Recensito da Donato ZoppoRistampati i due album di una piccola grande band (Vers. stampabile )Quando si pensa alla musica degli anni '70 non si può non provare commozione. Tantissimi gruppi, ognuno diverso dagli altri, anche (e soprattutto!) nell'ambito del rock progressivo. Il rock d'altronde era giovane e ogni artista inseguiva una sua cifra stilistica, tenendola stretta e migliorandola sempre di più. Era così anche per gruppi "minori" come i Cressida.
Una band sui generis: accostabile ai Caravan ma non troppo jazzata, ai Genesis ma senza visioni surreali e fiabesche, ai Colosseum ma senza l'istrionismo tecnico, ai Moody Blues ma senza gli assilli orchestrali. Un gruppo leggiadro, soffice, ancora oggi nel cuore degli appassionati del prog.
La Gottdiscs ha ristampato nel 2004 i due album del gruppo inglese, inserendoli in un'unica confezione. Riscopriamo così un quintetto storico che ebbe poca fortuna pur avendo inaugurato il catalogo della leggendaria etichetta Vertigo con Colosseum, Black Sabbath, Manfred Mann e altri.
Angus Cullen al canto, John Heyworth alle chitarre, Peter Jennings all'organo, Kevin Mc Carthy al basso e Iain Clark alla batteria: questi gli autori del primo album omonimo, pubblicato nel 1970 e prodotto da Ossie Byrne, già attivo con i Bee Gees e presenza centrale per l'evoluzione del loro sound.
Un primo lp morbido, soffuso, ancora debitore dei migliori Beatles ma deciso nel parlare il nuovo linguaggio prog di Moody Blues, Procol Harum e King Crimson. Un disco di canzoni, un pugno di pezzi agrodolci, guidati dalla voce sottile di Cullen e dall'organo di Jennings; brani dalla struttura semplice ma "diversa" da quel beat morto e sepolto. Se "To play your little game" e "Lights in my mind" sono ancora legati al passaggio '60-'70, tra le pieghe di "Winter is coming again", "Depression" e la title-track si coglie tutto l'estro del progressive che verrà.
Melodie memorabili, struggenti, garbate: la grazia era il punto di forza dei Cressida, come nei gioielli "Time for bed". Fraseggi jazz (indicativi di uno stile più che di un'appartenenza), richiami psichedelici, frequenti intuizioni acustiche ("Spring '69"), un'atmosfera spesso campestre e malinconica (vedi "Home and where I long to be" e "The only earthman in town").
"Cressida" non fu un gran successo commerciale ma la Vertigo consentì alla band di tornare in studio nel 1971, con l'aggiunta di tre nuovi membri, i chitarristi John Culley e Paul Layton, il flautista Harold Mc Nair (attivo con Donovan e Ginger Baker), che morirà di cancro lo stesso anno. "Asylum" sarà pubblicato nel '71: un disco più riuscito e compiuto del pur ottimo predecessore. Un disco dalle trame semplici ma liricamente insuperabili che ancora oggi, in tempi di Coldplay, Doves, Travis e Kings Of Convenience, mantiene una giovinezza e una attualità melodica sorprendente.
La struttura progressive questa volta è più evidente e marcata: "Munich" è il brano che meglio rappresenta gli obiettivi dei Cressida, che entrano nella lunga durata - con inserti orchestrali - senza perdere leggiadria e classe. Molto semplicemente nel secondo lp i Cressida prendono meglio la mira e centrano pienamente il bersaglio: la title-track, "Survivor" e l'accattivante "Let them come when they will" rivelano il grande affiatamento del gruppo. La splendida copertina del grande Marcus Keef completa l'atmosfera fantasiosa e sognante del disco.
Non mancano le classiche ballate incalzanti e jazzate che arricchivano il primo lp: "Goodbye post office tower goodbye", "Reprieved", ancora segnate da fremiti beatlesiani ma gradevoli. Il vigoroso rock sinfonico di "Lisa" sembra fuori luogo ma probabilmente sarebbe stato un nuovo approdo per la band. L'organo di Jennings e la voce di Cullen sono sempre in grande spolvero, segni distintivi del sound, molto riconoscibili.
Spring, Dr. Z, Second Hand, Cressida e tantissimi altri: all'ombra del grande prog inglese di Yes, Genesis, King Crimson e ELP c'è stato un prog minore, più piccolo, storie comuni di musicisti nascosti e meno noti, che bisogna recuperare e custodire. |