Recensito da Marco Piva (Vers. stampabile ) Sesto album per gli Amarok, band nata in Catalogna, il secondo ad essere pubblicato dalla Tecnosaga (per la Spagna), dalla Luna Negra (per il Sudamerica) e dalla Belle Antique (in Giappone).
Questo disco, fortemente basato sulle tastiere (suonate da Robert Santamaria, fondatore della band ed autore principale di tutti i brani che si cimenta anche alla chitarra a 12 corde e al saz) e sulla bella e profonda voce di Marta Segura (che si occupa anche delle percussioni), unisce una forte base jazz ad idee ispirate dalla scena prog di Canterbury in una mistura decisamente originale, spaziando da momenti sognanti (ad esempio “Encantamiento”) a passaggi che a volte possono richiamare i primi lavori dei Jethro Tull (ad esempio “Groelandia”, prima parte della lunga suite “Tierra Boreal”), grazie anche alla presenza del flauto suonato da Manel Mayol (insieme al tin whistle ed al didjeridoo), che poi accompagna anche Marta Segura alla voce e alle percussioni; oltre ai tre già citati, fanno parte degli Amarok (che in lingua eschimese significa “lupo”) anche Alan Chehab al basso, Carles Gallego alle chitarre e ai cori, Mireia Sisquella al sassofono e alle tastiere e il cileno Pau Zañartu alla batteria.
Gli Amarok sono la prova vivente che innovare, nella musica, non corrisponde necessariamente a fare uso di effetti strambi e costruire i brani in maniera assurda, ma spesso può essere sufficiente per fare qualcosa di nuovo un po’ di creatività nell’unire le diverse influenze e nell’eseguire i brani così composti; e in fondo questo è esattamente ciò che facevano i capostipiti del prog tra la fine degli anni ’60 e i primi anni ’70. |