Recensito da Donato ZoppoBuon bis per la band vicentina (Vers. stampabile )A due anni di distanza dall’ottimo “Mystery Book”, la band vicentina ritorna con un successore parzialmente differente: “Nowhere” segna un’evoluzione netta, sia dal punto di vista strettamente compositivo che da quello tecnico-esecutivo.
La band in due anni è estremamente cresciuta ma, a mio avviso, ha perso certe caratteristiche scriminanti di quel primo lavoro. E’ proprio qui che i Top Left Corner lasciano il passo: la carica, la passione, l’epicità del lavoro d’esordio in parte si affievoliscono, svetta invece una maturazione che però ritengo non completamente soddisfacente.
Se nel primo album c’erano forti richiami alla parallela e “confinante” esperienza degli Asgard (Sergio Ghiotto ne andrà a far parte), stavolta si rivelano maggiori richiami progressivi, fusi con la consueta vena epica e con l’amore per sonorità più dirette e pompose che richiamano con frequenza gli Asia, molto i Magellan ed un pizzico di Shadow Gallery e Kansas. In sintesi si tratta di un sound poco “italiano” che, spesso e volentieri, si allontana da terreni prog in senso stretto per calpestare quelli vicini a certo epic a stelle e strisce.
Otto brani, al solito firmati dal tastierista Franco De Lorenzi ed arrangiati dalla band al completo, più lunghi ed elaborati rispetto ai precedenti, ed un cambiamento in formazione: entra il bassista Pippo Marcante, il quale apporta un contributo strumentale non indifferente. E’ la band per intero ad essere cresciuta, si sente dall’inizio con la possente ed atmosferica “Dreaming children”: numerose le sfumature, anche vocali (vedi l’uso dei cori), impeccabile l’aspetto esecutivo, insomma un brano indiscutibilmente riuscito, anche se meno potente degli esordi
E’ questa la falsariga su cui si muove il cd, con l’opener e le intricate “The land of Silence”, “Shadows” e la progressiva “Time and mercy” (la migliore del lotto) a rappresentare lo spartiacque dal passato: si tratta di composizioni cadenzate, spesso misteriose e fosche, con un’attenzione pignola alle rifiniture, alla ricerca dell’effetto, senza tuttavia smarrire l’attitudine prettamente “epic”. E’ qui che prevale la visione progressiva della band, tra sinfonismi, concretezza e azzeccate variazioni tra hard e pomp rock.
Trovano ampio spazio le magnetiche tastiere, gran bella prova per le chitarre, con breaks, sfuriate ed anche qualche puntatina nei classici territori new prog. . Il validissimo chitarrista Ghiotto affascina sempre. La “titanica” voce del buon Mendo è sempre altezzosa e superba, dal punto di vista ritmico l’acquisita sicurezza della coppia Marcante-Benvegnù è evidente.
Sul versante più classico per il quintetto di De Lorenzi troviamo la melodica “Hot Wind” e la maideniana “Free choice” (l’unico brano firmato da Ghiotto), cavalcate pompose e magniloquenti che, pur intriganti e sicuramente capaci di scuotere le teste lungocrinite, sembra abbiano perso un po’ dello smalto del passato.
La corale “Nothing to say” punta tutto sull’impatto emotivo, “Flowing river” è un gioiellino fiabesco e misterioso, per piano e coro, quasi da “Signore degli anelli”…
Dopo “Nowhere” la band si sfalderà, si vocifera da qualche tempo di un possibile ritorno, naturalmente lo attendiamo con curiosità e piacere.
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