Recensito da Donato ZoppoProg metal barocco dalla Russia: grande tecnica, ma le idee? (Vers. stampabile )Che siano bruttini glielo perdoniamo, che abbiano fatto un bel passo in avanti rispetto al precedente disco (prodotto dalla nostra Mellow Records) lo riconosciamo, ma che una band capace come gli Azazello sia ancora debitrice - a tredici anni di distanza da "Images and words" - dal modello Dream Theater è segno di immaturità.
Non basta il talento nell'esecuzione se le idee sono latitanti, o meglio incompiute, dato che gli Azazello spesso osano, senza però chiudere il discorso. E' un peccato visto che "Seventh Heaven" è un disco dalla produzione pregevole, la band e la Starless hanno fatto notevoli sforzi anche nella confezione e nell'artwork, e per una troupe che viene dalla Russia non è poco.
Con "Seventh heaven" gli Azazello arrivano al quarto lp: Vitos Afanasiev (tastiere e flauto), Alexander Kulak (chitarre e canto), Idris Faridinoff (batteria) e Dmitry Bakay (basso). Il progressive metal dei quattro è assai pomposo, molto influenzato dalla musica classica, romantica in particolare, sia per la tempesta di passioni che il gruppo sprigiona, sia per l'abilità nell'uso di colori e timbri; "The mystery" assorbe invece melodie tipiche del folkclore locale, stupendo per l'intensità corale.
Pezzi come "Microcosm of macrocosm" e l'intricata "The restless rest" (aiutati poco dalla tagliente lingua russa) godono di una impeccabile esecuzione, di intagli melodici accattivanti, di sfavillanti cambi di tempo e tema, ma di idee troppe volte ascoltate per convincere. Elevato magistero tecnico, molto appariscente, comunicazione piuttosto deficitaria, come testimonia l'incalzante (ma un po' vuota) title-track.
Gli appassionati del progressive rock storico troveranno riferimenti (spesso nemmeno tanto velati) ai classici di Yes, Emerson Lake & Palmer e Genesis, ben conditi dai consueti sfoggi di marca fusion, in particolare nella serrata evoluzione di "Microcosm of macrocosm" e la coda "Microcosm", buon biglietto da visita per i quattro ragazzoni, senza dubbio il momento più deciso e compiuto del disco. |