Recensito da Daniele CutaliNel segno dell'Aries... (Vers. stampabile )Torna a bomba il vulcanico Fabio Zuffanti con una sua nuova idea, a pochi mesi dall'uscita dell'ultimo disco dei nuovi Finisterre per l'Immaginifica, giusto per far andare in confusione la critica che tenta d'inquadrarlo in qualche etichetta.
Il progetto Aries nasce di fatto nel Settembre 2004 ed è l'espressione di Zuffanti della volontà di collaborare da tempo con alcuni musicisti di sua (e nostra) conoscenza, con l'intento di coprire una branca del progressive in cui ancora non si era cimentato: il prog di matrice sinfonica dai tratti pastorali e bucolici, con forti richiami testuali alle tematiche del Romanticismo letterario di inizio XIX secolo. E' molto forte la componente tipica del progressive italiano anni '70, mutuata in piccole dosi da un altro progetto di Zuffanti: La Maschera Di Cera.
L'ensemble che risponde al nome di Aries è formato, oltre che dallo stesso Zuffanti al basso, al dulcimer e alle chitarre elettriche e acustiche, dai suoi concittadini genovesi Simona Angioloni alla splendida voce (già nel progetto Spazio); Roberto “Robbo” Vigo alle tastiere; Carlo Barreca al flauto proveniente dai Fungus (http://www.fungus-project.net) ed ex-Progetto Alba Ideale; e Pierpaolo Tondo dei Great Complotto (http://www.greatcomplotto.com) alla batteria. L'unico non genovese del gruppo è lo spezzino Fabio Venturini degli Ancestry (http://www.ancestrymusic.it) alla chitarra elettrica solista.
Da segnalare che Vigo è il titolare dello studio “Zero Dieci” di Genova, dove registra solitamente Zuffanti con tutte le sue band.
Ascoltando “Morning Song”, l'opener, non possono che venire in mente forti riferimenti ai Renaissance di Annie Haslam, e non solo per la suadente e potente voce femminile. Le atmosfere pastorali iniziali con l'improvvisa esplosione del solo di chitarra fanno pensare da subito alla storica band della Haslam. E' stato però coniato un sound corposo e pastoso dato dal rock personale di Zuffanti (che, proprio qui, nelle armonie centrali sfiorano arie della Maschera di Cera) e dagli arrangiamenti orchestrali. Un ottimo brano che non sfigurerebbe in radio come potenziale singolo sognante e d'atmosfera ricca e palpabile. Potremmo dire anche vicino alla canzone melodica del Mike Oldfield di “Moonlight Shadow”, seppur con un percorso ritmico diverso.
Piccolo gioiello è “Coming Back To Life”, con un inizio minimale di piano e voce per poi aprire prepotentemente e a effetto sullo splendido lavoro di Venturini in sede di assolo di chitarra, il quale dura fino al termine del brano.
“The Eye Of The Storm” è forse il brano più di matrice progressive del cd. Quattro giri di pianoforte e apertura improvvisa con un tempo in 7/4 su cui spadroneggia il mini-moog emersoniano di Vigo. Dopo il cantato calmo ed elegante della Angioloni, un'esplosione neo-progressiva prende piede in un tripudio ritmico e di assoli di tastiere. Brano energico ed energetico, a tratti cupo, a tratti rilassante e con impeti hard rock stemperati dal carattere prog degli inserti di synth iniziali e finali. Non potrà che far piacere agli appassionati del prog canonico a tinte fosche di cui è capace Zuffanti. Anche per la sua durata di quasi 13 minuti.
Grande lavoro di voce e chitarra in “It Struck Me Every Day”. Qui la Angioloni e Venturini danno il meglio di loro con elaborate e potenti cesellature vocali e un lungo e straziante (in positivo) sviso di chitarra, alla Steve Rothery. Le liriche sono della poetessa americana di metà Ottocento Emily Dickinson.
Dolce e delicata è invece “Crossing The Bar”, senza impeti rock e progressivi. Flauto, chitarre acustiche e un tempo elegante accompagnano la Angioloni, che canta il brano con l'intensità giusta per creare intimità e atmosfera. Qui il testo del brano è dell'autore inglese di inizio Ottocento Lord Alfred Tennyson.
Nel lungo brano che chiude il disco, “When Night Is Almost Done”, il testo è ancora di Emily Dickinson. Musicalmente è il brano più lungo del disco: quasi 17 minuti. Sound molto radicato negli anni '70, con ritmi non particolarmente difficili. Un buon assolo di synth, ancora a ricordarci le belle cose fatte dal prog italiano ai suoi tempi. Caratteristica questa che in alcuni casi sembra non riuscire ad abbandonare Zuffanti, ma che non è affatto un male. L'artista genovese non dimentica mai le sue radici italiane nonostante la varietà e la varieganza dei suoi progetti multipli. Il lirismo vocale di Simona Angioloni qui raggiunge vertici inaspettati: lamenti blueseggianti di strazio emotivo, che ricordano “The Great Gig In The Sky” (complimenti!!), fanno da bridge a grandi inserti di mini-moog. Semplici giri di pianoforte sottolineati da “pennate” di chitarra distorta, da tappeti di Hammond e dal lungo assolo finale di Venturini, fanno di questo lungo brano una perla da incastonare nella virtuale collana dei piccoli capolavori partoriti da Zuffanti.
Per chi ama il particolare sound creato da Zuffanti, costante di tutti i suoi gruppi anche se molto diversi tra loro, a prescindere da ciò che Fabio abbia voluto creare, questo è un disco immancabile.
Per chi ama il rock in generale, con sfumature progressive (perchè è questa comunque la radice da cui proviene il musicista genovese) e non, è comunque un lavoro da ascoltare e godere nella sua completezza/concretezza a volte onirica, e quindi un disco da avere. |