Recensito da Donato ZoppoUn simpatico duo tra elettronica e flauti... (Vers. stampabile )Una buona dote di ogni artista dovrebbe essere quella di spiazzare, di sorprendere l'ascoltatore, di non abituarlo al consueto, al solito. Francamente credevo che John Hackett - musicista tranquillo, rilassato, abituato ai ritmi più pacati della sua Inghilterra - fosse un artista prevedibile, ma con "Red planet rhythm" mi ha sorpreso. Sicuramente la sua svolta sperimentale è dovuta all'incontro con Moodi Drury, eccentrico "musicista di laboratorio", che ha impresso al connubio una forte vena di ricerca e contaminazione.
I due hanno trovato un punto comune nell'improvvisazione: Drury ne fa uso da sempre nelle sue formazioni, per John è un ritorno al passato degli studi a Sheffield ma anche uno sguardo al futuro. Il risultato è un disco coraggioso, spregiudicato, anche se spesso capriccioso, come si addice ad operazioni del genere. Ritmi elettronici si amalgamano a vibranti melodie di flauto (processato a dovere), affreschi di tastiere entrano in fibrillazione grazie a incisivi inserti di chitarre (suonate da John), tutto nell'ottica della spontaneità dell'improvvisazione.
Se "Worlds within worlds" apre le danze all'insegna di una "techno flautata", già momenti come "Accertance" e in particolare "This serene earth" rivelano forti legami con un altro strepitoso duo inglese, quello dei Cipher (Travis e Sturt), più orientati però all'ambient. Ascoltare "Life is a ridicolous solo" e "The 39 steps" è come vedere Ian Anderson in una dance-hall, ottimo invece il groove della title-track. Non mancano episodi world-beat ("Sweet leaf"), altri dai vaghi riferimenti psichedelici ("Open promise") e pulsioni rock (l'ottima "Big love").
L'album rivela la capacità di John di mettersi in discussione e il talento manipolatore di Moodi. Un sound piacevole, frizzante, ma troppo all'impronta del divertissement e del "cazzeggio" per convincere come un progetto serio e definito. |