Recensito da Donato ZoppoTorna Greg Segal con il suo audace rock d'avanguardia (Vers. stampabile )Dove l'avevamo lasciato Greg Segal? Noi ci siamo mossi ma lui è sempre lì, nel suo Phantom Airship Studio in quel di Portland, Oregon. Lo immaginiamo tranquillo, circondato dalle sue chitarre e da miriadi di pedaliere, sempre curioso e bizzarro sperimentatore. Come il danese Robin Taylor e il giapponese Hoppy Kamiyama, Greg non si pone limiti e naviga senza rotta tra avanguardia e rock, sperimentazione e Rock In Opposition, punk ed elettronica, sviluppando la sua logica del frammento come sintesi di svariate idee e pulsioni musicali.
Anche questo ultimo album segue la scia dei precedenti, presentando 70 minuti di musica divisi in ben 30 pezzi: micro-suite zappiane e assalti punk, sprazzi crimsoniani e hard rock, tutto concentrato in piccoli brani da questo moderno Mike Oldfield. Ma Segal è così, capace di passare da un blitz hard-core in piena regola al funky rock anni '70, dal collage rumoristico alla ballata da ascoltare al chiaro di luna, dalle stranezze dei Gong alla fusion di classe fino alla coloritura elettronica.
Peccato che la sua dimensione underground (per non dire "domestica") penalizzi un po' troppo i suoi prodotti, come accaduto anche per il duo Jugalbandi. Di quella esperienza di impro-rock resta poco qui: se nel duo il dominio della "composizione estemporanea" è totale, qui è minimo.
Un passo in avanti nella discografia Segal? Direi di no: più che altro è la dimostrazione di come l'artista abbia solidificato il suo incandescente magma di idee. E' però venuto il momento di dare una svolta. |