorato.
“Somewhere Else” ha ricevuto parecchie critiche da coloro che si aspettavano pari pari un “Marbles 2”, ma i Marillion hanno da sempre seguito brillantemente un percorso evolutivo sin dai tempi di “Season's End” allontanandosi sempre più mirabilmente da sonorità datate e derivative. Percorso che se non possiamo chiamare progressivo non sapremmo proprio quale appellattivo dargli. Un altro grande album.
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