Autore: PERIFERIA DEL MONDO
Titolo album: Un Milione Di Voci
Nazionalità: Italia
Etichetta: Akarma
Anno di pubblicazione: 2003

Voto medio: (8)

Recensito da Donato Zoppo

Luci da un universo neonato: nuovo album della PDM (Vers. stampabile )

Il 2003 comincia bene, dopo un triennio fortunato e interessante per il progressivo italiano: dovremo riflettere accuratamente sulla qualità di molti gruppi e dei rispettivi lavori, penso a Moongarden e Memoria Zero, Germinale e Lethean, Mindflower e Contrappunto, Fiaba, Jet Lag, Psychonoesis, il formidabile Zuffanti e tanti altri. I ritorni dei “vecchi” Notturno Concertante, Malibran e Calliope fanno poi da ideale cornice. Non si ritorna (sono tempi diversi, sarebbe difficile, se non impossibile) ai fasti degli anni ’70 ma, a mio avviso, il nostro progressivo ha avuto una vera crescita, alla quale fa da contraltare un frequente ritorno ai canoni e alle strutture del passato (vedi Mangala Vallis, Maschera Di Cera, Submarine Silence etc.)

Nel discorso accennato si colloca in pieno “Un milione di voci”, secondo ed ottimo lavoro della Periferia Del Mondo: un bel bis dopo il felice esordio di tre anni fa. Il sestetto romano è ancora guidato dal fiatista/vocalist Alessandro Papotto, noto ai più per la sua presenza nell’organico del Banco Del Mutuo Soccorso, da un paio di anni a questa parte. Alessandro esordì con gli eccellenti Nodo Gordiano, band capitolina che licenziò un album omonimo nel 1999, sciogliendosi successivamente. Riorganizzatosi con la PDM, diede alle stampe “In ogni luogo, in ogni tempo”, un lavoro che, per le atmosfere ed i simboli, per la presenza di Maltese e Di Giacomo del Banco, per la genuinità del sound, richiamava, e non poco, le summe del progressivo anni ’70.

“Un milione di voci” è un lavoro concepito e prodotto in un lungo lasso di tempo, meditato con maggior attenzione: il suo tratto distintivo è, per ammissione della stessa band, l’aver riunito musicisti delle più disparate estrazioni musicali, con l’intento di creare un amalgama unico grazie alle diverse sensibilità ed esperienze. Con Papotto ed il fido batterista Tony Zito ci sono quattro ottimi musicisti: Claudio Braico al basso, Max Tommasi alle chitarre, Alberto D’Annibale al violino, Bruno Vegliante alle tastiere, accompagnati da prestigiosi ospiti.

L’apertura è netta ed esplicativa: dopo l’antipasto tastieristico di “Luci da un universo neonato”, sono due le portate che subito denotano il sapore del PDM-sound. “Percezioni della memoria” e (soprattutto) la mini suite “Un borghese piccolo piccolo” invitano ad un ascolto attento, partecipe, incantando con un sound che idealmente nasce dall’incontro tra Arti & Mestieri e King Crimson (Wetton-era), con compattezza e concretezza, senza sbavature.
Intrecci di chitarre, fiati e violino spadroneggiano alla grande, alternandosi con pause davisiane più meditative. Più che al precedente album, la band sembra riallacciarsi all’esperienza del Nodo. Nel secondo pezzo, ispirato al modo di vivere e di pensare piccolo borghese, alle sue convenzioni e piccolezze, Papotto e la band realizzano una perfetta compenetrazione tra cantato e musica.
“Incanti e perplessità” ed “EvaLunA” sono due episodi di incalzante rock, squadrato e settantiano, contaminato dall’intelligente presenza di fiati e violino: nel primo Vittorio Nocenzi è protagonista di un fulmineo ed incandescente hammond-solo.

“Can stop” è un episodio davvero delizioso, una sorta di cerebrale fusion dai vaghi sapori bossanova, buon sostegno alla formidabile presenza di Mauro Pagani al violino. La voce di Papotto è fondamentalmente buona ma, a mio avviso, la band acquisterebbe molto se prendesse un vocalist di ruolo con una voce più convincente. E’ un grosso consiglio che rivolgo alla Periferia, in fin dei conti la loro proposta non è segnata da una netta prevalenza strumentale, inoltre i testi (sempre interessanti e significativi) meritano maggiore valorizzazione, cosa che un canto più “distintivo” potrebbe dare.

Sono anche presenti molti intermezzi acustici o sperimentali: “Two as one” è una romantica pausa lasciata al bravo Tommasi, nella miglior tradizione di Ant Phillips; la struggente ed incantevole “Cercando la via” vede il clarinetto di Papotto confrontarsi con la chitarra di Massimo Alviti ed il piano di Antonio Zappulla (entrambi dai Casamilà); Vegliante regala sprazzi di genio in “Immagine 1” e “Di foglie e di acqua”.
Sono questi brevi inserti a variare un lavoro altrimenti molto omogeneo, inoltre la loro presenza non sembra inficiare la continuità, musicale e concettuale, anche se il rischio della frammentarietà è sempre in agguato. Certo, alcuni episodi sembrano assomigliarsi (vedi “Incanti” ed “EvaLunA”), fortunatamente l’inserimento di strumentali di raccordo risolve l’inghippo.
Possiamo dire che la band conferma dunque una visione del jazz rock molto progressiva, quasi compassata, tanta è la sua compostezza ed il suo “rigore”. Un’attitudine quasi cameristica che traspare in alcuni brani ed esplode nel finale: l’intensa e suadente “Io brucio”, aperta da un suggestivo “Monologo”, vede la partecipazione del quartetto d’archi della PDM, che impreziosisce con grazie ed eleganza.

In “Espresso (parte 2)” la band tende la mano al precedente album per tirar fuori un sound classicamente prog, a tratti fiabesco e sognante, ruvido in altri, con Alessandro Corsi (bassista del Balletto di Bronzo), Roberto Proietto, ex chitarrista del Nodo, la brava tastierista Giovanna Magliocca dal Sebes Trio.
Il pezzo forte è però la title-track, forse il brano più progressivo, per il suo amalgama tra inquieti sinfonismi, tagliente fusion e spinte hard, ritmiche funky ed un potente tratto vocale ai limiti del rap con il bravo Luca Sapio, già con Area e Fariselli. Un pezzo vulcanico e moderno, energico ma dall’andatura misteriosa.
La scelta degli illustri ospiti, tutto sommato, non rappresenta uno “specchietto per le allodole”: la band è capace e convinta del proprio songwriting, i collaboratori non sono che un valore aggiunto che rende più elevata la prestazione collettiva.

Altra cosa importante, i vaghi sentori anni ’70 sono intelligentemente stemperati in un contesto “moderno”, amplificati, semmai, da un’invitante veste grafica e da un simpatico digipack, un vero e proprio “piccolo 33 giri” (con tanto di bustina contenente il cd e la serigrafia sul dischetto che ricorda un vinile) che, nelle intenzioni della Akarma, non dovrebbe farci rimpiangere il tanto amato long-playing. Scelta intrigante, come sta facendo anche la torinese Electromantic.
Da ascoltare.


Per ulteriori dettagli:
http://www.periferiadelmondo.it - Sito band
http://www.cometrecords.com - Sito label


I nostri voti:
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Daniele Cutali: (8)
Donato Zoppo: (8)
MEDIA: (8)



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